Nel libro Non è un gioco, è azzardo (Futura editrice) attraverso un lungo dialogo con il giornalista Marco Ciarafoni, ho cercato di raccontare non soltanto il fenomeno dell’azzardo in Italia ma soprattutto le sue conseguenze umane, sociali, economiche e culturali
Ero sindaco di Nonantola, fino al 2004, quando iniziai a osservare da vicino l’impatto sociale dell’azzardo. Ogni storia raccontava lo stesso copione: famiglie spezzate, fragilità economiche e affettive, i primi segnali di una dipendenza destinata a divorare vite e relazioni.
Nel gennaio 2013 un episodio rese ancora più evidente la portata del fenomeno. Un amico giornalista, ricevette minacce di morte: «Spariamo in bocca a Tizian».
Quelle parole emersero da un’intercettazione nell’ambito dell’inchiesta della Guardia di Finanza di Bologna sulle slot machine, poi nota come Black Monkey, che portò alla luce un vasto sistema di videolottery truccate e gioco online, diffuso in Italia e all’estero e gestito da esponenti dell’ndrangheta. Fu proprio grazie al lavoro di Giovanni che quell’organizzazione venne smascherata. Da allora vive sotto scorta e, nel 2017, arrivarono le condanne per il boss Nicola Femia e il fratello Rocco.
Negli stessi anni cominciava la mia esperienza in Senato come coordinatore del Comitato dedicato al tema all’interno della Commissione parlamentare Antimafia. Attraverso un lungo ciclo di audizioni con magistrati, forze dell’ordine, rappresentanti delle amministrazioni pubbliche, esperti e associazioni, abbiamo approfondito le molteplici criticità del settore del gioco e i suoi rapporti con le organizzazioni criminali. Quelle analisi confermarono quanto già emerso dall’inchiesta Black Monkey: il radicamento delle mafie non riguardava soltanto il gioco illegale ma anche una parte del gioco autorizzato.
Un libro, un cammino
Questo libro nasce da quel percorso. Attraverso un lungo dialogo con il giornalista Marco Ciarafoni, ho cercato di raccontare non soltanto il fenomeno dell’azzardo in Italia ma soprattutto le sue conseguenze umane, sociali, economiche e culturali.
Ho scelto volutamente di rifiutare l’eufemismo del “gioco” e di chiamare le cose con il loro nome: azzardo. Una scelta linguistica che attraversa tutto il volume e diventa il filo conduttore di una riflessione sulla fragilità del nostro tempo.
I dati e le statistiche, pur presenti in un’apposita sezione, non soffocano mai le persone. L’azzardo emerge così come una vera e propria frattura sociale, capace di intrecciarsi con fenomeni apparentemente distanti. Dall’usura al caporalato, dalle infiltrazioni mafiose alla povertà e persino alla crisi della partecipazione democratica.
Le storie di Paolo, Sara e Maurizio rappresentano il cuore del libro. Raccontano come la dipendenza dall’azzardo possa insinuarsi lentamente, consumando patrimoni, affetti e identità personali.
Sono particolarmente grato al cardinale Matteo Maria Zuppi e a Luciano Gualzetti, presidente della Consulta Nazionale Antiusura “Giovanni Paolo II”, per aver condiviso con me riflessioni che hanno ampliato ulteriormente l’orizzonte del libro. Il loro contributo colloca il tema dell’azzardo all’interno di una questione più ampia, profondamente antropologica e sociale ovvero quale idea di libertà e di persona stiamo costruendo in un’epoca dominata dagli algoritmi, dalle piattaforme digitali e dalla continua ricerca dell’attenzione.
È una domanda che attraversa l’intero volume e che lo porta oltre la dimensione del semplice dossier sull’azzardo patologico perché restituiscono profondità umana e sociale, ricordandoci che dietro ogni statistica esistono persone, famiglie e comunità che rischiano di essere travolte da meccanismi economici e psicologici più grandi di loro.
Sono convinto che l’azzardo non rappresenti un problema isolato ma una lente privilegiata attraverso cui osservare le contraddizioni di una società che troppo spesso monetizza le fragilità invece di proteggerle. Le vulnerabilità sociali non vivono in compartimenti stagni e non possono essere affrontate separatamente.
Per questo ho deciso di destinare l’intero ricavato della vendita del libro alla campagna nazionale Mettiamoci in Gioco, più volte richiamata nel volume, sostenendo l’impegno del suo coordinatore, don Armando Zappolini. La sua presenza testimonia che il contrasto alla dipendenza da azzardo non è soltanto una questione normativa o sanitaria, ma soprattutto culturale e comunitaria. Significa costruire reti sociali capaci di prevenire l’isolamento, accompagnare i percorsi di recupero e promuovere un autentico cambiamento di paradigma nelle politiche pubbliche e nella coscienza collettiva.
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