Ma davvero per voi un intellettuale è un guru? Una guida spirituale? E dunque, se fa una cosa brutta, ci rimanete male a livello personale? 

Sono domande che mi accompagnano da giorni, a margine di fatti noti che non nomino. Non li nomino perché non voglio che questo articolo si presenti come un’analisi specifica. Restiamo dunque nella teoria. Un regista, un filosofo, un artista, non so che altro. Guru? Ci sono artisti dai quali impariamo molte cose. Pensatori che danno un contributo alla storia del pensiero. Ma guru? Guide? Miti?

Non riesco a pensare a una persona che sia per me un mito. E non voglio che nessuno aspiri a esserlo: è controproducente, nel senso che si generano dei mostri. Anche perché un intellettuale ossessionato dalla propria mitologia diventa un meccanismo. Ma andiamo con ordine.

Categorie e morale

Ogni volta che un intellettuale rispettato viene coinvolto in uno scandalo, riaffiora lo stesso equivoco: l’idea che esista una categoria di persone che dovrebbe aderire alla morale più delle altre. Come se l’obbligo morale fosse graduabile in base a chi sei. Ma la morale, se ha un senso, è universale. 

Prendiamo casi molto chiari: il traffico di esseri umani, la violenza sessuale, la pedofilia. Un intellettuale deve tenersi alla larga da questi crimini (e da chi li commette) tanto quanto devono farlo un banchiere, un idraulico, uno sportivo, un ladro. L’obbligo è assoluto, continuamente rinnovato, e senza eccezioni. Non è un requisito rafforzato per alcuni, è un limite invalicabile per chiunque. Con la stessa intensità.

Se restiamo specialmente sconvolti da un intellettuale che si comporta male, stiamo implicitamente reiterando l’idea strisciante che da altri ci aspettiamo meno. Questo punto, che sembrerebbe non centrale, è problematico, subdolo. La disinvoltura con cui il potere si sente libero di fare il bello e il cattivo tempo è proprio figlia dell’idea che la morale in fondo non è universale. Quando diciamo «Del resto cosa ti aspetti dai miliardari, quelli se vogliono si comprano tutto» ci stiamo in verità inchinando a uno schema.

La delusione che proviamo quando vacilla un intellettuale stimato è comprensibile. Se qualcuno ha scritto pagine sulla libertà, la dignità, la giustizia, tendiamo a restarci male se quelle pagine rischiano di non riflettere la sua condotta. Ci sentiamo a disagio. Ma il tradimento nasce da un investimento simbolico che abbiamo scelto di fare, e che il soggetto che ci ha traditi ci ha ben lasciato fare.

Questo non significa che l’opera e la condotta siano irrilevanti l’una per l’altra. Significa che non coincidono esattamente, ma si trovano in un rapporto complicato. Se dai diamanti non nasce niente, è possibile che dal letame nascano i fiori. I fiori peraltro sono effimeri, come il pensiero, sempre soggetto a indebolimenti, smentite, obsolescenze. Se una donna scrivesse pagine intense contro la violenza di genere, e poi scoprissimo che ha coperto con l’omertà quelle stesse violenze, lei sarebbe di sicuro condannabile.

Ma quelle pagine avrebbe senso bruciarle? Forse avrebbe più senso rileggerle (magari a distanza di tempo) chiedendosi se prima dello scandalo le trovavamo così straordinarie perché lo erano veramente, e non perché ci stava tanto simpatica la guru che le ha scritte.

Come nasce il culto

Conta dire qui che non è solo il pubblico a costruire il mito morale dell’intellettuale, anzi è sbagliato dare sempre la colpa al pubblico, come fosse una massa di tonti. È più spesso l’intellettuale a cercare il culto della propria persona. A promuovere l’opera anche attraverso un’aura. Ad approfittarsene. Quando il pensiero non si limita a esplorare, ma si presenta come persona, come incarnazione, si entra in una zona oscura.

L’incarnazione («lui è un grande!») ha un costo. Se la reputazione diventa un assillo per chi produce pensiero, il pensiero si restringe. L’intellettuale a quel punto non può più permettersi esplorazioni rischiose. Non può attraversare zone opache. Ogni deviazione minaccia la figura pubblica che ha costruito. Così modula il proprio discorso per restare entro un perimetro. È proprio in questa costruzione della posa che possono maturare le deviazioni peggiori. Quando la purezza diventa una performance, l’ombra non scompare: si nasconde. E ciò che si nasconde, prima o poi, riemerge.

Se trasformiamo gli intellettuali in sacerdoti, li condanniamo a due destini ugualmente sterili: o cadono da un piedistallo sul quale non dovevano comunque trovarsi, o si irrigidiscono per non cadere mai.

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