Ne Il legame covalente una malattia fa saltare tutte le certezze di una famiglia borghese. E l’autore, assessore e dirigente, ammette senza attenuanti che la politica non c’è
La leucemia irrompe in una vita tranquilla, un amore noiosamente e meravigliosamente perfetto perché non ha bisogno di chiedersi troppo, vive di piccole cose che raccontano tutto, «la gita fuori porta», «la tovaglia a fiori rossi», «un accenno di ballo», «si allungava verso di me, mi stringeva per poi scoppiare a ridere», «come se, nonostante gli anni passati, provasse imbarazzo per quell’accenno di sensualità, di intimità complice». Una coppia rispettabile, un appartamento, una vita felice e contenta, lui prof di chimica amato da studenti e colleghi, lei tecnica di laboratorio, seria e competente, hanno una figlia adolescente e indecifrabile e urticante per il suo rifiuto dell’armonia senza ambizioni dei genitori.
Alzi la mano chi in questi anni post Covid non ha scoperto di avere una figlia così, o un figlio, o una nipote; che un brutto giorno fa la scelta «no contact», se ne va perché crede di riconoscere come tossico e inemendabile quel legame d’amore, e le cure impotenti degli adorabili genitori.
La malattia, dicevamo, irrompe, inarrestabile, e si porta via tutto, ne Il legame covalente (Mondadori), il romanzo di Massimiliano Smeriglio, assessore alla Cultura del comune di Roma e autore alla sua sesta prova. Le precedenti sono noir che si muovono in periferie, borgate, comunque per strada. La penultima è Mio padre non mi ha insegnato niente, romanzo di formazione in cui l’io narrante somiglia molto all’autore. Che in quest’ultimo scritto, invece, chiude i conti con gli attrezzi autobiografici e generazionali, cambia registro, scrittura, ambienti e atmosfere: sale verso la piccola borghesia e le sue modeste, comunque solide, certezze sociali.
La malattia porta via tutto
La malattia però si porta via tutto, dicevamo: si porta via lei, la moglie, Marcella, e con lei il lavoro, la lucidità, la razionalità, la rispettabilità, le relazioni sociali del prof, che è l’io narrante. Lui scivola nella depressione, sprofonda nella scala sociale, approda nel barbonaggio a casa sua. Mantiene un filo di dialogo solo con Rossellona, la matta del condominio, romanistissima, «che si esprime con versi e mugugni e si ammazza di canne dalla mattina alla sera». Ma lo capisce benissimo.
Il prof dunque si spezza perché, appunto, si spezza il «legame covalente». La citazione è de Il sistema periodico di Primo Levi, ed è già una chiave di lettura disperante della storia. “Covalente” è un legame chimico in cui due atomi raggiungono una soglia altissima di condivisione di elettroni tali da completarsi. Tutto il libro è un omaggio a Levi, che sopravvive al lager grazie alla chimica. I capitoli si intitolano con gli elementi: silicio, fosforo, magnesio, glutammato, eccetera. Anche il nostro prof usa gli elementi per sopravvivere, per dare un ordine alla storia, per spiegarla a sé stesso, per non perdersi definitivamente, per non farsi «alluvionare la mente». Ma non basterà.
La lettera di Maria Jatosti
L’io narrante racconta la realtà dal suo sguardo sempre più allucinato. La scrittura è nuda, lingua onesta di un’autocronaca di uno che cola a picco. Per ottenere questa cifra piana e senza ruffianate serve una mano esperta e disciplinata. Così la descrive la scrittrice Maria Jatosti: «Quanto reale e vero in questo farnetichio lucido, in questo flusso nevrotico minuziosamente indagato o vagheggiato attraverso l’uso di un linguaggio abilmente controllato, quasi a contrastare o a contrappuntare la lingua mediana del racconto che alla fine, deviando dal tortuoso percorso metaforico scandito dai riferimenti simbolici attinti alla scienza, prende il largo sciorinando memorie di tempi, luoghi, personaggi: il padre, l’infanzia, i giochi sulla sabbia, gli amori, regina reginella, quanti passi mi darai per arrivare a Brest dont il ne reste rien, gli amici, Rossellona che farfuglia. Preziosi ripensamenti, richiami alla concretezza, doverose emersioni dallo smarrimento, stimoli sensoriali che fanno della lettura (...) di quest’opera, una straordinaria esperienza di esplorazione filosofica e linguistica».
La politica che non c’è
Ma il nucleo solido e implicito del romanzo è quello che non c’è, un’assenza: manca la politica in questa storia. Materialmente e simbolicamente: non compare un politico, un militante. Il sindacato è evocato ma è lontanissimo dallo schierarsi al fianco del vedovo che si batte per dimostrare che Marcella è morta a causa delle esalazioni respirate durante il lavoro. La politica non c’è: ed è una scelta forte per un autore che di mestiere in questi tempi fa l’assessore, che è stato un militante, un dirigente e un amministratore di sinistra – lo è oggi – eppure nel suo romanzo ammette dritto e senza attenuanti che la politica oggi non fornisce né risposte né aiuti a chi è risucchiato della foiba della solitudine.
La politica non c’è anche perché non c’è neanche uno straccio di legge sul fine vita che non lasci sole le famiglie di fronte alle atroci sofferenze della persona amata. Non c’è nessuno che aiuti il prof a dimostrare che la malattia della moglie è stata contratta nel suo laboratorio. C’è, sì, qualche umano che ha ancora sentimenti solidali. Ma i buoni sentimenti non bastano da soli, il ragionamento è «se lavoro, forse, un giorno morirò di tumore o leucemia. Ma se mi licenziano in pochi mesi avrò certamente problemi più pressanti».
Sono brave persone, ma se la squagliano di fronte al ricatto della perdita del lavoro. Un lavoro «sicuro», in realtà insicuro, forse mortale. Se la squagliano anche perché nulla possono di fronte al dolore incontenibile del «piccolo chimico disperato», un dolore che costruisce allucinazioni, complotti, manie di persecuzione, e dettagliati piani di vendetta.
Non ci sono soluzioni a cadute personali che però raccontano di drammi sociali. La strada per galleggiare, se si trova, è solitaria. La politica non c’è, la comunità intorno si sbriciola. Proprio per questo Il legame covalente, che ci risparmia morali a buon prezzo, è un romanzo profondamente politico.
© Riproduzione riservata


