E/O sta riportando in libreria le opere della scrittrice tedesca. A partire da Cassandra, un testo in cui parte dal mito per descrivere una società maschile ostinata a fare la guerra, di cui la profetessa vede chiaramente l’insensatezza distruttiva
Dei grandi autori sembra sempre che un’eco riecheggi in tutte quante le cose che scrivono. Quasi fossero capaci di plasmare il racconto attraverso uno specifico, inconfondibile timbro: una cantilena, un modo di aggiustare le frasi o la punteggiatura, di spezzare le subordinate. E a sua volta questo procedimento narrativo, perifrastico ci porta alla mente il nome di altri: autori che ce li ricordano o che invece sono diversi, la pagina di quel libro che non abbiamo sotto mano ma di cui adesso ci riaffiora qualcosa d’indefinito; un ondeggiamento, uno stesso modo di guardare. Si ha la sensazione che di una stessa voce, differenziata ma univoca, sia composta la letteratura. E che da una stessa voce provenga tutta la letteratura assoluta, pur con le sue interiezioni, inflessioni, accenti particolareggiati.
Ecco, Christa Wolf si inserisce a pieno titolo all’interno di questo linguaggio ininterrotto. Nata a Landsberg and der Warthe il 18 marzo del 1929, una città che nel 1945 passerà alla Polonia perdendo il proprio nome originario e diventando l’attuale Gorzów Wielkopolski, tanto che in Trama d’infanzia – pubblicato per la prima volta in Italia da E/O nel 1992 – sempre si riferisce a L., la città che non esiste più, e a G., la città di adesso.
Avvicinandosi i cento anni da allora, la casa editrice ha annunciato la ristampa dei suoi testi principali: un modo per dare risalto alla figura dell’autrice, ma anche al lavoro di traduzione di Anita Raja. Che in Italia ha contribuito a diffondere il nome di Wolf, a restituirne il tessuto sintattico, il tono contemporaneamente lucido e profondo, i picchi visionari – a tratti profetici.
E in effetti non è un caso se quest’opera di riedizione comincia proprio da Cassandra, il suo capolavoro, e da Premesse a Cassandra. Entrambi sono previsti per il 9 aprile. Seguiranno poi Trama d’infanzia, Medea, Il cielo diviso, La città degli angeli.
Viaggio in Grecia
Era il 1980 e Christa Wolf si trovava in Grecia: in viaggio. Motivo? Turismo. Questo dice all’inizio della prima delle tre lezioni tenute due anni dopo a Francoforte e che compongono Premesse. In valigia, lettura nella sala d’attesa dell’aeroporto o nel saliscendi tra un mezzo di trasporto e l’altro, l’Orestea di Eschilo. È a quel punto che Cassandra prende forma dentro di lei, si impone – letteralmente verrebbe da pensare, visto che simili a visioni si aprono improvvise le immagini di lei in attesa davanti alle porte di Micene dopo la distruzione di Troia. Poco prima di morire assassinata insieme ad Agamennone per mano di Clitennestra, la moglie.
Parlava, Cassandra, e inascoltata. Prevedeva e non veniva creduta. Anche se nel testo di Christa Wolf è quasi inesistente il ricorso al magico, al potere divinatorio e di trasmutazione religiosa tanto cara alla tradizione oracolare di allora e tutto è di un realismo – questo sì – tragico, non solo perché se ne conosce già la fine, l’esito ineluttabile – il cavallo entrerà a Troia, gli achei vinceranno la guerra, Cassandra perderà tutti coloro che ama, verrà violentata da Aiace e poi condotta via, dove troverà altra morte.
A essere descritta è soprattutto una società maschile intenzionata a procedere autonomamente e con efferata determinazione per non cedere l’accesso al Bosforo, via dei commerci per mare. Ed Elena, la fantomatica, afrodisiaca sposa di Menelao non sarebbe mai giunta davvero a Troia: dice la versione euripidea che dopo la sua fuga con Paride avrebbe preferito restarsene in Egitto; concubina di uno dei sovrani di laggiù. E infatti nessuno la vede mai.
Cassandra lo sa, lo capisce e non perché sia una veggente: a non sfuggirle è in primo luogo l’insensatezza di quel conflitto all’ultimo sangue, la sua progressiva, inquietante vocazione al disastro, che potrebbe essere sventato, secondo Cassandra, se solo suo padre o suo fratello decidessero di arrendersi, di sottrarsi. E invece no. La copertura della verità, la negazione ostinata di ogni forma di conservazione, di compromesso proseguono.
Sbaragliando ciò che trovano sul proprio cammino come le tessere del domino. «State combattendo per un fantasma»: questo è il grido solitario, allucinato, ripetitivo di Cassandra. Che si avvolge su se stesso in prima persona quasi senza mai andare a capo: un monologo a spirale senza tregua, e sì che lo espelle fuori da sé mentre sosta durante e dopo la traversata per mare con le altre prigioniere, rassegnata ormai a morire; la disfatta alle spalle, il peggio già accaduto.
Resistenza
Ripetizioni, l’uso improvviso delle maiuscole, quasi davvero si fosse in scena – e non è soltanto osmotico il rispetto per la tragedia di Eschilo, per lo scarto che conserva rispetto alla narrazione omerica, nonostante in Premesse accusi a più riprese il drammaturgo di avere attribuito a Cassandra, e anche a Clitennestra, una sete di vendetta folle, assassina; perché così era abituato a vedere le donne: sempre sulla scorta di un odio reciproco.
Lo stesso vale per Medea, la madre che uccide i propri figli, capostipite di un filone di infanticide che ancora oggi si trovano talvolta a occupare le pagine di cronaca rendendosi automaticamente abiezioni di natura, diavolesse per antonomasia: non è Medea a compiere il delitto, ma gli abitanti di Corinto. Che di lei detestavano le sue origini straniere, di cittadina della Colchide, regione depositaria di conoscenze radicate, connesse alla terra, che Pasolini non aveva avuto timore, all’interno del suo omonimo adattamento cinematografico, di rendere magiche, stregonesche: preludio di società contadine, arcaiche intorno a cui lui disperatamente si aggirava.
Laddove Medea non ha più patria e vive di un isolamento persecutorio sempre più serrato e senza ragione, anche qui senza scampo, Cassandra tenta la ribellione contro i suoi stessi padri. Rendendosi conto che di lei non si curano affatto. Gli unici momenti felici sono quelli condivisi con le Amazzoni e le donne ostili alla guerra, per questo sempre più emarginate: convegni che durano anche tutta la notte, dentro grotte disseminate lungo la sponda del fiume Scamandro. Moderne, o forse antichissime, trasposizioni di resistenza politica.
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