Martedì 12 settembre, a viale Trastevere, il ministro Giuseppe Valditara, il presidente di Invalsi Roberto Ricci e Tia Loukkola, direttrice del centro per la ricerca educativa e l’innovazione dell’Ocse, hanno presentato e commentato il rapporto Education at a Glance 2023, un colpo d’occhio su diversi aspetti dell’educazione nei paesi dell’Ocse, con un focus particolare sul tema della istruzione e formazione professionale (Ifp), sicuramente molto caldo in questo momento.

I dati

Leggendo il rapporto si scopre subito che in Italia il numero di ragazze e (soprattutto) di ragazzi che frequenta un indirizzo tecnico o professionale è più alto della media Ocse (40 per cento contro 23 per cento).

Ma, a parte questo, il resto dei dati relativi all’Ifp è abbastanza scoraggiante. Innanzitutto, solo il 55 per cento degli iscritti termina gli studi nei tempi previsti, a fronte del 79 per cento che frequenta indirizzi liceali. Inoltre, a due anni dal conseguimento del titolo, solo il 55% è effettivamente occupato (la percentuale più bassa in tutta l’OCSE).

Gli altri? Vanno ad alimentare la categoria dei Neet: tra questi giovani tra i 15 e i 34 anni che non hanno un impiego e non sono in formazione il 28,1 per cento ha un diploma tecnico o professionale.

Quando pure i diplomati in indirizzi tecnico-professionali trovano un lavoro, la retribuzione è solo del 4 per cento superiore a quella dei colleghi senza diploma. È interessante notare che, invece, tra i lavoratori che hanno tra i 45 e i 54 anni, tale divario è più che significativo: parliamo infatti del 40 per cento di retribuzione in più (contro il 23 per cento della media Ocse). Scarse prospettive di impiego e salari bassi, quindi. Ma non solo.

Il problema della scuola

Come ribadito da Simone Giusti in queste stesse pagine e come premette il rapporto stesso, la crisi dell’istruzione e formazione professionale (che non è un problema solo italiano) è spesso prima di tutto un problema di segregazione: «In molti paesi i programmi professionali sono ancora visti come l’ultima risorsa. Troppo spesso l’Ifp è vista come un’opzione di ripiego per gli studenti che hanno difficoltà con la scuola o mancano di motivazione, piuttosto che come una prima scelta che porta a percorsi di carriera attraenti» (p. 9).

Dal nostro punto di vista di docenti, assistiamo spesso a un processo di percolato educativo: quello che scola dal liceo classico e scientifico è reindirizzato agli altri licei, poi al tecnico, poi al professionale e, infine, alla formazione professionale regionale. Si accumula ritardo scolastico, frustrazione, impotenza, si abbandona la scuola.

Le colleghe e i colleghi del liceo continuano a usare espressioni come “è da professionale” per indicare studenti che non raggiungono livelli minimi di capacità di lettura e calcolo. Le colleghe e i colleghi che insegnano ai professionali mi dicono spesso che hanno l’impressione di essere più assistenti sociali che insegnanti. Il percolato, alla fine, ammonta a un 22 per cento tutto italiano di giovani adulti che non ha conseguito un diploma (media Ocse: 14 per cento).

Ma il diploma è importante, perché se c’è una cosa che i dati OCSE continuano a confermare è proprio questa: diplomarsi è meglio che non diplomarsi, laurearsi è meglio che diplomarsi e basta. Solitamente le opportunità di lavoro tendono ad aumentare, così come il reddito. Tranne praticamente in un caso: gli insegnanti.

Di fame e di infamia

A parità di formazione, infatti, gli insegnanti guadagnano meno degli altri lavoratori. Non solo: dal 2015 al 2022 lo stipendio reale degli insegnanti delle scuole superiori in Italia è diminuito del 4%, mentre quello di chi insegna all’infanzia o alla primaria è addirittura inferiore al Pil pro capite.

Le prospettive di aumento di stipendio, oltretutto, sono abbastanza modeste e lente, arrivando ad aumentare del 49 per cento solo dopo 35 anni di servizio (fonti: rapporto Ocse e rapporto Eurydice). Come ammette lo stesso ministro, i governi di molti paesi si trovano a dover fronteggiare la carenza di insegnanti: sia per la sproporzione retributiva tra un docente e un lavoratore con lo stesso livello di istruzione, sia soprattutto – dice sempre il ministro – per una crisi dell’autorevolezza e del prestigio sociale del mestiere di insegnante.

Quasi a voler suggerire che le due cose, reddito e autorevolezza/prestigio, non siano strettamente connesse. Non vorrei quindi che, una volta elargita la riforma del voto in condotta (grazie al quale ripristinare la nostra autorevolezza), il ministro si dimenticasse della questione stipendi. Perché, come invece sottolineano praticamente tutti i rapporti internazionali, è proprio la scarsa retribuzione a rendere la professione poco allettante.

Per concludere con le raccomandazioni, una a proposito dell’autorevolezza. Il presidente di Invalsi, Ricci, ha detto durante la presentazione che occorre stare attenti a dire “classi pollaio”, perché dai numeri dell’Ocse emerge invece che il rapporto tra insegnanti e studenti è 1 a 11 nei percorsi liceali e 1 a 9 nei percorsi tecnici e professionali. Chiunque insegni a scuola sa benissimo che un dato del genere – per vero che possa essere – non ha nessuna rappresentatività, né riscontro nell’esperienza quotidiana. Ho avuto varie volte la terribile esperienza di chiamare decine di scuole per aiutare ragazzi e ragazze stranieri a trovare un posto in una prima superiore e mi sono sentita ripetere ogni volta la stessa cosa: siamo al collasso.

E infatti, a proposito di questo dato, il rapporto scrive: «La dimensione teorica delle classi ...non riflette l'effettiva dimensione media delle classi nei paesi» (p. 343). Non si tratta, quindi, di un dato correlabile con il problema delle “classi pollaio”, che c’è e resta. Ci si aspetterebbe dal presidente di Invalsi una maggiore cura nella comunicazione ed esposizione di certi dati.

A meno che non si voglia intenzionalmente minare l’autorevolezza di un’intera classe docente, così da giustificarne gli stipendi non adeguati. Chissà che il ministro non abbia previsto un voto di condotta anche per il presidente di Invalsi.

 

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