Wish, desiderio, è una parola densa. Può collegare tre film rilevanti, per opposte ragioni, in questo inizio di nuovo anno. Wish è il titolo del più deplorevole cartoon di sempre di casa Disney, un surgelato ispirato alla canzone-totem aziendale, “When you wish upon a star” (Quando esprimi un desiderio sotto una stella). Era la hit di Pinocchio nel 1940 e da un quarantennio è incorporata nel logo dello Studio, insieme al castello di Disneyland. Il film è in sala dal 21 dicembre e ha irritato anche la critica Usa. «I sogni son desideri», cantava Cenerentola in traduzione.

Il desiderio è il grande assente in Foglie al vento di Aki Kaurismaki e in Perfect Days di Wim Wenders, due titoli-chiave che ci hanno traghettato nel 2024: ma è un’assenza trionfale. Cercare bellezza e poesia nei territori in cui i desideri non hanno diritto di cittadinanza è un buon consiglio per la vita (e il cinema) a venire.

Wish

È quasi comica l’auto-referenzialità della Casa del Topo, che celebra i suoi cento anni di impero commerciale. È riuscita a imbastire una favola che condensa in provetta l’immagine del brand, con un’autopromozione mascherata da musical.

E la trama è così fumosa da giustificare i peggiori timori degli sceneggiatori aziendali: con questi standard l’intelligenza artificiale li soppianterà a mani basse.

Perché parto da Wish? Perché contrabbanda una rivoluzione di popolo come può immaginarla l’establishment più conservatore: si caccia il tiranno Magnifico che ha sequestrato i sogni (desideri) di tutti, ma il volgo resta volgo e il trono, semplicemente, passa di mano.

Continuare a sognare a tempo perso è una fantastica garanzia di stabilità sociale, e il pubblico giovane va inquadrato per tempo. A modo loro, sono favole anche quelle di Kaurismaki (Foglie al vento, titolo originale, in finlandese, Les Feuilles Mortes, come la canzone di Kosma e Prévert, in sala dal 21 dicembre) e di Wenders (Perfect Days esce il 4 gennaio), ma di quel tipo speciale che non solo agli adulti, anche ai bambini fa un mondo di bene. Portiamoceli, i bambini.

Foglie al vento

Quando a Cannes ha vinto il Prix du Jury, dopo sei anni di assenza dagli schermi, al mio prediletto autore finlandese ho estirpato poche battute. Una però capitale: «Nelle nostre società non ci sono più cittadini di serie A e di serie B, ma di serie A e di serie C». E un’altra: «Charlie Chaplin è il più grande di tutti».

Combina questi due indizi e ottieni gli 81 minuti del suo Tempi moderni in chiave contemporanea: due lavoratori così poveri che per gran parte della storia non hanno nemmeno un nome (leggi serie C), gli impieghi precari, i macchinari usurati che ti dilaniano, le bollette alte e la solitudine che uccide i sogni.

Per gli eroi di Kaurismaki anche i desideri (a proposito di wish) sono un lusso proibito. Lei (Alma Poysti) viene licenziata dal supermercato per una colpa gravissima: si è messa in borsa un panino scaduto. Rubare dal cassonetto è furto comunque. A casa stacca il contatore: la luce costa, per una disoccupata.

Lui (Jussi Vatanen, identico a James Stewart da giovane) fa l’operaio e per andare al karaoke di borgata si lucida l’unico paio di scarpe. C’è uno scambio di sguardi, potrebbe iniziare un romanzo, ma invece no: è una love story che procede per contrattempi, come nel vecchio cinema a cui Kaurismaki è esteticamente ancorato. «Perché, esiste un cinema dopo il 1962?»: non lo dice per scherzo, lo pensa.

Gli scarni dialoghi sono, come sempre, surreali. Lui al bar con un altro operaio: «Sono depresso». «Perché?». «Bevo molto». «Perché bevi allora?». «Perché sono depresso».

Mi dice il regista che il suo humour noir lo ha imparato nei bar: «È quello delle storie che si raccontano tra un bicchiere e l’altro». Ma l’ironia è irresistibile, anche quando prende per i fondelli i cinefili che scovano improbabili citazioni di culto perfino nel film di zombie di Jim Jarmush, I morti non muoiono: «Mi ha fatto pensare a Bande à Part / A me ha ricordato Diario di un Curato di Campagna!». 

È una fiaba perché trasmette umanità, tenerezza e poesia, ma non ricorre a sviolinate da colonna sonora. «Nella vita reale ci sono le canzonette della radio, mica i violini», mi dice Kaurismaki. E comunque lui e lei continuano a perdersi e a ritrovarsi, cambiando lavori pesanti: lei inserviente in fonderia, lui manovale in cantiere.

Quando finalmente lei lo invita a cena, i dettagli stringono il cuore: la bottiglietta di vino da un quarto che può permettersi, il piatto in più da comprare. Prima dell’happy ending accadrà ancora molto, compresa una cagnetta sporca e affamata (“la mia”, precisa il regista) e compresi altri guai. Perché per i poveri le disgrazie non finiscono mai. Com’era quella battuta del suo Miracolo a Le Havre? «In questo quartiere non accadono miracoli».

ATTENZIONE SPOILER: Nessun altro finale era possibile, se non quello di Tempi Moderni : Charlot e la Monella sulla strada, con una bestiolina in più. «Ha un nome il cane?». «Sì: Chaplin».

Perfect Days

Hirayama è anziano e di mestiere pulisce i gabinetti pubblici di Tokyo. Si alza all’alba e fa il giro dei parchi del quartiere di Shibuya per tirare a lucido i water. Puoi approdare a un apologo morale partendo dalla proposta di quattro documentari sui gioielli di tecnologia e design che sono i pisciatoi della capitale nipponica?

Wim Wenders con Perfect Days (Koji Yakusho miglior attore a Cannes, film candidato agli Oscar per il Giappone) ci è riuscito. Che desideri può avere chi fa il più umile dei lavori possibili? Non ha desideri. Lavora con coscienza, serenità, rispetto per sé stesso e per gli altri.

Le fiabe devono crescere con i tempi, se vogliono continuare a insegnare qualcosa. Wenders immagina un background a monte, un’origine di privilegio che nel film intravvediamo soltanto. «Hirayama – dice il regista – ha scelto la più radicalmente semplice delle esistenze, ed è contento di fare quello che fa».

Per il mondo appartiene alla categoria degli invisibili, come gli angeli de Il Cielo sopra Berlino. Ma al contrario di loro guarda il mondo dal basso. «E attraverso i suoi occhi – spiega – impari lentamente a scoprire che scegliere l’essenziale ti fa apprezzare i cambiamenti minimi nella routine, nelle giornate che sembrano tutte uguali, le loro ricchezze segrete e le loro sorprese». 

È complicato spiegare perché il film ti arrivi come uno  struggente road movie urbano, un percorso dell’anima lungo le strade della capitale nipponica. Dipende anche dalla musica anni Sessanta e Settanta che Hirayama ascolta in cassette, come il regista da giovane: in primis l’amico del cuore Lou Reed (la sua Perfect Day ispira il titolo): The House of the Rising Sun, Sittin’ on the Dock of the Bay, Walkin’ on the Sleepy City, Janis Joplin, Patti Smith (Redondo Beach), le canzoni che come l’America «gli hanno colonizzato l’inconscio», per storica definizione di Wenders.

Ma è soprattutto una lezione di vita. «Essere un uomo che considera tutti alla pari, e che tutti rispetta, dagli homeless allo yuppie che non ti guarda nemmeno come un essere umano. Sapere chi sei, dare un senso a quello che vivi qui e ora. La nostra civiltà ti insegna a temere la routine degli umili come una dannazione. Ma dare una struttura alla nostra vita ordinaria è qualcosa che abbiamo perso e che ti fa riscoprire la libertà, l’importanza dei singoli istanti».

I critici bravi vi citeranno il culto wendersiano per Yasujiro Ozu, il suo primo documentario giapponese, Tokyo-Ga, la citazione di Ozu nel nome Hirayama, come la protagonista dell’ultimo film di Ozu, An Autumn Afternoon. Conta davvero sapere che nel capolavoro muto di Friedrich Murnau, L’ultima risata, Emil Jannings veniva retrocesso alla pulizia gabinetti? Kaurismaki ci prenderebbe per i fondelli. Cenerentola aveva torto: il vero sogno è riuscire a vivere senza desideri, senza inganni, senza wishes.

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