Tra le bande partigiane comuniste che nella primavera e nell’estate 1944 combatterono i nazifascisti sulle colline di Pistoia, ce n’era una di cui nessuno, a guerra finita, ha più sentito parlare. Si chiamava Giustizia e Unità.

Ha avuto vita breve, giusto due stagioni – dal 28 aprile all’11 settembre –, ma nonostante i suoi 24 combattenti, tutti di ispirazione comunista, avessero operato per ciascun giorno di quei 137 giorni come sabotatori, informatori, ricognitori e staffette tra i boschi dell’appennino pistoiese e la città, non compare in alcuno degli elenchi ufficiali delle formazioni partigiane attive in Toscana. Mai come Giustizia e Unità, almeno. Compare, invece, con un nome totalmente diverso, il misterioso Gugliano, e con un numero di componenti ben inferiore al reale: appena sei.

Una delle ipotesi di questa omissione è che dopo la Liberazione, avvenuta a Pistoia grazie alle stesse formazioni partigiane, Giustizia e Unità avesse risposto all’appello di consegna delle armi, restituendo al comando Alleato locale solo pochi vecchi fucili e qualche pistola. Ciò avrebbe fatto presumere che la formazione fosse riuscita a sfidare le milizie della Repubblica Sociale Italiana, i reparti della Wehrmacht e della polizia militare tedesca con quel men che irrisorio numero di combattenti. Comunque sia, non sono stati certo i bisticci di nomi e numeri a rendere degno di nota questo gruppo quanto l’identità di colui che il Comitato Toscano di Liberazione e gli Alleati piazzarono al comando: il repubblichino e irriducibile doppio (quando non triplo) giochista, Licio Gelli.

La storia 

Che dopo l’8 settembre 1943 l’ex volontario fascista nella guerra di Spagna e presunto ufficiale di collegamento tra le SS e la Federazioni dei Fasci di Pistoia, avesse intessuto un’interessata collaborazione con alcuni partigiani locali, in particolare con Silvano Fedi, è un fatto documentato. Ma che per salvare la sua pelle, quando era ormai chiaro che i regimi dell’Asse sarebbero stati sconfitti, due esponenti di primo piano del Pci pistoiese nel Comitato di Liberazione Nazionale – Italo Carobbi e Gino Fedi, cognato di Gelli per averne sposato la sorella Lina – l’avessero messo a capo di un gruppo denominato Giustizia e Unità, poco si sapeva fino a oggi.

A raccontarci quell’estate partigiana vissuta agli “ordini” di un evanescente quanto detestato comandante in “camicia nera” (anche se vestiva sahariane di panno blu e pantaloni della Gnr) è oggi il novantaseienne Nicola Cipriani, ex giovanissima staffetta con il nome di battaglia Ninì, nel libro Aprile-settembre 1944: ribelli sulle colline pistoiesi. La folle estate del Camaleonte (Vecchiarelli), interamente basato sui suoi quaderni di guerra e sui colloqui da partigiano intrattenuti con l’“occulto tessitore”.

Dopo una vita trascorsa tra magistratura (dove ha seguito anche processi per terrorismo nero e rosso), insegnamento universitario, la scrittura di centinaia di saggi giuridici e di alcuni libri storici, il colto e brillante Cipriani ricostruisce in questo libro pubblicato dall’editore Vecchiarelli nella collana “Ottuagenaria”, un episodio della resistenza pistoiese finora trascurato dalla storiografia e volutamente ignorato dallo stesso Gelli («per non sporcarsi la reputazione», dice l’autore) nella sua Verità.

È una ricostruzione che stravolge le analisi ufficiali sul gruppo partigiano e sull’operato del futuro Venerabile della Loggia P2, quella che Nicola Cipriani propone, affiancando a un memoir dalla ritmica briosa, “maledettamente toscana”, la verifica accurata delle fonti e degli eventi grazie alla consultazione degli archivi dello storico Renato Risaliti.

In quelle pagine incontriamo perciò il quindicenne Ninì (Nico per i lettori), studente ginnasiale di famiglia borghese, «cresciuto nell’era fascista e quindi privo di esperienze di lotta politica e di lotta di classe», decidere nell’aprile del 1944 di lasciare tutto, genitori e amici – la scuola no: è stata chiusa anticipatamente dalla guerra –, per unirsi alla lotta partigiana sui contrafforti appenninici.

Insieme ai due compagni delle Officine Meccaniche San Giorgio con cui fa volantinaggio, attraversa borghi distrutti dai bombardamenti e ponti fatti esplodere dai tedeschi per raggiungere Casore del Monte, dove il 28 aprile si aggrega a una delle nuove squadre del Comitato Toscano di Liberazione. Da quel momento, per lui, il più giovane tra i partigiani della Giustizia e Unità, e per i suoi compagni d’arme, i mesi si srotolano lassù, tra umide boscaglie e mal di piedi, tra la noia e la fame, tra marce, esercitazioni, appostamenti e confusione (compreso l’inaspettato salvataggio di un brigatista nero durante un rastrellamento a Pistoia), con la paura di finire in un’imboscata, di saltare in aria su una mina o di essere infiltrati da una spia.

Ecco allora sfilare Sergio, diciassette anni, «barcollante», proprio come Ninì, «tra i concetti di libertà, democrazia e comunismo»; ecco l’altro ragazzetto della banda, Lando, e poi Osvaldo, il reduce di Russia; il maturo Ulderigo; e ancora Riccio, l’operaio delle Officine San Giorgio e il saggio Mario Anti detto Antino, antifascista per linea famigliare, combattente in Grecia prima e in Russia poi: è lui il comandante de facto di quel gruppo a cui il Comitato Toscano di Liberazione aveva imposto come capo, per ragioni “altre”, un informatore dei tedeschi, del Cln e degli Alleati.

Il diario 

Licio Gelli si presenta a Ninì e agli altri ribelli quando è ormai estate piena: a scortarlo, su in collina, ci sono il nipote Marcello Fedi e due ufficiali scozzesi, ci sono i mitra e una nomea da traditore e infame. «Il comandante è qui. Sono io», sono le prime parole che rivolge agli increduli e arrabbiati partigiani: «Sono tra voi per ordine del comando Alleato e dei capi della brigata partigiana».

Ninì tiene un diario (proprio come fa il «ravveduto» Gelli) e si confronta di frequente con quel torbido, ma indubitabilmente coraggioso capitano, arrivato all’improvviso la mattina del 4 giugno e altrettanto all’improvviso scomparso un giorno d’agosto. «L’averlo fatto diventare per qualche mese il comandante di una formazione gli ha permesso di evitare i processi per collaborazionismo allestiti dopo la Liberazione», conferma Nicola Cipriani a Domani.

«Alla fine di settembre, quando si era rifatto vivo a Pistoia, il Camaleonte era stato riconosciuto da un gruppo di antifascisti e quasi linciato: anche in quel caso in suo soccorso era arrivato il Cln. Le numerose benemerenze partigiane, tuttavia, non erano riuscite a evitargli una condanna per collaborazionismo, nel 1945: a salvarlo ci penserà poco dopo, con un’amnistia e un condono, il ministro della Giustizia Palmiro Togliatti».

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