«L’arte è uno spazio di immaginazione collettiva, capace di aprire possibilità nuove anche in momenti storici così complessi». Nella visione di Marinella Senatore, artista multidisciplinare che ha fatto della dimensione partecipativa il cuore della propria ricerca, non c’è un’idea precostituita, l’opera nasce dall’incontro e dall’ascolto di una comunità. È il caso di We Rise by Lifting Others, l’installazione che, dal 7 maggio 2026 al 22 marzo 2027, abiterà gli spazi della Fondazione di Generali The Human Safety Net a Venezia, nelle Procuratie di Piazza San Marco, restaurate nel 2022 dall’archistar David Chipperfield.

Senatore torna ad esplorare il linguaggio della luminaria, sottraendola alla decorazione per trasformarla in un monumento alla dignità personale e collettiva. La luce si fa materia relazionale in una trama che raccoglie voci e vissuti emersi durante i workshop di scrittura, lettura e movimento avviati a dicembre 2025 con alcune famiglie tra l’Italia e la Polonia in tre strutture che supportano le famiglie più fragili: l’ong Ta Szansa di Varsavia, l’Istituto Casa Famiglia San Pio X di Mestre e il Centro per la Salute delle Bambine e dei Bambini di Palermo.

Il progetto, nato da una convergenza di intenti tra la fondazione e l’artista, parte da un concetto semplice quanto potente: l’arte come strumento di trasformazione. È così che The Human Safety Net, attraverso una rete di 85 ong, lavora per migliorare la qualità di vita di famiglie con bambini da zero a sei anni, e promuovere l’integrazione di rifugiati.

We Rise by Lifting Others: cosa significa questa frase in un tempo segnato da guerre globali?

È una frase che racchiude un’idea molto semplice ma profondamente politica: nessuna trasformazione può avvenire in modo individuale. In un tempo segnato da conflitti, polarizzazioni e profonde disuguaglianze, credo sia fondamentale tornare a immaginare forme di solidarietà e di responsabilità condivisa. Il mio lavoro nasce proprio da questa necessità: creare contesti in cui le persone possano incontrarsi, riconoscersi e costruire insieme narrazioni comuni.

Il progetto si è sviluppato tra Mestre, Palermo e Varsavia. Che tipo di differenze ha incontrato lavorando con queste comunità?

Ho incontrato comunità molto diverse, ma ho trovato anche molte risonanze comuni: il bisogno di essere ascoltati, di condividere esperienze, di costruire spazi di relazione. Il mio metodo non parte mai da un’idea rigida, ma da un processo di ascolto.

Il movimento, il corpo, la parola diventano strumenti di consapevolezza. Come ha lavorato con i bambini e con i genitori?

A partire dal lavoro sul corpo, cerco di creare uno spazio in cui le persone possano esprimersi liberamente. Con bambini e genitori questo processo diventa ancora più interessante perché emergono dinamiche molto profonde legate alla cura, all’ascolto e alla relazione. Quello che mi colpisce sempre è la capacità dei bambini di essere immediatamente presenti e autentici. Spesso sono loro a guidare gli adulti verso una maggiore apertura e spontaneità.

Da dove nasce la sua necessità di lavorare sulle relazioni umane? Come reagiscono le persone quando si trovano coinvolte in un processo artistico collettivo?

Nasce da una curiosità profonda verso gli altri. Lavorare con le relazioni significa anche accettare l’imprevedibilità e lasciare spazio a ciò che accade nel processo, anche fare dei passi indietro e rinunciare. All’inizio ci può essere scetticismo o diffidenza, ma quando le persone capiscono che il loro contributo è realmente cruciale, e che vanno bene così, per come sono, senza spettacolarizzazioni, si crea una grande energia. Il lavoro collettivo ha una forza trasformativa molto potente, legato alle possibilità di rinegoziazione sia personali che collettive.

La luminaria è un leit motiv nei suoi lavori. Perché?

È un dispositivo che parla a tutti, perché appartiene alla memoria culturale collettiva. Mi interessa la sua dimensione rituale e collettiva, il suo carattere festivo. La luce diventa un segnale, un invito a condividere uno spazio e un tempo comune.

Nello spazio delle Procuratie la luminaria dialogherà con sei arazzi realizzati dalle ricamatrici della Chanakya School of Craft di Mumbai, nota per aver trasformato il ricamo, tradizionalmente prerogativa maschile, in uno strumento di emancipazione femminile. La collaborazione con la scuola di Mumbai torna anche nell’installazione The Theatre of The Commons, ora al Teatro della Cometa di Roma. Che ruolo ha il tessile nella sua ricerca?

Nel tempo è diventato un nuovo terreno di ricerca: ho esplorato il valore di manifesto sociale, di celebrazione e di lotta dello stendardo, ho sviluppato progetti legati a sartorie sociali con l’obiettivo di creare occasioni di lavoro ed emancipazione. Con questa collaborazione sento però di essere entrata in una fase diversa, più poetica e consapevole del potenziale del tessile, anche più monumentale. L’arazzo ricamato, con il suo processo lento e collettivo fatto di gesti ripetuti, cura e attenzione, è fortemente legato ai processi di costruzione condivisa e alla dimensione relazionale su cui si basa tutto il mio lavoro.

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