Faccio un podcast mensile da tre anni, ho registrato una quarantina di puntate, e ancora oggi, in fase di montaggio, mi ritrovo a cancellare una quantità imbarazzante di “diciamo” (e con “mi ritrovo” intendo che ci si ritrova il bravissimo montatore che ci lavora, e con ogni probabilità mi detesta).

Se non è “diciamo” è “appunto”, se non è “appunto” è un altro tic di una persona evidentemente non troppo portata per parlare in un microfono con regolarità. Cionondimeno eccomi qui, come tutti, con il mio bravo podcast. Sono rimasti mia mamma e pochi altri a non imporci le loro chiacchiere sotto mentite spoglie, e nonostante la proliferazione fuori controllo di prodotti audio, sono ancora meno le persone che lo fanno con un senso.

Io dei vari podcast che Fedez ha fatto negli anni con alcuni colleghi meno famosi di lui non ho mai avuto opinioni particolari, non avendo mai ascoltato una puntata intera né di quello con il muro muschiato (che il mio dentista ha uguale in sala d’aspetto, non so se omaggio o precursore), né di quello dal set molto meno riconoscibile (una generica parete damascata rosa shocking, la stessa del salone dove vado a farmi fare la ceretta). Invece ho abboccato in un secondo quando ho scoperto che questa settimana l’ospite di Pulp Podcast (così si chiama il podcast girato dentro allo studio della mia estetista) sarebbe stata Giorgia Meloni.

Mentre scrivo questo pezzo la puntata è uscita da meno di 24 ore, su YouTube ha un milione di visualizzazioni e contestualmente scopro che sul canale è disponibile anche una puntata di un’ora e venti con Antonio Di Pietro sul referendum giustizia, uscita un mese fa, che ha fatto 368mila visualizzazioni, le stesse totalizzate da Gherardo Colombo, anche lui passato di lì a parlare di questo referendum di cui come ogni referendum costituzionale nessuno ha capito davvero un cazzo di niente e su cui tutti, bene o male, cercano di informarsi anche con strumenti post moderni («C’erano Gherardo Colombo, Fedez e un tizio coi baffi intorno a un tavolo», sembra l’inizio di un sogno da peperonata, più che un salotto politico).

A che fine 

Anche quella con Meloni è una puntata sul referendum, anche se la conversazione – ma forse dovrei dire il comizio – inizia dall’Iran e la prende un po’ più larga. L’introduzione la fa Fedez, che è contento del traguardo del suo podcast (che infatti sto guardando persino io che fino a ieri sapevo a malapena della sua esistenza), legge tre parole da una scaletta che forse poteva anche memorizzarsi (il succo è bravi noi che parliamo di politica in questo salone di bellezza), dopodiché procede a tacersi per i restanti cinquantacinque minuti di puntata.

È sbagliato aspettarsi che Fedez faccia Michele Santoro – neanche Santoro serve più a fare Santoro – però viene da chiedersi cosa la inviti a fare la presidente del Consiglio, con le cui posizioni politiche teoricamente non sei allineato, se poi le fai fare un’ora di campagna elettorale indisturbata. Qual è lo scopo? Non è il dibattito, con ogni evidenza, non è per fare una svastica in centro a Bologna, come cantava Calcutta, ma è per la più ovvia delle ragioni: fare un milione di visualizzazioni invece di 368mila.

A Pulp Meloni fa Meloni, a differenza dei suoi interlocutori è, come sempre, molto preparata e si gode la sua ora di monologo senza contraddittorio. Immagino che sia molto felice di aver accettato questo invito. Mentre Fedez sfoglia assorto la sua scaletta io penso a Nanni Moretti: di’ qualcosa di sinistra, di’ qualcosa. Invece su quei fogli ci sarà sicuramente qualcosa ma non delle domande per Giorgia Meloni. Dopo pochi minuti è chiaro che non sarà messa in difficoltà, a meno che Fedez non riveli la stampata della ricetta del manzo alla Wellington e non le chieda di infornarne uno in trenta minuti, o dalla stanza accanto non si materializzi la mia estetista con un fornellino pieno di cera brasiliana, determinata a depilarle la zona bikini.

Vincono tutti 

Invece Meloni, con il maglione un po’ lamé e il capello impeccabile, un look assolutamente filologico, potrebbe dire qualsiasi cosa: che Mussolini ha fatto anche cose buone, che la terra è piatta, che nella carbonara ci vuole la panna. Dice anche “diciamo” ( “disciamo”) una valanga di volte (43, per l’esattezza), ma per questo, come potete immaginare, non mi sento di giudicarla. Alla fine della puntata avrà parlato per il 77 per cento del tempo, mi informa un tweet di YouTrend, e avrà cucinato un ottimo filetto alla Wellington.

Quello meno famoso, che nella puntata con Di Pietro viene presentato da Fedez come l’intellettuale di riferimento, non risulta molto più incalzante del collega. Meloni fatica a prenderlo sul serio, per due volte gli dà del tu e si corregge, e anche qui non posso biasimarla: difficile trattare da adulto uno che in testa ha l’elastico che io – ma sicuramente anche Giorgia – uso per raccogliermi i capelli quando mi lavo la faccia.

Alla fine ha ragione Fedez ad essere contento della puntata, è stata un successo per tutte le parti coinvolte: per loro, che potranno monetizzare l’indignazione della gente, per gli indignati, che potranno esprimere la loro rabbia per qualche giorno in più, e ovviamente per Giorgia, che ha fatto propaganda e ceretta all’inguine in un colpo solo. Vincono tutti, mentre noi perdiamo tempo. Diciamo.

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