Cibo è il nostro inserto mensile che racconta il mondo attraverso ciò che mangiamo. Esce l’ultimo sabato di ogni mese sulla app di Domani e in edicola. In ogni numero svisceriamo un tema diverso con articoli, approfondimenti e commenti: questo mese parliamo del rapporto tra musica e cibo, a poche settimane da quando tutta l’Italia (tutta l’Italia) si fermerà per Sanremo. Qui troverete man mano tutti gli altri articoli di questo numero. In questa pagina, invece, tutti gli altri articoli di Cibo, che è anche una newsletter gratuita. Ci si iscrive a questo link.


Il legame tra musica e cibo è antico e stratificato: dai simposi greci e dalle pratiche dell’Egitto antico ai triclini romani, passando per il Medioevo, fino alla codificazione dell’età moderna, il convivio ha continuato a entrare nella rappresentazione musicale come elemento strutturale e riconoscibile.

Nell’opera lirica il cibo attraversa le partiture sotto forme diverse – brindisi, pasti rituali, locande, feste – assumendo via via un valore sempre meno accessorio e sempre più drammaturgico. Tra Sette e Ottocento, quando l’opera si fa più attenta alla costruzione psicologica e sociale dei personaggi, mangiare e bere diventano azioni cariche di significato, capaci di definire rapporti di potere, intimità, conflitto e appartenenza. Non un semplice dettaglio realistico ma un elemento musicale e teatrale che partecipa pienamente alla narrazione.

Le osterie sono un posto da cantautori

Realismo, rituale e quotidianità 

Nella Lipsia del XVIII secolo Johann Sebastian Bach compone la Cantata del caffè, un ritratto satirico della società borghese del tempo. Il libretto, firmato da Picander e da lui poi ampliato, fu scritto tra il 1732 e il 1734 per le esecuzioni al Caffè Zimmermann, sede delle attività del Collegium Musicum lipsiense. Il locale, tra i più grandi e frequentati della città, era un luogo centrale della vita musicale e culturale della classe media urbana. Sebbene la frequentazione fosse esclusivamente maschile, alle donne era consentito assistere ai concerti.

La protagonista Liesgen difende con ostinazione la propria passione per la bevanda contro il padre Schlendrian, figura dell’autorità domestica. «Il caffè è più dolce di mille baci, più soave del vino moscato», canta la giovane. Ciò che si presenta come una disputa familiare mette in scena un tema largamente discusso nella Lipsia del tempo: il consumo del caffè, prodotto relativamente nuovo e ancora costoso, e il suo ingresso nelle abitudini borghesi. Senza ricorrere a simbolismi espliciti, la cantata registra una trasformazione dei costumi e degli spazi della socialità, dal salone aristocratico alle riunioni conviviali legate alla cultura del caffè.

Ne La Traviata di Giuseppe Verdi il brindisi non è solo un momento di festa. «Libiamo, libiamo ne’ lieti calici» sublima musicalmente l’ebbrezza e la spensieratezza di un mondo che si consuma nel presente, già segnato dalla sua precarietà. Vi si accostano elenchi di vivande che affiorano – «Aranci, datteri! Caldi i marroni! … panna montata! (…) aragosta con crosta» – tutti riferimenti, che senza richiedere sempre particolari letture simboliche, offrono uno spaccato concreto delle abitudini alimentari del tempo.

A Verdi servono per costruire attraverso la convivialità musicale un immaginario di piacere mondano che il dramma rivelerà fragile, destinato a infrangersi contro la realtà della malattia e della morale sociale. La tavola imbandita rappresenta quella superficie scintillante sotto cui si consumano le contraddizioni di un'epoca e la convivialità diventa il luogo dove il destino si prepara, dove il calice alzato anticipa la caduta.

La figura di Gioacchino Rossini, al di là dei riferimenti all’interno delle sue opere, è associata anche a ricette iconiche diventate parte del repertorio gastronomico mondiale: la pizza Rossini, i Tournedos che portano il suo nome. Già Stendhal, nella biografia del 1824, documenta la passione del compositore per i tartufi (dal compositore definito il Mozart dei funghi) e il risotto. Tanto che per Waverley Root, giornalista ed esperto culinario, «Rossini avrebbe potuto diventare un buongustaio di fama se solo il suo genio musicale non avesse eclissato il suo talento gastronomico».

Giacomo Puccini sceglie una tavola imbandita come perno per l’intero secondo atto di Tosca. Qui la cena di Scarpia, simbolo di potere e di una calma minacciosa, organizza lo spazio scenico e ne determina le tensioni, mentre l’azione si muove tra la tavola, lo scrittoio, la finestra affacciata sul cortile e la stanza adiacente dove Cavaradossi viene torturato.

Nella Cavalleria rusticana Pietro Mascagni inserisce il brindisi «Viva il vino spumeggiante», invece ne L’amico Fritz, ambientata in un contesto rurale, compare il celebre “duetto delle ciliegie” tra Fritz e Suzel. L’invettiva, «Per voi ghiottoni inutili», tra il grottesco e la condanna dell’edonismo del protagonista, è sostenuto da una scrittura musicale inizialmente battagliera.

Suono e convivio

Nel 1733 Georg Philipp Telemann pubblica Musique de table, più conosciuta come Tafelmusik, una raccolta strumentale pensata per accompagnare pasti e banchetti nell’ambito della tradizione europea della musica da tavola. Con tre ampi insiemi di suite, quartetti, concerti e sonate, l’opera riflette la pratica di suonare musica non come semplice sottofondo, ma come componente integrante dell’intrattenimento musicale in contesti sociali. Telemann curò personalmente la pubblicazione ad Amburgo, attirando l’interesse di abbonati e musicisti di tutta Europa, e contribuì in tal modo alla diffusione di questo genere musicale.

Con Erik Satie il rapporto tra cibo e musica assume una dimensione programmatica. Nei Quaderni di un mammifero, il compositore francese formalizza una «dieta del musicista» dove la scelta cromatica – il bianco – diventa disciplina estetica. Il compositore francese si nutriva infatti esclusivamente di cibi bianchi.

Secolo dopo secolo si costruisce così una continuità che attraversa il tempo e le forme musicali. L’opera e la musica colta assorbono il gesto alimentare, lo traducono in ritmo e lo integrano nel pensiero musicale. Mangiare e bere non sono mai semplici azioni rappresentate, ma segni di qualcos’altro: potere, desiderio, appartenenza sociale, disciplina intellettuale.


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