Cara Giulia,

Ho 54 anni e da più di un anno vedo un uomo di pochi anni più giovane. Entrambi usciamo da separazioni complesse e abbiamo figli, genitori difficili e grossi limiti di tempo. Sarà per questo che riusciamo a vederci una volta la settimana quando va bene. Abbiamo fatto qualche gita, siamo andati al cinema e a cena, quasi sempre ci vediamo a casa sua dopo il lavoro e ceniamo, ascoltiamo musica, chiacchieriamo molto o vediamo un film. Dopo l'iniziale curiosità, ho scoperto che sessualmente mi annoia e faccio il mio dovere “coniugale” e nulla più.

Il punto è che, pur divertendomi, per più versi questo rapporto non decolla, né esplode, né inebria. Lui mi piace, è spiritoso, pieno di idee su che fare. Io porto la mia voglia di vivere, un po' di fantasia e di gusto. Mi pare che siamo a un punto morto.

Che fare?

Tua V.

Cara V.,

Mi autodenuncio sùbito: io sono di quelle persone che in cucina e nella vita raschiano la muffa dal formaggio per “salvarlo”. Le scadenze per me sono del tutto indicative e se mi casca qualcosa in terra ci soffio sopra e me lo mangio lo stesso, vale la regola dei cinque secondi. Va tutto bene, finché non va male.

La buona notizia è che non sono ancora morta per intossicazione, quella cattiva è che questo metodo, se applicato alle relazioni, può essere molto controproducente. Lo dico perché so che nella sua situazione probabilmente mi trascinerei ancora per un bel po’, soffocando malumori e rimostranze, evitando conflitti come i proiettili di Matrix, raschiando la muffa a tutto spiano, fino a lasciare una velina di formaggio insufficiente a sfamare chiunque (ora esco dalla metafora casearia, lo giuro).

Non riesco a combatterla, quest’indole conservativa che mi fa sembrare una giovane vecchia: sono per altro convinta che l’importanza del sesso nelle relazioni sia sopravvalutata (nessuno vuole vedere nuda la stessa persona per tutta la vita, la smania è destinata a finire comunque, presto o tardi) e quando lei mi scrive che il rapporto «non decolla, né esplode, né inebria» a me viene solo da risponderle che io detesto prendere l’aereo, con le esplosioni si fanno le guerre e per inebriarsi basta stappare una boccia buona. Mi perdoni la Realpolitik, ma l’amore – almeno dai trent’anni in poi – secondo me non ha bisogno di detonare o di stordirci. Deve metterci di buon umore, lasciarci dormire sereni e talvolta deve slacciarci la zip dietro la schiena, se non ci arriviamo da sole.

Detto ciò, per sua fortuna lei non è me e a occhio e croce sa già che in certi casi la regola dei cinque secondi non vale. Per non parlare della più grossa falla nel mio sistema: una volta verbalizzata l’infelicità, non si può più fare finta che non esista.

È come quel meme in cui dal vetro di una credenza vediamo una pila di piatti rovesciata, trattenuta solo dallo sportello chiuso. Sono i piatti di Schrödinger, contemporaneamente integri e già rotti, perché non è possibile intervenire in nessun modo se non aprendo la credenza, lasciandoli crollare in terra e frantumarsi. Lei la credenza l’ha già aperta: se le sembra di essere a un “punto morto”, perché mai io dovrei convincerla del contrario? Se ha visto Io e Annie di Woody Allen si ricorderà che gli squali devono continuare ad andare avanti per non morire e che le relazioni funzionano più o meno allo stesso modo.

Certo, da come ne parla mi sembra che provi affetto per quest’uomo, ma che manchi qualcosa che per lei è importante. La conclusione della sua lettera infatti mi ha colto di sorpresa: lui è spiritoso e le piace, lei ha voglia di vivere. Eppure dichiara il decesso della coppia. Perché? Mi sembra che stia cercando di razionalizzare in tutti i modi il suo istinto, ma forse per stavolta può fidarsi di sé stessa e assecondarlo. Non si lasciano solo gli stronzi, a volte anche un uomo per bene non è abbastanza. Se quello che si ritrova per le mani è uno squalo morto non le resta molto da fare, se non lasciarlo trascinare via dalla corrente o metterlo in formaldeide come quello di Damien Hirst.

C’è poi quel “dovere coniugale” di cui dovrebbe liberarsi al più presto. Prima di tutto perché non siete sposati, secondo perché se anche lo foste il Medioevo è finito da un pezzo. Lei non deve niente a nessuno, e qualsiasi relazione la faccia sentire anche minimamente costretta non è la relazione giusta. Come dice nella sua lettera, la vita è già abbastanza difficile. Ci sono gli ex, i figli, i genitori, i cartoncini degli imprevisti. Un partner dovrebbe toglierle qualche peso, non aggiungerne altri, e lei ha il diritto di divertirsi almeno un po’. Se resterete insieme, provate a parlarne. Gli uomini tendono a essere orgogliosissimi delle loro capacità amatorie, magari qualche dritta in più – servita con molto garbo – farebbe piacere anche a lui.

Purtroppo capisco che per una donna non è facile sbarazzarsi di questa abnegazione sessuale. Siamo abituate a pensare che il nostro desiderio conti meno di quello maschile, che apprezzare il sesso sia una cosa un po’ accessoria, una pretesa assurda, un ciuffo di panna superfluo (mi scusi, sono tornata sui latticini). Se riesce a disinnescare questo automatismo e a comunicare i suoi bisogni al suo compagno (che sia questo qui o il prossimo) è già a metà dell’opera, e se le serve una botta di autostima, corra a riascoltare tutte le canzoni della Carrà. Non parlano d’altro.

Nel frattempo si ricordi che per una relazione non esiste alcuna prescrizione medica, che al cinema ci può andare anche con le amiche e che se dio vuole esistono i vibratori.

Giulia

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Parla con ləi è la nuova rubrica curata da Giulia Pilotti.

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