Il libro di Silvano Cacciari ribalta l’assioma del generale Carl von Clausewitz: perché oggi la politica non governa più le condizioni dell’entrata e dell’uscita nei conflitti come strumento di extrema ratio, ma piuttosto è governata dalle traiettorie imbizzarrite della guerra ibrida
Smarrire il perimetro. Se proviamo a guardarci indietro, per fissare l’esatto punto di partenza in questo stato di guerra diffusa e maculare, ci rendiamo conto di non riuscire più a individuarne il momento d’origine.
Un riferimento probabile lo si potrebbe fissare a febbraio 2022, con l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo. Ma subito ci si renderebbe conto che ciò nulla ha a che fare con l’abominio del 7 ottobre e coi successivi crimini di Israele contro il popolo palestinese. E il disorientamento continuerebbe, nell’erratica ricerca. Si rischia di proiettarsi verso un “indietro remoto” che approda alla prima guerra del Golfo voluta dalla famiglia Bush come inizio di uno stato oscillante fra conflitti espliciti e conflitti latenti.
Ma a quel punto, perché non fare un ulteriore salto indietro e chiamare in causa l’invasione del Kuwait da parte dell’esercito iracheno di Saddam Hussein? E se invece si dovesse andare all’invasione sovietica dell’Afghanistan di inizio anni Ottanta, con cerchio chiuso dal ritorno dei talebani a Kabul oltre quarant’anni dopo?
Non se ne viene a capo, si è perso qualsiasi nesso di giustificazione. È questo il motivo per cui, in un tempo che ha visto perdere le coordinate tra periodi di guerra e di pace – altro concetto, quest’ultimo, da sottoporre a robusta revisione viste le auto-candidature al Nobel –, risulta particolarmente prezioso leggere il libro scritto da Silvano Cacciari, ricercatore dell’Università di Firenze e responsabile del CIRLab (Laboratorio sulla Cyber Security e le Relazioni Internazionali) del Polo Universitario di Prato. Il titolo del volume è Guerra. Per una nuova antropologia politica (McGraw-Hill Education, pagine 158, euro 19).
Si tratta di un volume colto, suggestivo, capace di mixare riferimenti teorici presenti nel vasto repertorio delle scienze umane e sociali come di trovare agganci coi classici della letteratura e con la cinematografia del tardo XX secolo. Con un assunto che fa da bussola per lo sviluppo della tesi: la necessità di ribaltare l’assioma di Clausewitz.
Prosecuzione di cosa
La prosecuzione della politica con altri mezzi. È questa la tesi su cui il generale Carl von Clausewitz costruiva la sua definizione di guerra. Enunciata nella prima metà del XIX secolo, tale tesi è di battuta e menzionata da allora, anche soltanto per prenderne le distanze o sottoporla a revisione critica.
Sul nesso di causa-effetto, la posizione di Cacciari è opposta: a suo giudizio i termini di quella tesi vanno ribaltati, poiché oggi è la politica a essere una prosecuzione della guerra ibrida. Che a sua volta è una condizione di sistema che ha ceduto a una dinamica fatta di frammentazioni e precarie ricomposizioni. C’è stato un punto di snodo nelle dinamiche della globalizzazione che, a un dato momento, ha fatto da solvente al confine fra spazio della guerra e spazio della pace, il terreno in cui la politica era l’attore centrale e legittimo. Difficile identificare storicamente quale sia stato il momento esatto in cui il confine ha preso a farsi evanescente.
Di sicuro, è stato il momento in cui la guerra è entrata in regime ibrido, cioè la condizione in cui il confronto bellico aperto ha smesso di essere il centro della dinamica per trasformarsi in momento nemmeno persino secondario. A dettare la linea è un complesso di concause, fatto di propaganda, influenza degli algoritmi, esacerbarsi delle arene social, incidenza del caso, pressioni da parte dell’expertise, egemonia di una finanza globale apolide.
In un contesto così ingovernabile, dove la guerra guerreggiata occupa soltanto dei frammenti di tempo e spazio, Cacciari individua le condizioni del rovesciamento: la politica non governa più le condizioni dell’entrata e dell’uscita in guerra come strumento di extrema ratio, ma piuttosto è governata dalle traiettorie imbizzarrite della guerra ibrida. Costretta a rincorrere dinamiche impronosticabili nello scoccare e nella direzione. E si tratta di una lettura quanto mai feconda, in un passaggio storico come questo dove quasi non si capisce più chi è in guerra contro chi e per quale esatta ragione.
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