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Nel mondo del cibo esiste una legge non scritta ma rigidissima: ciò che oggi è cool, domani sarà imbarazzante. E viceversa. Basta aspettare qualche anno, a volte qualche mese. Il problema non è la moda in sé — che è fisiologica — ma l’illusione collettiva che ogni nuova tendenza rappresenti finalmente la verità definitiva sull’alimentazione. Non lo è mai stata.

Se guardiamo a quello che sta succedendo adesso, il quadro è abbastanza chiaro. È cool tutto ciò che comunica tre cose: salute, autenticità e semplicità. Sono di moda le proteine, possibilmente in forma concentrata o “funzionale”, la cucina vegetale reinterpretata in chiave gourmet, i piatti piccoli e condivisibili, il comfort food rivisitato, gli ingredienti umili riscoperti — dal cavolo alle conserve di alta gamma — e l’estetica social del cibo che cola o si apre in due davanti alla telecamera. È cool anche la nostalgia: trattorie, ricette della nonna, panifici artigianali, brodi lunghi e cotture lente. Paradossalmente, l’iper-modernità ha reso desiderabile l’idea di passato.

E poi c’è la salute. La parola magica. Oggi significa soprattutto proteine, meno carne rossa, più vegetali, ingredienti “puliti”, filiere tracciabili, sostenibilità. Non è un caso che perfino la grande distribuzione stia cavalcando il tema degli ingredienti naturali e dell’assenza di additivi: il marketing segue sempre le paure alimentari dominanti del momento. Nel Novecento la paura era la carenza nutrizionale, quindi si aggiungevano vitamine ovunque; oggi la paura è l’eccesso e l’artificialità, quindi si tolgono ingredienti e si scrive “senza” sulle etichette.

Oscillazioni di grassi

Fin qui il cool. Ma cosa è imbarazzante? È imbarazzante tutto ciò che fino a ieri era cool. Pensiamo alle diete senza grassi degli anni Ottanta, che demonizzavano il burro e glorificavano prodotti industriali pieni di zucchero. Oppure alla margarina, presentata come soluzione salutare universale e poi quasi demonizzata. Le oscillazioni culturali sui grassi sono state così radicali da sembrare una barzelletta storica: ogni generazione riscrive la nutrizione secondo le proprie paure. Lo stesso vale per le diete miracolose.

Dal pompelmo degli anni Trenta alla zuppa di cavolo del dopoguerra fino al detox contemporaneo, la promessa è sempre la stessa: soluzione semplice a problema complesso. Ma le diete funzionano culturalmente proprio perché sono narrazioni più che scienza: offrono controllo in un mondo percepito come incontrollabile.

Se allarghiamo lo sguardo, scopriamo che la dinamica non è affatto nuova. Nel Rinascimento si consigliavano regimi alimentari rigidissimi per vivere cent’anni, nel Settecento si temevano le indigestioni borghesi, nell’Ottocento si celebrava la carne come simbolo di forza nazionale, nel Novecento si alternavano paura dei grassi e paura degli zuccheri. Ogni epoca ha il suo nemico nutrizionale e il suo eroe dietetico. Non cambia il meccanismo, cambia il bersaglio.

La verità è che le mode alimentari raccontano molto più la società che il cibo. Quando una società teme l’eccesso, nasce la cucina detox. Quando teme la carenza, nasce la cucina proteica. Quando teme la tecnologia, diventa cool il naturale. Quando teme il tempo che manca, diventano cool le soluzioni pronte ma “artigianali”. Non è un caso che oggi convivano tendenze apparentemente opposte: da un lato il ritorno alla tradizione, dall’altro il cibo progettato con l’intelligenza artificiale o gli snack iper-funzionali. Non è contraddizione: è ansia culturale che si esprime in forme diverse.

Prestigio e kitsch

C’è poi un elemento decisivo: il ridicolo ha un tempo di incubazione. Alcune cose sembrano raffinatissime finché non passano di moda. Pensiamo alle gelatine anni Settanta, ai piatti molecolari iper-tecnici degli anni Duemila, o — più vicino a noi — a certe bowl salutiste che tra dieci anni probabilmente ci faranno sorridere come oggi sorridiamo davanti alle foto dei buffet anni Ottanta. Il cibo è uno dei pochi ambiti in cui il prestigio sociale può trasformarsi in kitsch nel giro di una generazione.

Anche la parola “tradizione”, oggi così cool, ha una storia interessante. Nell’Ottocento la modernità alimentare era considerata un progresso: conserve industriali, zucchero raffinato, farine bianche erano simboli di benessere. Oggi, al contrario, ciò che è industriale tende a essere percepito come sospetto, mentre ciò che è artigianale appare automaticamente virtuoso. Non perché sia sempre migliore, ma perché risponde a un bisogno culturale di rassicurazione. In altre parole: non mangiamo solo nutrienti, mangiamo significati.

E qui arriviamo alla parte più divertente e un po’ crudele. Molte delle cose che oggi consideriamo raffinate o consapevoli rischiano di diventare le caricature di domani. Pensiamo all’ossessione proteica contemporanea: yogurt iper-proteici, barrette, bevande, snack. Tra vent’anni potremmo guardare queste etichette con lo stesso stupore con cui oggi guardiamo le pubblicità anni Sessanta che promettevano salute grazie alla margarina. Oppure alla retorica della sostenibilità, che è sacrosanta nei principi ma spesso trasformata in marketing superficiale: anche qui il rischio di ridicolo futuro è altissimo.

In fondo la storia del cibo insegna una cosa semplice: non esiste il cibo perfetto, esiste solo il cibo perfetto per l’immaginario di un’epoca. Le mode cambiano perché cambiano le paure, le speranze e le identità collettive. Il piatto nel piatto conta meno del mondo nella testa.

E quindi la domanda vera non è cosa sia cool oggi. La domanda interessante è: di cosa ci vergogneremo domani? Probabilmente esattamente di quello che stiamo fotografando adesso. Con filtro vintage, ovviamente.

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