Hanno vent’anni appena e guardano l’obiettivo con aria di sfida. Sono su un tetto, sigaretta in mano, appoggiate a caminetti di mattoni, poi in piedi sulla scala di emergenza che corre lungo la facciata. Devono soltanto scavalcare la finestra del salotto per ritrovarsi sulla piattaforma di metallo di questo piccolo appartamento sulla Ninth Street a New York. Hanno i capelli corti e indossano T-shirt, camicie da uomo, jeans stretti da cinture di cuoio. La loro giovinezza è esplosiva, evidente.

Eppure non si fotografano mai per strada.

Sarebbe troppo pericoloso per questa banda di liceali così apertamente lesbiche. Hanno paura che qualcuno rubi la macchina fotografica; paura dei commenti, degli sputi, dei pugni, o peggio ancora. Il movimento per i diritti delle persone omosessuali non è ancora cominciato, siamo nel 1968, un anno prima dei moti di Stonewall. Nell’attesa marinano la scuola e si ritrovano sui tetti delle loro case, si nascondono o si intrufolano di notte in bar clandestini per bere vodka e succo d’arancia a due dollari e rimorchiare ragazze come loro. Mentono ai genitori e s’inventano spazi in cui essere libere: uno di questi è l’amicizia.

Una mattina di maggio del 2024 esco dalla metro ad Astor Place e m’incammino lungo la Ninth Street. Devo raggiungere la fotografa Donna Gottschalk davanti a quello stesso palazzo dove più di cinquant’anni fa posava assieme alle sue amiche. Percorro la via nella dolcezza primaverile e non vedo l’ora di sentirla parlare della città in cui è nata. Quando attraverso finalmente la First Avenue la vedo qualche metro più in là. Le faccio un cenno di saluto con la mano e accelero il passo. Donna ha i pantaloni mimetici, una maglietta grigia e scarpe da ginnastica pitonate con la suola bianca. Ha appoggiato la giacca militare color cachi a una ringhiera davanti a lei. Quando arrivo mi sorride aggiustandosi gli occhiali, poi indica l’ingresso coperto di graffiti e dice: «Eccoci qui! Ma ai miei tempi non c’era la porta.» Guardo l’atrio, poi alzo la testa verso la facciata di mattoni rossi. Le scale di sicurezza appena ridipinte di nero sono scintillanti. Ripenso alle fotografie scattate qui, a Donna tra le sue amiche, ai loro volti giovani e seri che guardano l’obiettivo.

Mi piace, per qualche secondo, sovrappormi a loro.

Nel 1976 Donna, diciott’anni, si trasferisce in questo monolocale nella periferia di Alphabet City, fra la First Avenue e la Avenue A. Si dà un gran daffare per pagarsi quei pochi metri quadri e accumula lavoretti su lavoretti, oltre a frequentare la Cooper Union for Advancement of Science and Art. Posa per gli artisti, fa la cassiera, la conducente di carrozze a Central Park, la cameriera in una tavola calda di Manhattan. Del suo giro è la prima ad avere un appartamento, un appartamento vero, tutto per sé. E tutti sanno che accoglie chiunque ne abbia bisogno: amiche che hanno voglia di passare una serata lontane da casa, giovani persone queer cacciate dalle famiglie, adolescenti in fuga dalla violenza. Donna si ricorda i nomi di tutta la comitiva che gravitava attorno al suo monolocale. Mentre prendiamo la Avenue A ripeto con lei: «Sally, Oak, Billie, Binky, Chris, Jill, Marlene, Lynn, Sharon, Joan, Nancy, Suzy.»

Donna cammina davanti a me di buon passo e mi indica degli edifici: lì la sua vecchia scuola trasformata in negozio, qui la fabbrica di penne in cui lavoravano delle vicine, il rivenditore di televisioni, il bar in cui lavorava un’amica di sua sorella, oggi trasformato in orto condiviso. È tutto irriconoscibile e fatico a pensare che Alphabet City, questo quartiere che comprende le uniche quattro vie di New York designate da lettere, sia stato uno dei più pericolosi della città. Oggi è una zona abbastanza tranquilla, residenziale, che in certi punti ha ancora il suo carattere popolare. «Ai miei tempi non si poteva andare in giro così», dice Donna. «Era troppo pericoloso, ti avrebbero rapinata nel giro di due minuti.» Un detto locale le dà ragione: Avenue A you’re allright; Avenue B you’re brave; Avenue C you’re crazy; Avenue D you’re dead. Passare l’Avenue A era da incoscienti, se non da pazzi. Si poteva morire.

Non le faccio mai troppe domande sulle sue fotografie. So che il dolore è troppo vivo. Mi dispiace chiederle uno sforzo così grande, spingerla a rievocare questo passato in cui l’amore, l’emancipazione e il desiderio si mescolano a così tante sofferenze e lutti. A volte esito, so cosa rischio di provocarle. Eppure è proprio questo il cuore del mio lavoro: potrò proteggere solo quello che mi verrà raccontato. «Sono pronta», mi aveva detto al nostro primo incontro, «ti racconterò tutte le loro storie, e poi toccherà a te.» È un impegno che ci lega. E allora prendo appunti, chiedo precisazioni, ripeto, affino i dettagli, e di notte sogno tutti questi volti a cui sto ricomponendo un destino. Chiedo a Donna di commentare le fotografie, di guardare in faccia i suoi fantasmi. Ma quando vedo che impallidisce e che non le vengono più le parole, mi fermo.

Restiamo qualche minuto senza dire niente. Qualcuno sta suonando poco lontano e io spero di ricordarmi a lungo questo momento, noi due sedute vicine a New York, nel cuore della sua storia.

Nous autres, Hélène Giannecchini e Donna Gottschalk, Atelier EXB / GwinZegal, 2025
Nous autres, Hélène Giannecchini e Donna Gottschalk, Atelier EXB / GwinZegal, 2025
Nous autres, Hélène Giannecchini e Donna Gottschalk, Atelier EXB / GwinZegal, 2025

Traduzione di Caterina Orsenigo

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