Cento anni fa, il 10 gennaio del 1926, nasceva Nicola Matteucci, il filosofo che ha contribuito in modo determinante al rinnovamento dello studio del pensiero politico e del liberalismo in particolare. In un paese come il nostro, in cui la tradizione cattolica e il marxismo hanno rappresentato le culture politiche prevalenti, Matteucci è riuscito a coniugare la tensione morale crociana con una concezione del liberalismo aperta alla complessità e in grado di rappresentare una risposta alle sfide del presente.

Nella premessa al suo libro Filosofi politici contemporanei, in cui sono raccolti saggi su pensatori tra loro lontani, come Norberto Bobbio e Augusto del Noce, Eric Voegelin e Robert Nozick, Matteucci dichiara tutto il suo scetticismo verso un «metodo assoluto». Il primo saggio è dedicato a Benedetto Croce e l’ultimo a Friedrich von Hayek, figure che, pur con profonde differenze, esprimono, come sottolinea Matteucci, «quell’individualismo metodologico» proprio della filosofia liberale.

In questa riflessione storica e teorica, che egli stesso considera una «autobiografia intellettuale», Alexis de Tocqueville costituisce il punto di riferimento costante. Dinnanzi alla difficoltà di trovare una definizione univoca del liberalismo, Matteucci scrive che le ideologie dominanti nel Novecento sono sempre state legittimate da un Partito-Chiesa, diversamente dal pensiero liberale, una filosofia aperta, in cui si è sviluppato, kantianamente, l’uso pubblico della ragione.

Praxis e theoria

Il liberalismo, secondo Matteucci, non può aderire ai metodi di una ingegneria sociale che aspiri a rimodellare il mondo, adottando modelli di astratta razionalità, ma deve proporsi come una filosofia pratica, nella convinzione che la praxis è separata dalla theoria. La saggezza e la ragionevolezza devono allora prevalere sulle dimostrazioni logiche.

Il paradigma neopositivista, affermando la neutralità dello scienziato sociale e del giurista, considerò archiviato il rapporto tra etica e politica, proponendo, secondo Matteucci, una cattiva interpretazione della distinzione weberiana tra la avalutatività (Wertfreiheit), il giudizio di valore (Wertung) e la relazione al valore (Wertbeziehung).

In un momento in cui le scienze politiche e sociali avrebbero potuto contribuire ad orientare la partecipazione democratica nel quadro complesso di una società industriale, si realizzò così un divorzio tra giudizi di fatto e giudizi di valore e il giurista, neutrale per fedeltà al positivismo giuridico, pensò che il suo compito fosse «quello di descrivere il diritto e il suo ordinamento vigente».

Nel contrapporsi al paradigma giuspositivista, che vedeva nello stato l’unica fonte del diritto, Matteucci ha privilegiato il pluralismo giuridico, approfondendo i temi del costituzionalismo, come dimostra il suo interesse per Charles H. McIlwain, di cui curò il saggio Costituzionalismo antico e moderno. Negli anni Trenta del Novecento, McIlwain osservava che il mondo era in bilico tra la forza e il diritto, e si riconosceva in una dimensione etica, scrive Matteucci, che poteva essere condivisa da Benedetto Croce e da Friedrich Meinecke. McIlwain rilevava come nell’Inghilterra medioevale il potere del Re fosse limitato dalla common law e collegava l’assolutismo all’età moderna, in cui rex facit legem, un principio opposto rispetto alla tradizione giuridica medioevale, in cui lex facit regem.

Ai “modernisti”, che lo accusavano di essere fautore di una restaurazione medioevale, rispondeva che avrebbero dovuto trarre grande vantaggio da quegli esempi, per non correre il rischio di riconoscere in Benito Mussolini e in Adolf Hitler due estreme conseguenze del giuspositivismo.

Se nell’ambito dei poteri discrezionali (gubernaculum), il Re medioevale era del tutto autonomo, sul piano della giustizia (jurisdictio) era soggetto alla legge. Questo equilibrio era naturalmente precario, sottolinea Matteucci, e, in caso di conflitto, era inevitabile il ricorso alla forza. La Rivoluzione americana diede una soluzione istituzionale a tale conflitto attraverso la fundamental law, e affidò alla Corte Suprema il compito di vigilare sulla costituzionalità delle leggi, come sarebbe avvenuto, in forme simili, in Europa dopo la sconfitta dei totalitarismi, che avevano identificato il diritto con la forza.

Un limite ai poteri dello stato 

Matteucci riteneva che il compito più elevato del liberalismo consistesse nel limitare i poteri statali e, guardando alla storia italiana, non condivideva, ad esempio, la tesi secondo cui Silvio Spaventa avesse rappresentato la massima espressione della Destra storica.

Quando Spaventa scriveva, in La politica della Destra, che lo stato, orientandoci al bene comune, «è il nostro volere stesso», accoglieva in pieno il concetto hegeliano dello stato etico, ripreso in seguito da Giovanni Gentile. In tale prospettiva, lo stato, scriveva Croce in Etica e politica, diveniva «la concretezza stessa della vita morale» ed era innalzato «al fastigio sul quale Kant aveva posto la vita morale».

Per Croce, come per Matteucci, lo stato coincidendo con il governo, vede avversari o nemici in quanti propongono un cambiamento politico, mentre la vita morale «abbraccia in sé gli uomini di governo e i loro avversari». Nel pensiero contemporaneo Matteucci ritrovava gli echi della teoria crociana dei distinti nel filosofo americano Michael Walzer, che nel suo libro Sfere di giustizia ha elaborato una concezione del liberalismo in cui è garantita la distinzione e l’autonomia tra i vari ambiti della vita civile e politica.

Matteucci dedica a Marco Minghetti uno scritto che definisce polemico nei confronti di quegli studiosi di storia delle dottrine politiche inclini a riservare un posto di rilievo, nel pensiero liberale italiano dell’Ottocento, agli hegeliani di Napoli. Minghetti, evidenzia Matteucci, «si era invece formato su un antihegeliano come Alexis de Tocqueville» e attribuiva allo stato una mera funzione di supplenza, necessaria solo quando gli individui non riuscissero a svolgere determinate funzioni.

Preferiva definire lo stato come «governo rappresentativo», e attribuiva un’importanza fondamentale alla società civile. Nella difesa di Minghetti, emerge l’attenzione di Matteucci verso le autonomie locali, ritenute da Tocqueville un elemento essenziale per difendere la democrazia dal controllo burocratico. In molte pagine de La democrazia in America, riprese da Matteucci, affiora il timore che l’indebolimento dei poteri intermedi favorisca un rapporto diretto tra popolo e leader, alimentando quelle derive populiste che, come accade anche oggi, corrodono le democrazie.

«Sottofondo antimoderno»

Nella prefazione alla seconda edizione de Il liberalismo in un mondo in trasformazione, Matteucci scriveva, nel 1992, che nel miscuglio tra «il reazionario e l’apocalittico» di quel tempo si poteva osservare un palese rifiuto della società industriale capitalista, che coinvolgeva in generale il modello liberaldemocratico e rendeva inoltre impossibile dare consistenza a una politica estera credibile. In quel clima dai toni populisti avvertiva «il sottofondo antimoderno della cultura italiana», che attraversava tanto il mondo cattolico quanto il mondo comunista. Tutto ciò induceva a cercare «il riscatto dell’Europa fuori dall’Occidente».

Nel 1976, in uno dei saggi raccolti in Dal populismo al compromesso storico, aveva scritto che la proposta berlingueriana, se realizzata, si sarebbe rivelata «una definitiva spartizione del potere tra la Dc e il Pci, (…) la peggiore soluzione che ci si possa augurare per il futuro della democrazia italiana, perché le toglie ogni possibile forma di opposizione».

Le sue valutazioni, severamente critiche verso le strategie della sinistra, lo distinguevano dal profilo più dialogante di Bobbio, con il quale aveva curato il Dizionario di politica per la Utet, insieme a Gianfranco Pasquino. Nel saggio su Bobbio, in Filosofi politici contemporanei, scriveva che il filosofo torinese, affrontando il tema del totalitarismo, non aveva tenuto adeguatamente conto del lavoro di Hannah Arendt. Associava questa scelta a «quel falso pudore che ci impedisce di accostare e di comparare, sotto il profilo dell’organizzazione del potere, nazismo e comunismo».

Edmondo Berselli, in Venerati maestri, ricordava di «avere respirato pensiero liberale tutte le mattine», imparando ogni cosa di Tocqueville e di Croce, negli anni in cui condivideva, con Matteucci, lo stesso studio presso il Mulino, a Bologna. Quando aveva voglia di alleggerire la discussione, annotava Berselli, inseriva qualche piccolo riferimento a Bobbio, osservando divertito «le sue smorfie rivolte all’incerto liberalismo del maestro torinese», le cui aperture verso la sinistra apparivano eccessive a Matteucci, che non mancava di sottolineare, beffardamente, come lo stesso Ralf Dahrendorf, parlando di Bobbio, dicesse: «Forse è un liberale».

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