Filippo Uttinacci, in arte Fulminacci, è fra i nomi più attesi di quest’anno e fra i candidati più credibili per il podio. È al suo secondo Sanremo, dopo quello allucinato del 2021 (nel senso che il teatro era vuoto per via del Covid, e la sensazione era post-apocalittica). Promette che sarà comunque diverso: allora aveva 23 anni, oggi 28, allora arrivò sedicesimo e oggi… chissà. Comunque già Santa Marinella era piaciuta al pubblico indie e non solo, ottenendo il disco d’oro. Un po’ di esperienza in più potrebbe fare la differenza.

Stupida sfortuna

Fulminacci fa parte di questa nuova generazione di cantautori, che dai padri adottivi ha preso il gusto per le storie. E dalla contemporaneità ha preso i suoni più strutturati e il modo di trattare certi temi. Nella canzone di questo Sanremo, Stupida sfortuna, racconta la solitudine, ma lo fa con quel tono ironico che lo caratterizza. Non c’è tragicità, è una solitudine quotidiana, quasi domestica, che si insinua nelle abitudini e nei pensieri senza fare rumore: «E se mi stai ancora cercando / Sono dove stavo ieri / Ho solo più pensieri / Un po’ meno fiducia / E qualche buona scusa».

«L’ironia per me è una cura: una cura alla tristezza, alla malinconia, alla paura e all’ansia», ha raccontato a Domani. Stupida sfortuna nasce dunque da questo equilibrio tra inquietudine e leggerezza. È il racconto di un cammino notturno in solitaria, una specie di bilancio personale in cui si ripensano errori e tentativi di crescita. È una canzone aperta e volutamente vaga, in modo che ognuno possa inserirci dentro la propria storia.

Ansia generazionale

Ma la paura è anche un tema ricorrente che ben descrive la generazione dei venti-trentenni, costantemente in ansia: per ciò che accade nel mondo, per il futuro precario, per l’ambiente a rischio e per una tecnologia invasiva. È un sottofondo permanente, dentro al quale ognuno deve cercare di vivere, al meglio delle sue possibilità.

Romano, classe 1997, Fulminacci ha costruito la propria identità artistica raccontando questa ordinarietà non ordinaria, nelle periferie senza epica, nei sentimenti contraddittori, nella maschilità fragile e non performativa.

Come ha raccontato a Domani, non si riconosce nei modelli maschili dominanti e non ha mai sentito la necessità di incarnare un’idea di forza o di invulnerabilità. Anzi, considera la debolezza una condizione umana inevitabile, e persino un modo per vivere con più serenità.

Calcinacci a Sanremo

Il palco dell’Ariston è il posto perfetto dove misurare questa fragilità. Ma lui – ricorda – ci è arrivato per gradi: prima per il premio Tenco, poi nel teatro deserto e ora finalmente per un festival canonico.

Il nuovo disco, Calcinacci, uscirà il 13 marzo e nasce proprio dalle macerie personali e dal tentativo di capire cosa costruire dopo la prima parte della propria vita. A trent’anni si fanno i primi bilanci e soprattutto si vive del confronto con le esperienze altrui. «Sto facendo i conti con quello che ho fatto finora», ha spiegato a Domani.

Vincere Sanremo sarebbe un bel modo per dare corpo a questo bilancio. Ma già essere nella prima parte della classifica (magari quinto) sarebbe un grande balzo rispetto del 2021. Intanto nella serata dei duetti si esibirà sul palco con Francesca Fagnani: un altro modo per passare e lasciare il segno, comunque vada a finire.

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