«L'ironia per me è una cura: una cura alla tristezza, alla malinconia, alla paura e all'ansia». Fulminacci è tra i cantautori più apprezzati della sua generazione per quel misto di leggerezza e ansia generazionale di cui cosparge i suoi brani. Torna a Sanremo dopo esserci stato l’anno del Covid, quando ha «passato le giornate in albergo a fare interviste su zoom vestito solo nella parte superiore del corpo, la classica tenuta da videocall». Il suo brano, Stupida sfortuna è tra quelli che hanno ottenuto i voti più alti dopo gli ascolti, ma lui dice di voler arrivare quinto: «Sarebbe bellissimo», dice a Domani. «Arrivare primo è un miracolo che accade a una persona sola, non è per forza un obiettivo». Soprattutto per lui che a Sanremo va per giocare. Tanto che la serata dei duetti, la condividerà con Francesca Fagnani, in una Parole parole all’insegna dell’incontro tra linguaggi diversi. «È veramente simpatica, ha voglia di divertirsi e di mostrare il suo lato leggero e giocoso. L’ho scelta perché, a modo suo, anche lei performa».

Nel frattempo Fulminacci scherza a distanza con l’amica «vera, nella vita», Ditonellapiaga. Se si troveranno sul podio insieme e dovesse vincere uno dei due, non faranno finta di essere felici. «Gli tirerò una scarpa», dice lei. «Fa benissimo». fa eco lui. «All’apertura della busta, quando si capisce chi vince, chi perde è sempre contentissimo. Ma non può essere vero! Hai perso, devi essere triste».

In arrivo c’è un disco, due tour, Palazzacci e quello estivo, e un cortometraggio con Pietro Sermonti.

Il contesto è molto Boris, perché è metacinema: giriamo una cosa e si parla di altro. Non è un videoclip ma un vero corto in cui io recito e racconta lo stato d’animo con cui ho scritto il disco. Volevo che fosse accompagnato da un prodotto audiovisivo che non fosse per forza un videoclip.

Qual è la Stupida sfortuna di cui parla nel suo brano?

È quella di sempre, molto vaga. Io sono vago perché quando scrivo mi arrivano delle emozioni, degli impulsi emotivi, che traduco in parole, musica e melodia, però poi mi piace che ognuno ci veda la sua storia dentro. In questo modo anche io capisco ancora meglio quello di cui parlo. È una canzone in cui cammino di notte da solo e rifletto sulle cose che ho fatto della vita, su cosa ho sbagliato. E cerco di migliorare. È comunque un brano che, non so bene perché, canto col sorriso, ha una sua leggerezza.

In Borghese canta: «Loro non hanno né tempo né voglia di avere paura», In Stupida sfortuna c’è una «gelida gelida paura». È qualcosa di permanente con cui convivere?
Sì, io ho paura. Per me c'è sempre stata, la cito almeno nel venti per cento delle mie canzoni. La paura è un sentimento che mi muove molto anche se so che è sbagliato, perché non è un movimento attivo, ma passivo. E, sì, la mia generazione è molto spaventata. Tutte le sono state per motivi diversi, ma noi abbiamo anche tantissime paure legate ad aspetti ecologici oltre che umani. E dobbiamo conviverci per forza.

Il nuovo disco si chiama Calcinacci, quali sono le macerie che vede e da dove ripartire per ricostruire?

Le mie sono di natura personale. Perché ho 28 anni, sono sulla soglia dei 30 anni e sto un po' facendo i conti con quello che ho fatto fino adesso. E anche qui torno alla paura, a quella di diventare grande una volta per tutte. Alla maturità come necessità, come qualcosa di obbligatorio, anche se mi sento ancora un bambino. Sto cercando di costruirmi, di trovare una forma che, poi, tanto, definitiva non può essere mai.

I suoi testi tratteggiano personaggi maschili, spesso, confusi, emotivi. Quanto è difficile oggi, anche nella musica, raccontare una mascolinità che non sia performativa?

È una cosa che proprio non mi appartiene, grazie all’educazione che ho ricevuto, sono stato molto fortunato. Non ho avuto modelli maschili tossici, prevaricatori in modo patriarcale. Non sono radicato in dinamiche che prevedono che l’uomo deve essere forte, deve primeggiare, non deve piangere. E questo mi aiuta a vivere in modo molto più sereno rispetto a persone che si fanno problemi per cose che non esistono. Mi dispiace per chi rifiuta la debolezza, pensa quanto devono soffrire. Anche nella musica mi annoierebbe molto incarnare il prototipo del maschio - per fortuna superato in gran parte - prevaricatore e senza emozioni, senza debolezze. Che poi non è vero, è impossibile non averne.

Ha parlato di una generazione, la sua, che fa molta attenzione alla salute mentale, è un tema che torna spesso anche tra i suoi coetanei artisti. Quanto è importante parlarne?

Secondo me è importantissimo. E credo che tantissime persone della mia età facciano dei percorsi psicoterapeutici e si prendono cura di loro stessi molto di più dei propri genitori che, invece, hanno magari radicato delle cose sbagliate che hanno lavorato nel tempo e si sono trasformate in comportamenti disfunzionali. Da questo punto di vista noi stiamo meglio, anche se potremmo risultare un po’ infantili. È pieno di trentenni che si sentono bambini, ma penso sia giusto. Siamo in un periodo di rivoluzione, è fisiologico che ci siano delle cose un pelo estreme. In fondo, anche i Beatles venivano considerati Satana dai genitori dell’epoca.

Faccio due nomi: Franco 126 e Tuttifenomeni, i due ospiti di Calcinacci, cosa le piace di loro?

Hanno la mia profonda stima, la scelta di averli nel disco racconta tantissimo di me. Sono due personaggi diversissimi tra di loro nell'estetica, nella narrativa, nella poetica. Franco è capace di creare dei quadri perfetti, delle descrizioni minuziose che suonano bene e che sono anche poetiche, è un grande autore. Invece Giorgio, Tuttifenomeni è più della scuola Battiato, un filosofo, un poeta maledetto, a volte più astratto, a volte molto ironico, in modo intelligente.

Se le chiedono da dove viene risponde che è di Roma ovest, ma lo sa che nell’immaginario, di fatto, non esiste?

È proprio questo che ho sempre raccontato, anche in Borghese. Che sono di periferia, ma non quella inflazionata raccontata nelle serie tv sulla criminalità. Sono nato dove non succede niente, quindi non dico che ne sono orgoglioso, ma ne devo parlare perché è per forza nel mio biglietto da visita.

Le persone di Roma ovest che conosco sarebbero orgogliosi di queste parole.
Sì, ma non si sentono, non mi dicono niente, perché nessuno gli dà un microfono? Io, effettivamente, ho sempre frequentato altre zone, era solo casa per me quella, ma poi prendevo la macchina, mezz'ora di macchina, oppure mezzi che non arrivavano mai e andavo da altre parti. Forse a Roma ovest fanno tutti così.

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