Cinquant’anni fa una giovane donna americana, che faticava a tirare avanti col marito e due figli, recuperò dal cesto della spazzatura un dattiloscritto del marito, e la storia della letteratura cambiò per sempre. La donna si chiamava Tabitha Spruce, e da allora in poi smise di faticare per tirare avanti; suo marito si chiamava Stephen King e il titolo del dattiloscritto era Carrie.

Nel nostro immaginario

È impossibile esagerare l’importanza di King nell’ambito della contemporanea cultura mondiale. Durante questo mezzo secolo ha pubblicato più di sessanta romanzi e più di duecento racconti, ha venduto più di cinquecento milioni di copie, e le sue opere sono state trasposte in più di sessanta tra film e serie tv. 

Molti grandi registi si sono cimentati coi suoi incubi, e molti grandi scrittori lo hanno preso come punto di riferimento. Ciò significa che il suo immaginario è entrato a far parte del nostro senza che nemmeno ce ne accorgessimo, allo stesso modo in cui l’ossigeno fa parte dell’atmosfera che respiriamo. King è divenuto, per parafrasare il titolo di un’antologia di qualche tempo fa, una qualità dell’aria.

E non è nemmeno tutto qui.

Oltre i confini

La sensazione è che King non si sia limitato a contagiare il mondo delle idee, ma che ne abbia espanso i confini. Da un lato ha messo in luce e ridefinito, più e meglio di chiunque altro, certe zone molto sensibili dell’animo umano, trasformando l’orrore cosmico di H. P. Lovecraft e quello romantico di Edgar Allan Poe in qualcosa di straordinariamente prossimo e concreto (il dito che esce senza alcuna spiegazione logica dal buco del lavandino nell’omonimo racconto contenuto nella raccolta Incubi e deliri testimonia bene la capacità di King di evocare paure ataviche partendo dalla nostra quotidianità più banale).

Pensiamo a come il narratore del Maine ci ha raccontato il cuore di tenebra della provincia (Le notti di Salem, Cose preziose, Under the dome), o il bullismo e la violenza contro i più deboli (Carrie appunto, o Christine, o It), oppure il dolore quotidiano e terribile di tante famiglie disfunzionali, da Shining a Cujo passando di nuovo per Carrie fino ad arrivare di nuovo a It.

Dall’altro lato però egli ha inventato nuovi simboli da ascrivere all’immenso territorio della letteratura fantastica, regalandoci icone dotate di un’efficacia plastica e fulminante – il volto bianco di cerone del clown Pennywise, la casa sperduta tra le nevi dove Paul Sheldon è chiamato a far risorgere Misery, il cimitero maledetto dei cuccioli o l’albergo dannato sulle montagne, la macchina che si muove senza nessuno alla guida, il cane idrofobo o ancora, perché no, la nostra Carrie White, l’incarnazione di ogni liceale incompreso.

Sfidare la cultura

C’è insomma, nella narrativa di King, un duplice movimento dal cui attrito scaturiscono capolavori: un sommo grado di realismo, in ragione del quale King è capace di far apparire dinanzi ai nostri occhi intere comunità sin nei minimi dettagli, va a cozzare con una visionarietà senza eguali (pensiamo solo al vertiginoso multiverso della saga della Torre nera); ed ecco allora che i personaggi kinghiani, così tridimensionali e così intimi, si ritrovano al centro di vicende impossibili, dove le nostre categorie smarriscono e tutto ciò che resta è qualcosa di assai simile alla fede.

Qui emerge l’estrema inattualità di King, un autore sulla cresta dell’onda da così tanti lustri eppure, paradossalmente, così autonomo e per certi versi solitario. In tempi di materialismo e di edonismo, egli riporta con ostinazione al centro l’aspetto più nascosto e misterioso, e forse anche il più negletto dell’esistenza umana, illuminando con storie di incredibile fulgore lo iato fra razionale e irrazionale, reale e irreale, psicologico e spirituale.

Del resto, fin da ragazzo non gli è mai interessato cavalcare la cultura dominante; semmai la sua sconsiderata ambizione – ma a conti fatti ha avuto ragione lui – era quella di correggere, modificare, rifondare.

Nutritosi precocemente, oltre che dei classici e della Bibbia, di letteratura di genere, fumetti e poi cinema, King ha con matura consapevolezza traghettato la cultura popolare verso gli ambiti della cultura alta, infrangendo barriere che sembravano indistruttibili e pagando in prima persona l’improntitudine con un perdurante ostracismo (degli esperti; il pubblico lo ha sempre amato).

Ci sono voluti decenni, infatti, prima che una buona parte della critica cominciasse a prendere le sue opere con la dovuta serietà, e tutt’oggi stupisce la sua totale assenza dagli albi d’oro del Pulitzer o del National Book Award – lui, che ha attraversato e segnato un’epoca.

Alti e bassi

A onor del vero, non tutta la sua carriera si è mantenuta, com’è ovvio, sugli stessi livelli. Dopo il prodigioso decennio che va dal 1977 al 1987, cioè dai trenta ai quarant’anni di età, quando fu capace d’infilare una serie irripetibile di capolavori (fra gli altri citiamo Shining, L’ombra dello scorpione, La zona morta, Cujo, Christine, Stagioni diverse, Pet Sematary, It, Misery), accusò una fase calante, benché non priva di gioielli (Dolores Claiborne, Il miglio verde). E anche dopo l’incidente che nel 1999 ha rischiato di ucciderlo impiegò parecchio a riprendersi, fino a produrre ancora romanzi notevoli (La storia di Lisey, Revival) o notevolissimi (il magnifico 22/11/’63).

Il libro su Kennedy e sugli scherzi del tempo, pubblicato nel 2011, resta forse al momento la sua ultima grande prova.

Il senso di King

EPA

King continua a scrivere in maniera torrenziale e a produrre un libro all’anno, ma sembra aver perso il tocco magico. Ciò non toglie che nessuno come lui, nella tarda modernità, sia stato in grado di sintonizzarsi sulle paure, sui bisogni, sui desideri e sulle tendenze dell’umanità industrializzata e poi globalizzata che siamo divenuti.

È come se nella sua persona si fossero fusi il dottor Freud e Sherazade, Shakespeare e Jung, Dickens e i fratelli Grimm, un sociologo e un babau, un bambino e uno sciamano. Senza alcuna prosopopea intellettualistica, e con molta e acuminata sapienza, il romanziere americano ha insegnato a milioni, a miliardi d’individui a sognare.

Come scrisse già tanti anni orsono Beniamino Placido, ripreso da Severino Cesari nell’introduzione al saggio di King Danse macabre: «Che senso ha una scena letteraria odierna senza quel tal giovanotto che vive nel Maine e lì rielabora le favole del quotidiano horror americano, senza quel formidabile produttore di moderni miti?». Un senso dimidiato, sarebbe la risposta giusta alla domanda di Placido. Complimento più grande, per uno scrittore, davvero non riesco a immaginarlo.

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