Pubblichiamo alcuni stralci della relazione di apertura di Michele Colucci, ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di studi sul Mediterraneo, al convegno “Insegnare la storia delle migrazioni. All’università, a scuola, nella società” che si terrà il 19 e 20 marzo all’Università di Torino, Palazzo Nuovo
La storia delle migrazioni rappresenta oggi un terreno di ricerca e di sperimentazione in ambito didattico che occorre prendere molto sul serio, rafforzando competenze, strategie e metodologie. Per lungo tempo i temi migratori sono entrati all’interno della progettazione curriculare delle materie storiche in modo discontinuo e intermittente, veicolando spesso contenuti incentrati su luoghi comuni e retoriche che invece di favorire la comprensione dei fenomeni hanno incentivato approcci superficiali e consolatori.
Di fronte alla presenza strutturale delle migrazioni nella società e nel dibattito pubblico è necessario un salto di qualità, capace di restituire questa centralità anche nella didattica della storia, sia nella scuola primaria sia nella scuola secondaria. Le attuali proposte manualistiche non aiutano questa necessità.
Guardiamo ai manuali dedicati alla storia contemporanea maggiormente adottati. La presenza degli spostamenti di popolazione viene generalmente introdotta nel caso italiano in coincidenza con le conseguenze dell’unificazione nazionale, per poi sparire e ricomparire brevemente a proposito dell’età giolittiana. Si producono così già almeno due danni.
Da un lato le migrazioni vengono raccontate come un “problema” dell’unificazione, adottando un’ottica che costruisce l’immagine di una sorta di anomalia, che rovina un ipotetico equilibrio armonico a livello sociale ed economico. Dall’altro lato le migrazioni vengono descritte associandole in modo diretto alla “questione meridionale”, condannando gli studenti a doverle perennemente contestualizzare solo dentro le contraddizioni del Mezzogiorno.
Al contrario, sappiamo ormai da lungo tempo che l’emigrazione è un fenomeno nazionale, che anzi inizia e prende corpo nelle regioni centro-settentrionali per poi estendersi in modo significativo anche al Sud, alla fine dell’Ottocento e soprattutto agli inizi del Novecento.
Facendo tesoro delle acquisizioni più innovative della storia della scienza, della tecnologia e dei trasporti è molto utile invece mettere a fuoco le migrazioni a largo raggio, anche intercontinentali, come un frutto maturo della rivoluzione industriale, collegando così la storia italiana a quella globale, partendo dai vorticosi cambiamenti sociali ed economici che gli studenti hanno imparato a conoscere fin dallo studio del Settecento.
Anche l’approfondimento dell’emigrazione italiana si può così inquadrare come una scelta effettuata dai soggetti nella cornice di una comparazione tra costi e benefici, senza rinunciare a raccontare le dimensioni più drammatiche di questa scelta ma superando il paradigma della “perdita”, intimamente legato a una concezione dell’emigrazione maturata all’interno del nazionalismo storiografico.
Le lezioni di storia proseguono, i manuali procedono capitolo per capitolo e le migrazioni scompaiono. Qualche accenno ai profughi legati alle guerre mondiali, il richiamo all’emigrazione antifascista ancora generalmente costruito solo attorno a singole figure esemplari e non come esperienza di massa, una nuova attenzione all’emigrazione nel periodo della ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale.
Come se nel frattempo nulla fosse accaduto, ecco di nuovo le immagini delle navi e dei treni degli anni ‘50, insieme alla novità, spacciata per tale, della grande migrazione interna. Ancora una volta all’emigrazione si associano pauperismo, miseria e vittimizzazione.
Le grandi tappe della storia dell’Italia repubblicana vengono sviscerate facendo a meno del contributo centrale della dimensione migratoria: la ripresa economica, l’integrazione europea, l’autunno caldo, lo Statuto dei lavoratori solo per ricordarne qualcuna.
Perché invece non rovesciare questa distorsione, raccontando ad esempio che nella Costituzione repubblicana si parla in sequenza nei 12 principi fondamentali di uno Stato che intende accogliere i richiedenti asilo e che intende ripudiare la guerra? In questo modo si può mettere in relazione l’esperienza costituente con l’antifascismo in esilio, costruendo ancora una volta un ponte all’interno di una programmazione didattica che invece fatica a mettere in dialogo le diverse epoche storiche.
Studiando le grandi trasformazioni legate al miracolo economico si può altresì inquadrare la società italiana come risultato degli effetti dei grandi processi migratori: l’urbanizzazione, la liberazione delle donne, la partecipazione di massa, la sprovincializzazione culturale solo per citarne qualcuno.
Nei capitoli dedicati ai recenti processi di globalizzazione non mancano ormai riferimenti e informazioni all’immigrazione straniera. I medesimi limiti evidenti nelle precedenti stagioni storiche si ripropongono e questa volta sono caricati di visioni che costruiscono una grande polarizzazione: l’immigrazione viene percepita o come un problema di ordine pubblico destinato a degenerare in conflittualità costante oppure viene raccontata come una questione umanitaria.
Manca ancora uno sguardo che sappia ricostruire la geografia dei luoghi di partenza, le motivazioni, i progetti che stanno alla base delle migrazioni, come pure le molteplici forme di inserimento nei luoghi di arrivo, a partire proprio dalla vivacità delle nuove generazioni figlie dell’immigrazione. Chi vive ogni giorno la scuola conosce le reazioni, tra ironia e indignazione, degli studenti e delle studentesse che hanno vissuto direttamente l’esperienza migratoria quando vengono a contatto con i manuali che dovrebbero parlare di loro. Ma che evidentemente parlano di qualcos’altro.
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