Il teatro ha un rapporto forte col fuoco. Se lo intendiamo come il radunarsi intorno a qualcosa per raccontare delle storie, il teatro coincide col fuoco. Perché in effetti il teatro non è un qualcosa di definito. Si compone di ciò che lo attraversa: le persone che si radunano e le storie che si ripetono.

Un teatro che prende fuoco è una scomparsa di senso dal mondo, la perdita di un luogo che lavora per la diffusione di significato. Un luogo che si muove ed agisce contro ogni regola di mercato del nostro presente, contro la legge di natura e l’entropia: un tentativo di conservazione di commedie e personaggi che continuano a prendere forme diverse e voci e volti diversi pur di esistere ancora.

L’incendio di un teatro è una ferita per tutta una città, lo è oggi, come lo è stato ogni volta che è accaduto. C’è un qualcosa di indifeso in questi edifici, nella loro ingenuità, nella loro ostinazione verso un mestiere così semplice ma necessario.

Una storia antica 

Il teatro Sannazaro ha un soprannome: la bomboniera di Chiaia. Ha una storia antica, come tutti i teatri. Si cita sempre Eleonora Duse, tra gli interpreti che l’hanno frequentato, e poi Eduardo Scarpetta, trionfante con ‘Na santarella nel 1889 e in scena per l’ultima volta con O miedeco de pazze. Lo strenuo antifascista, deputato aventiniano e contraltare di Pirandello, Roberto Bracco. E ancora: Sarah Bernhardt, Ermete Zacconi. La rinascita con Nino Veglia e Luisa Conte. Più recentemente Toni Servillo, regista e interprete di Pirandello e di Viviani.

Il Sannazaro è stato abitato dai contemporanei, da opere di Rafael Spregelburd e Peter Brook, Mattew Lengton e Jan Fabre. Abitato, perché quando un teatro scompare, per gli attori, i registi e gli autori, è come perdere una casa. Casa in tutti i sensi, perché il Sannazaro è uno dei pochi teatri italiani a mantenere un repertorio.

Oggi, mentre scrivo, le cause dell’incendio non sono ancora note, e manca quindi un senso. Per due motivi: perché c’è un posto in meno nel mondo che, appunto, si sforza di produrre senso, e perché non c’è giustificazione per un atto del genere, se risultasse doloso.

Sopravvivere

Quello che però resta vero, sempre, è che i teatri sono come le storie che rappresentano: sopravvivono al cambiamento e anche alla fine delle cose, è la loro missione. Per questo ho usato il presente, parlando del Sannazaro. I teatri si spostano addirittura, riemergono, vengono ricostruiti, trasformano la loro struttura, cambiano persino il nome, a volte diventano dei cinema per qualche anno, ma alla fine ritornano. È una profezia e un augurio.

A nessuno dispiace che il Globe, il teatro di William Shakespeare, sia una replica spostata di qualche centinaio di metri rispetto all’originale. Non ci facciamo caso: è comunque il teatro di Shakespeare. E in un momento storico come quello che stiamo vivendo, è necessario più che mai aggrapparsi ai luoghi dove le persone si raccolgono, ancora una volta, contro il senso di marcia del mondo.

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