Il 6 maggio di cinquant’anni fa Gemona diventa l’epicentro di una delle peggiori catastrofi della storia d’Italia. In Quando le rondini tornano Messetti racconta dolore, ricostruzione e quotidianità di chi ha abitato quelle zone
Cerchiamo in tutti i modi di dimenticare gli eventi spiacevoli; se non possiamo farlo con quelli che ci riguardano direttamente – perché ci perseguitano nei minuti prima di addormentarci e perché diventano parte di noi – sicuramente cerchiamo di dimenticare gli eventi spiacevoli che sono successi agli altri. Le ricorrenze dei disastri si trasformano a volte in giornate commemorative vuote, frasi retoriche, e cioè frasi che si ripetono senza aggiunta di significato. E così diventano davvero insopportabili. Cosa ricordare e perché ricordare il grande terremoto del Friuli del 1976, di cui il 6 maggio ricorre il cinquantesimo anniversario? È un’occasione per celebrare una vaga idea di “Italia resiliente” o un vero momento di riflessione collettiva? Cosa dice davvero di noi, della nostra fiducia oggi nelle istituzioni e negli altri?
Giada Messetti, nel saggio narrativo Quando tornano le rondini. Friuli 1976-2026: memorie di un terremoto (Mondadori), fa un’operazione opposta alla retorica: all’interno di una tragedia collettiva si addentra nelle storie delle persone e lì trova significati nuovi. Quello di cui parla questo libro, oltre che una tragedia, è Storia: la nostra storia, di come il paese ha fronteggiato quel particolare evento, delle risorse che ha messo in campo, economiche ma anche sociali, organizzative, politiche, specifiche decisioni che hanno combattuto l’immobilismo. Messetti non le racconta tanto per fare del “modello Friuli” un santino o un esempio virtuoso, ma per capire come eravamo e come siamo cambiati – e sì, anche cosa abbiamo capito – a seguito di quell’evento devastante e nei decenni successivi.
La storia, le storie
Il 6 maggio 1976 il paese di Gemona del Friuli è stato l’epicentro del terremoto di magnitudo 6.5 che è uno dei disastri naturali più gravi della storia italiana, ma che è anche stato per certi versi un modello per la ricostruzione – il novanta per cento degli edifici persi erano stati ricostruiti dieci anni dopo, per questo è nata l’espressione “modello Friuli”.
Gemona è proprio il paese in cui Giada Messetti è cresciuta, e per scrivere questo libro l’autrice è tornata e si è assunta la responsabilità di raccogliere le storie personali di alcuni suoi compaesani. Una responsabilità resa più grande proprio perché queste sono persone della sua vita, persone che la conoscono in alcuni casi da quando era bambina. Messetti – saggista, esperta di Cina – non è una cronista, e raccoglie le storie che a un cronista non sarebbero mai state raccontate, non in questo modo: commovente ma a tratti buffo, una meditazione sul destino e sulla forza d’animo.
È per la sua presenza invisibile – la presenza dell’autrice che è anche amica, ex bambina, faccia conosciuta – che le storie prendono vita, si arricchiscono di dettagli. «Tu ti ricordi, tu sai», sono frasi che ricorrono. Messetti è nata nel 1981, anni dopo il terremoto, ma c’è una conoscenza delle circostanze, dei luoghi, di «un prima e un dopo», la conoscenza che si eredita insieme alle proprie origini.
Così anche noi lettori vogliamo sapere, vogliamo sentire: la storia di Flavio per esempio, che da bambino sapeva che voleva fare il fotografo. Aveva una zia che per la stagione estiva si trasferiva in Germania, dove gestiva una gelateria con il marito. Per questo cedeva la casa di Gemona alla famiglia di Flavio, perché la mamma si potesse occupare anche dei cugini, che rimanevano in Italia per finire l’anno scolastico. La casa era più grande, più bella, e la famiglia di Flavio era contenta di trasferirsi lì per ragioni pratiche. Ma è quella casa a crollare nel 1976, e a uccidere il fratello di Flavio ed entrambi i suoi genitori. Tutta la sua famiglia. L’edificio dove abitavano i genitori di Flavio invece rimane in piedi. Lui era fuori per l’università, e rientrando in paese qualcuno gli aveva detto che aveva visto i suoi. Non era vero, un errore, magari un augurio. È un’epoca in cui le informazioni viaggiano lentamente, e un quotidiano del 7 maggio, il giorno dopo, riporta solo due morti. I morti saranno quasi mille.
Le storie
Ma in questo libro trovano spazio storie di ricostruzione e la quotidianità della vita nelle “baracche”, la case provvisorie in cui anche Giada ha vissuto per i primi due anni di vita, prima che fosse pronta la nuova casa ricostruita nel centro storico di Gemona, in via XX Settembre.
La prima storia del libro è intitolata “Figlia del terremoto”, e parla proprio dell’autrice, che poi non comparirà più in prima persona. Per tutta la durata del racconto la parola è data ai protagonisti che raccontano ognuno la propria storia, all’apparenza senza interventi dell’autrice, che però è presente nella confidenza, nella fiducia, e nella dolcezza struggente delle parole di questi protagonisti – c’è un legame particolare fra persone che condividono gli stessi luoghi, e non ha bisogno di una prima persona per emergere. Le testimonianze si alternano a parti saggistiche in cui Messetti dimostra la grande capacità di ricerca, analisi e sintesi già dimostrata nella trilogia di saggi sulla Cina.
Ma qui siamo in Italia, molto vicino a casa, anche metaforicamente. La storia di Giada, che prende lo spazio di poche pagine all’inizio, è la storia di una bambina che mentre gioca con le bambole nella casa appena ricostruita, ripete le espressioni che sente dagli operai impegnati nella ricostruzione. La maestra dell’asilo convoca i genitori, e per un po’ la fonte di quelle parole ripetute resta un mistero – è una storia che ha una levità, non è la storia di un trauma, ma è molto efficace nel riportare quanto i luoghi e in particolare questo luogo, quelle circostanze eccezionali sono compenetrate nell’infanzia e nella giovinezza delle persone che oggi raccontano di sé ai tempi, della propria quotidianità, del grande senso di comunità di chi viveva nelle “baracche”.
Ci sono anche piccolezze, meschinità umane e l’analisi di come la collettività ha gestito gli egoismi e prepotenze. Non è certo una pastorale sulla vita da terremotati, ma è un resoconto che lascia in piena vista anche la luce che ha attraversato gli anni successivi a quell’evento.
Un altro racconto è la storia di Mila, la madre di Giada, che ha conosciuto il padre Pietro proprio “grazie” al terremoto. Come quasi tutti i genitori della comunità di Gemona, Mila raramente parlava del terremoto ai figli. Anche perché c’è una resistenza da parte dei figli nel vedere i genitori come persone, con i propri traumi e desideri.
Solo quando, ventenne, Giada sente la madre commuoversi per aver ritrovato una fotografia di sé stessa quindicenne – gliel’ha mandata un amico di penna che l’aveva ritrovata molti anni dopo, sapendo che doveva essere importante per lei che aveva perso tutto. È solo allora che Giada capisce pienamente cosa deve aver significato per la madre “perdere tutto”. Assenza di immagini, cancellazione dell’esperienza precedente, il corpo che ricorda una polvere indelebile. E la figlia diventa adulta, così il terremoto si lega anche alla sua vita.
Quando le rondini tornano. Friuli 1976: memorie di un terremoto (Mondadori 2026, pp. 215, euro 19) è un libro di Giada Messetti
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