Dal Godard di Linklater al thriller sociale di Akihiro Hata fino alla Portobello del caso Tortora di un maestro del cinema come Bellocchio senza rinunciare agli esordi che graffiano lo schermo come il Tienimi presente di Alberto Palmiero. Ecco le scelte delle migliori opere cinematografiche uscite in sala nell’ultimo mese
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Nouvelle vague
«È la storia di Godard che gira A’bout de souffle raccontata con lo stile e lo spirito di Godard che gira A’bout de souffle»: Richard Linklater dixit. La full immersion nel 1959 e nel making del film-manifesto della generazione dei Cahiers du Cinéma è un must. Venti giorni (di riprese) che non sconvolsero il mondo ma il cinema sì. Quattro premi César (anche per la regia), bianco e nero di rigore e sfrenata passione cinefila. Ma anche l’ironia corrosiva di un regista americano refrattario al timore reverenziale che avrebbe paralizzato molti colleghi francesi. Jean-Luc Godard ha trent’anni, il ventottenne amico Francois Truffaut ha appena trionfato a Cannes con I 400 colpi e lui scalpita perché “sono l’ultimo dei Cahiers a dirigere”. Da trompe l’oeil la squadra di attori chiamata a replicare Godard, Truffaut, Chabrol, Belmondo e la divina Jean Seberg, star di Otto Preminger con un destino tragico e coraggioso. “Quello che serve per fare un film è una ragazza e una pistola” (Godard). Molto più che un amarcord da cultori, lo spirito in nuce del Maggio francese. Ce n’est qu’un début.
A’bout de souffle (Fino all’ultimo respiro)
Imperativo abbinare il ripasso dell’originale al film di Linklater. La Cineteca di Bologna lo rimanda provvidenzialmente in sala restaurato. Opera prima di un critico che – parole sue –«mira all’anarchia intellettuale e morale» e scardina senza ritegno ogni regola, tecnica e prassi del cinema classico. Triade di firme da capogiro: Jean-Luc Godard (regia), Francois Truffaut (soggetto), Claude Chabrol (consulenza). Ma la sceneggiatura è un work in progress limato giorno per giorno al Café Notre-Dame. È l’esistenzialismo gallico condito con l’hard boiled dei B-movie americani, sottogenere Monogram Pictures (la piccola etichetta cui il film è dedicato), e con l’iconografia Bogart. Truffaut non faceva morire Jean-Paul Belmondo-Michel Poiccard, Godard sì. Cameo alert! J.-P. G. himself nel film è il passante che riconosce il ricercato su France-Soir e avverte i gendarmi.
Grand Ciel
The Fog, cult low budget dell’horror soprannturale A.D. 1980, diventa metafora del capitalismo e dei suoi sacrifici umani. C’è molto John Carpenter dietro il thriller sociale di Akihiro Hata, attore nippo-francese al suo primo film lungo. Come e perché si muore sul lavoro, risucchiati dal black hole del profitto. Il genere è il codice che dilata simbolicamente le ‘vite vendute’ degli operai interinali all’opera per un nuovo smart district. Protocolli di sicurezza, embrioni di sindacalizzazione: l’ultima incarnazione del Capitale ha fatto terra bruciata. Se uno schiavo salariato misteriosamente scompare - magari immigrato, magari sans papier – basta rimuovere un nome dal registro del personale. Il ricatto del precariato trasforma i disperati come Vincent (Daniel Bonnard) in spie aziendali. Dietro l’angolo c’è la distopia espressionista di Metropolis, con i grattacieli dei ricchi e ‘le braccia’ relegate a vita nel sottosuolo. Guarda caso Fritz Lang la datava al nostro 2026.
La sposa! (The Bride!)
WoW! onorario del mese. Maggie Gyllenhaal scrive, dirige e produce il più spericolato suicidio commerciale e la polpetta più sventatamente femminista del post #MeToo. Mary Shelley (Jesse Buckley) dall’oltretomba dà un sequel al suo Frankenstein con il cadavere di una escort assassinata (sempre Jesse Buckley) che allevia la solitudine di Frank(enstein) ma sembra afflitta dalla Sindrome di Tourette. Finiranno sforacchiati come Bonnie & Clyde non prima di aver lanciato il movimento #MeToo nel tratto Chicago- New York del 1936. Cast iperbolico da famiglia allargata: Peter Sarsgaard (marito), Jake Gyllenhaal (fratello), e i sodali Christian Bale, Annette Bening e Penélope Cruz. Il riferimento è al classico del 1935 firmato James Whale - con Elsa Lanchester nel doppio ruolo - e il celebre slogan di Bartleby lo scrivano sembra un monito al pubblico pagante: I’d prefer not to.
Pillion- Amore senza freni
Ray è uno statuario biker gay, Colin un provinciale timido, bruttino e inesperto. L’incompatibilità estetica di Alexander Skarsgard e Harry Melling non impedisce a una love story irrituale di grondare desiderio, erotismo e romance. Altra opera prima: l’esordiente Harry Lighton rilegge liberamente Box Hill, romanzo britannico cult di Adam Mars-Jones. Lighton – premiato al cannese Un Certain Regard 2025 per la sceneggiatura – non semplifica, non imbelletta e non scantona sul sesso esplicito. Moto, cuoio fetish e marmitte rombanti ma anche clonazione dei ruoli binari convenzionali. Colin (il ‘cugino Dudley’di Harry Potter, stupefacente) cucina, ha una catena canina al collo e subisce. Ma con amore. Chi appartiene alla Terra di Mezzo allergica all’ acronimo BDSM (Bondage/Disciplina, Dominazione/Sottomissione, Sadismo/Masochismo) magari si astenga.
Tienimi presente
Opera prima, ancora (liberi di crocifiggermi), ma eccezionalmente Made in Italy. Chissà se il carismatico endorsement di Marco Bellocchio su Instagram aiuterà a non smaterializzare dalle sale il piccolo bel film scritto, diretto e interpretato dal trentenne Alberto Palmiero: “La sua bellezza è discreta, gentile e perciò rara di questi tempi in cui tanti cercano soltanto di stupire- il vuoto dello stupore. [..] Non ci sono cattivi, il male non viene additato, però nella sua grazia rivela un’ansia, un’angoscia reale per il presente..”. Il post è lungo perché il progetto è nato nel laboratorio giovanile agostano di Bellocchio ed è prodotto dalla sua Kavac Film con Gianluca Arcopinto. Inizio film da antologia, con le comparsate autoironiche dei produttori medesimi. Può ricordare il primo Nanni Moretti (senza respiro politico) e il disincanto malinconico del conterraneo Troisi. Autofiction fatta in casa, con gli amici e i genitori veri a fare stessi, il ‘corto’ incensato in provincia e il sogno -infranto- del cinema. Però, chissà.
Se potessi ti prenderei a calci (If I Had Legs I’d Kick You)
L’humour noir grottesco di Mary Bronstein (che scrive e dirige) ha la classica impronta Sundance+A24 e la madre-psicoterapeuta stressata di Rose Byrne, premiata a Berlino, ha la sua brava nomination Oscar nella casella Best Actress. E’la condizione femminile universale di quando hai superato la fase sull’orlo-di-una-crisi-di-nervi, tutti i guai precipitano in simultanea e frequenti i corsi di autostima It’s not your fault. La voragine sul soffitto che inonda casa, l’infermità stravagante di una figlia che non si vede mai, il bebè che la paziente ti scarica in studio sono eventi reali o proiezioni lynchiane di ansia? La risposta si aggira nei closeup abrasivi sul volto di Rose Byrne. Cameo alert: Bronstein è la Dr. Spring della clinica, il rapper A$AP Rocky il ragazzo del Motel, Christian Slater è il marito (programmaticamente) assente.
Baciami, stupido (Kiss Me, Stupid)
Non è in sala ma resiste eroicamente su Prime Video (senza quota extra) e when you feel blue è un tiramisù. Nel 1964 un Billy Wilder (minore?) strapazza sfrontatamente i tre Principi Guida del Codice Hayes, che detterà legge fino al 1968: non indirizzare la simpatia del pubblico verso comportamenti devianti, presentare solo standard di vita corretti, mai ridicolizzare la Legge, umana o divina. Una conturbante Kim Novak as Polly ‘la Bomba’, Dean Martin as himself che incarna il maschilismo tossico dei Rat Pack, Ray Walston as compositore di paese in cerca di gloria e Felicia Farr as moglie troppo bella per esporla alle grinfie del Divo decretano i benefici materiali e morali dell’infedeltà coniugale. Mai happily ever after fu più dissacrante: è la mia fonte perenne di serotonina.
Portobello
Purtroppo per la serie – imperdibile - di M. Bellocchio su Tortora tocca per forza abbonarsi a HBO Max. Metatelevisione. Horror realistico. Sturm und Drang. Ma che fa ragionare. Attorialità e autorialità. Musica registica che si guarda. Sto plagiando (da dilettante) lo stile critico di J.-P. Godard sui Cahiers, quando non stroncava. Scriveva così: sostantivo e punto. La Nouvelle Vague è roba che dà assuefazione.
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