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Dichiararsi astemi in una trattoria produce quasi sempre un piccolo collasso narrativo. Sul tavolo scende un’aria di delusione palpabile, il cameriere inclina appena la testa, qualcuno sorride con premura. Questo lo so, perché in genere sono io a provocarla e ci ho fatto l’abitudine.

Per fortuna dura pochi istanti e poi svanisce. Quello che rimane è la minaccia, neanche troppo vaga, delle pareti. Si dà il caso che mi piaccia mangiare nelle trattorie, anche in quelle che hanno trasformato dei vecchi proverbi in cimeli impolverati di merchandising.

Slogan

In questi anni ho letto diversi slogan susseguirsi attorno a me: «Non fidarti di chi beve acqua», «Risparmia acqua, bevi vino», «Chi non beve in compagnia è un ladro o una spia», «Un pasto senza vino si chiama colazione», «Mejo puzzà de vino che d’acqua santa», «L’acqua dalla alle piante» e così via. Suppongo che questa lieve aggressività affettuosa sia sembrata a lungo il linguaggio naturale dell’ospitalità. Adesso produce soprattutto profondo imbarazzo.

Il punto non riguarda il vino, naturalmente. Riguarda il racconto del vino, l’idea di vita che quelle pareti continuano a recitare con ostinazione: calorica, rumorosa, indulgente, espansiva, convinta che il piacere abbia necessariamente bisogno di volume, di gesti larghi, di una certa pressione affettiva scambiata molto spesso per autenticità. Dentro quel racconto, bere dovrebbe segnalare disinvoltura, carattere, maturità, appartenenza al mondo adulto e ai suoi vizi. Una piccola ribellione al decoro, una difesa della gioia contro il puritanesimo.

È un’immaginazione sociale piuttosto datata, figlia di un tempo in cui il bere apparteneva all’alfabeto della virilità, dell’espansività, della simpatia obbligatoria, e il rifiuto veniva letto come fragilità, snobismo, moralismo, cattivo umore. Quelle battute continuano a comparire sulle pareti come se custodissero una sapienza popolare degna di essere tramandata, come se “risparmia acqua, bevi vino” fosse ancora un lampo geniale di spirito.

Vecchio codice

Tuttavia raccontano soprattutto una goffaggine culturale. Un codice sociale vecchio, rigido, performativo, fondato su un’idea della convivialità, nel suo immaginario più profondo, fondamentalmente eterosessuale. Il piacere deve essere esibito, il carattere confermato, l’appartenenza ribadita. Tutto chiede di partecipare a una precisa idea della vita.

La trattoria, in realtà, racconta spesso qualcosa di molto più bello di tutto questo. Racconta convivialità senza formalismi, il mangiare come linguaggio comune, la generosità, il piacere di stare a tavola senza ansia da prestazione gastronomica. Proprio per questo stonano i motti appesi come ammonimenti, i riflessi automatici, la diffidenza travestita da scherzo. Danno l’impressione di un luogo che vuole apparire franco, popolare, carnale, immune dai raffinati malanni della contemporaneità, e finisce per imitare una caricatura di sé. Assomiglia all’equivalente di quel simpaticone che posta la foto di una bistecca con la caption “ciao vegani”.

Nelle sue versioni peggiori, quelle moltiplicate con zelo da franchising dell’autoritarismo folklorico, questo repertorio reagisce a ogni variazione come a un attacco personale alla tradizione. Una tradizione, a quel punto, stranamente fragile. Teme l’acqua tonica, le opzioni vegane, il senza glutine, il senza lattosio, l’astensione alcolica, l’informazione sugli allergeni. L’astemio entra nella stessa costellazione simbolica del vegano, del cliente che chiede se c’è qualcosa senza lattosio, della persona che domanda quali allergeni siano presenti. Questo tipo di folklore ha smesso da un pezzo di essere pittoresco ed è diventato cringe. Un bel bicchiere di acqua leggermente frizzante, invece, non lo sarà mai.


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