Per arrivare al Windmill bisogna lasciarsi alle spalle la Londra musicale delle cartoline e salire lungo Brixton Hill, nel sud della città, finché davanti a un complesso di case popolari compare un pub che potrebbe sembrare qualunque altro locale inglese. Per anni, sul tetto piatto, c’era anche un rottweiler. Si chiamava Ben e aveva preso l’abitudine di affacciarsi sui vicini Blenheim Gardens; dal 2007 fino alla sua morte, nel 2015, per tutti è diventato Roof Dog, abbastanza famoso da finire sulle magliette e dare il nome a una birra. Non era stato pensato per diventare il simbolo del locale: lo era diventato semplicemente standoci sopra. È un dettaglio che racconta bene il Windmill, un posto che ha costruito la propria mitologia senza decidere in anticipo cosa sarebbe diventato.

Una stanza fondamentale

Costruito nel 1971 per servire il vicino complesso residenziale, per decenni il Windmill è stato soprattutto un pub di quartiere legato alla comunità irlandese e soltanto nei primi anni Duemila ha cominciato a trasformarsi in un vero locale musicale. Dentro entrano circa 150 persone, il palco è basso e quasi attaccato al pubblico, mentre nel cortile sul retro musicisti e spettatori si incontrano tra un set e l’altro. Nulla sembra progettato per produrre una scena, eppure questa stanza è diventata uno degli indirizzi fondamentali per capire la musica britannica degli ultimi quindici anni.

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Qui hanno trovato casa gli Shame, i black midi hanno suonato quando erano poco più che adolescenti, mentre i Black Country, New Road hanno costruito al Windmill parte della propria identità dal vivo. Negli anni da quella stanza sono passati anche nomi diventati internazionali: The xx, Metronomy e Florence Welch, quando ancora si esibiva senza i The Machine. I War on Drugs vi hanno tenuto il loro primo concerto londinese e i Vaccines il primo show in assoluto; più recentemente sono arrivati i Fontaines D.C. e le Last Dinner Party, che hanno suonato su quel palco prima ancora di pubblicare una canzone.

Senza definizioni 

La stampa britannica ha provato a tenere insieme tutto questo con il termine Windmill scene, anche se basta ascoltare quelle band per capire quanto la definizione sia problematica. Gli Shame partono dal post-punk, i black midi hanno spinto quella stagione verso strutture più oblique, mentre i primi Black Country, New Road tenevano insieme post-rock e musica da camera. Persino Tim Perry, che programma le serate del Windmill dai primi anni Duemila, ha sempre guardato con sospetto alla parola “scena”. Se una scena esiste, insomma, va cercata fuori dalle canzoni.

Quando Perry ha cominciato a occuparsi del calendario, il Windmill stava perdendo parte del proprio pubblico tradizionale e lui, che arrivava dal giornalismo musicale, ha iniziato a portare sul palco ciò che trovava interessante senza preoccuparsi troppo delle etichette. Essere fuori dai circuiti più centrali di Londra sembrava uno svantaggio, ma ha finito per diventare una forza: se qualcuno doveva spingersi fino a Brixton Hill, bisognava offrirgli una ragione per farlo.

La regola è rimasta semplice: una band non deve dimostrare in anticipo di poter riempire la sala e, se il progetto convince, può suonare anche davanti a dieci persone. Il 90 per cento dell’incasso va agli artisti, ma soprattutto il locale concede tempo, qualcosa che nei piccoli circuiti tende sempre più a sparire. Al Windmill una band può fare un brutto concerto e tornare, cambiare formazione o scoprire che una canzone non funziona.

I New Music Mondays, gratuiti, servono anche a questo; poi, quando gli amplificatori si spengono, le band si conoscono e continuano a frequentare il pub anche nelle serate in cui non devono suonare. Una testimonianza di come quella scena sia cresciuta sera dopo sera esiste grazie all’archivio di Lou Smith, fotografo e videomaker che è arrivato per la prima volta al pub nel 2011 e da allora ha continuato a riprendere i concerti.

Nei suoi video il pubblico attraversa l’inquadratura, la telecamera viene urtata e il suono a volte si satura. Una delle registrazioni più emblematiche risale al dicembre 2019, quando black midi e Black Country, New Road sono tornati al Windmill e si sono fusi per una sera nei Black Midi, New Road. Più che un semplice concerto, è stato il ritorno di due gruppi ormai proiettati sulla scena internazionale nel luogo che li aveva visti crescere.

Pochi mesi dopo quel posto ha rischiato di non riaprire più. Durante la pandemia il Music Venue Trust ha inserito il Windmill tra i trenta locali britannici in pericolo immediato e il pub, escluso dal principale fondo per la cultura perché non era una limited company, si è dovuto affidare alla comunità costruita negli anni. La raccolta fondi ha superato le 97 mila sterline e sembrava quasi la restituzione di un debito: il Windmill aveva dato spazio a quelle band quando interessavano a poche decine di persone, ora erano loro, insieme ai fan, a permettergli di restare aperto.

La storia, però, non si è trasformata in nostalgia. I black midi sono entrati in pausa, il frontman Isaac Wood ha lasciato i Black Country, New Road, ma a Brixton Hill il ricambio non si è mai fermato. Negli ultimi anni attorno al Windmill è cresciuta un’altra generazione: O., Man/Woman/Chainsaw, The Orchestra (For Now), Little Grandad, Westside Cowboy e mary in the junkyard. Gli ultimi due sono arrivati quest’anno al disco d’esordio, rispettivamente It Goes On e Role Model Hermit, entrambi accolti con favore dalla critica. Non sono i nuovi black midi, né il Windmill sembra interessato a trovarli.

Una possibilità sempre più rara

È proprio questo a renderlo importante mentre il circuito britannico dei piccoli concerti attraversa una crisi profonda. Nel 2025, nel Regno Unito, hanno chiuso trenta locali indipendenti e più della metà di quelli rimasti non ha prodotto profitti. Il Windmill continua a difendere il suo spazio, mantenendo prezzi accessibili e programmando musica quasi ogni sera senza pretendere che chi sale sul palco abbia già un pubblico. In fondo ciò che offre è la possibilità, sempre più rara, di non essere ancora pronti. Per questo la cosiddetta Windmill scene funziona soltanto se si smette di pensare a una scena come a un genere musicale. In Italia abbiamo spesso fatto il percorso opposto, trasformando parole come indie nell’etichetta di un’estetica e poi di un mercato; al Windmill, invece, una scena continua a nascere prima di tutto da un luogo e dalle relazioni che riesce a creare.

Sul tetto Ben non c’è più e alcune delle band che suonavano davanti a poche decine di persone sono finite sui palchi dei grandi festival. A Brixton Hill, invece, il palco è rimasto dov’era. «Windmill, windmill for the land», cantavano i Gorillaz in Feel Good Inc.. Oltre vent’anni dopo, a Brixton, ce n’è uno che continua davvero a girare: non perché sappia da dove arriverà la prossima grande band britannica, ma perché continua a dare un palco a chi ancora non sa cosa diventerà.

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