Qualcuno dovrebbe provare a contare il numero di riforme impantanatesi nei meandri del parlamento della Repubblica italiana. Impresa resa ancora più ardua dal costante ricorrere dei temi in esame, tra decine di riassetti riguardanti giustizia, scuola, pensioni, fisco e sanità… Talvolta i propositi si sono concretizzati in leggi che hanno dato forma alle aspirazioni originarie.

Più spesso sono stati posticipati non appena gli appelli all’urgenza riformista — lanciati da Europa, mondo economico o società — sono divenuti meno pressanti. In queste settimane torniamo a confrontarci sulla riforma istituzionale in senso federale, materia già in voga a partire dagli anni Novanta, oggi tornata vigorosamente al centro dell’agenda politica governativa, insieme ad un’altra apparentemente inconciliabile come il presidenzialismo.

La sfiducia

Il fatto è che, a prescindere da chi la pronunci, in Italia la parola “riforma” è tanto apprezzata pubblicamente quanto osteggiata in privato, specie una volta entrati nel merito dei contenuti. E pensare che siamo il paese erede di quel Machiavelli che ci ha spiegato come uno stato incapace di riformarsi sia destinato alla decadenza.

Tuttavia, già cinquecento anni fa, l’autore de Il Principe ci avvertiva che ogni novità è causa di un inevitabile malcontento. È alla politica che spetta prevenirlo, dimostrando ai cittadini che i mezzi predisposti dalla riforma avanzata promuovono un fine più virtuoso rispetto ad interessi di parte. Per parafrasare Deng Xiaoping, «se decidi di adottare un gatto, non importa se sia nero o bianco, basta che catturi il topo».

Gli italiani, tuttavia, sembrano avere la tendenza a dubitare dei mezzi e a mettere puntualmente in discussione il fine stesso delle riforme: il sospetto è che il colore del gatto sia stato scelto deliberatamente per qualche torbida ragione e che forse non ci sia davvero tutto questo bisogno di catturare il topo.

Corporativismo

Può darsi sia il nostro retaggio storico-culturale che ha finito per costruire una società fortemente corporativa piuttosto che collettiva: viviamo ogni proposta di riforma col timore che possa ledere i nostri interessi individuali, quelli della nostra categoria, o del nostro territorio. Di per sé non c’è niente di male a cercare di tutelarci di fronte a un cambiamento. Il problema è che queste battaglie non sono sempre accompagnate da una chiara “cultura della complicità”, ma piuttosto dalla “cultura della spettanza”.

La “cultura della complicità” implica che, per quanto possano toccarci sul vivo, le novità del legislatore siano recepite come un tentativo in ogni caso positivo di adeguare la norma ai cambiamenti sociali. Con la nostra corporazione poi valuteremo i pro e contro del provvedimento, ma rimarremo comunque “complici” della sua necessità.

La “cultura della spettanza” cambia il punto di vista: si ha la pretesa che lo stato provveda ad accordarci “ciò che ci spetta” e a mettere la nostra corporazione nella condizione di realizzare i propri interessi al massimo grado. Ogni riforma è ben accetta, ma solo se ogni potenziale regresso per la nostra categoria è adeguatamente scongiurato. Dato che nessuna riforma potrà mai soddisfare i requisiti di tutte le corporazioni, diventa pressoché fisiologico che il rinnovamento si blocchi.

Complicità

È chiaro che, se il “corporativismo” fosse accompagnato dalla “cultura della complicità”, ogni valutazione su un provvedimento metterebbe accanto all’impatto sulla sfera privata anche una riflessione sulla sua dimensione pubblica. Ma perché ciò possa accadere servirebbe una politica capace di coinvolgere i cittadini, di farli sentire parte di un progetto collettivo per cui la realizzazione individuale è, allo stesso tempo, parte e funzione di una finalità più grande.

In questo contesto le riforme non verrebbero percepite esclusivamente come un sacrificio insopportabile, bensì anche come un investimento su noi stessi: potremo certo vincere o perdere insieme, ma intanto saremo stati capaci di procuraci un gatto.

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