All’ora di pranzo le strade del centro storico di Castelvetrano sono deserte. I pochi ristoranti sono chiusi per ferie. La trattoria “da Giovanni” no, è aperta. È una gestione familiare senza pretese, ha tavoli in legno, la cucina è casalinga. Non passano inosservati due ritratti del bandito Giuliano appesi al muro: si tratta del mafioso di Montelepre trasformato in mito da cosa nostra, coinvolto nell’eccidio del 1948 di Portella della Ginestra, e ritrovato cadavere a Castelvetrano, a pochi metri dalla trattoria “da Giovanni”.

A ritrovarlo settant’anni fa è stato proprio il titolare, Giovanni, che è anche lo zio del super latitante Matteo Messina Denaro, il capo della mafia della provincia di Trapani, introvabile da 28 anni. «Avevo riconosciuto il volto di Giuliano perché qualche tempo prima mi aveva regalato mille lire, che all’epoca era un’enormità», racconta Giovanni seduto dietro una scrivania mentre dà ordini a figli e nipoti, unici camerieri della sala. Del latitante Matteo, però, non vogliono sentire parlare.

«Siamo gente onesta, lavoratori», dice il figlio di Giovanni mentre ci accompagna fuori dal locale per mostrarci dove i reparti speciali dei carabinieri hanno piazzato le telecamere puntate sull’uscio della trattoria. «Siamo sotto controllo perenne, le televisioni ci fanno brutta pubblicità, una volta è passato un signore di Milano per chiederci di intercedere con Messina Denaro affinché ritrovasse il camion che gli avevano rubato al Nord». Al boss seppure latitante riconoscono l’autorità, è lui che può risolvere un problema, più rapidamente degli uomini di Legge.

La trattoria da "Giovanni", lo zio di Messina Denaro in fondo seduto, sul muro appesa la foto del bandito Salvatore Giuliano: il malvivente trasformato in icona dalla mafia siciliana, in paladino dei più poveri. A ritrovare il corpo a Castelvetrano fu proprio lo zio del latitante

La storia di Messina Denaro è prima di tutto un affare di famiglia. Ma è soprattutto un sistema di potere, che resiste a retate e centinaia di arresti, cementato dalle relazioni con politici, imprenditoria, servitori infedeli dello stato. Perché una latitanza così lunga è impossibile da reggere senza appoggi, connivenze e soldi, montagne di soldi. Messina Denaro ha molti soprannomi: “L’invisibile”, “Diabolik”, “lo Zio”.

Al netto dei suoi nomi in codice, è di certo l’ultimo dei latitanti della mafia siciliana, l’ultimo dei padrini coinvolti nella stagione delle stragi che hanno insanguinato l’Italia dal ’92 al ’94. Ma è anche regista di trame finanziarie che hanno garantito profitti costanti al suo clan: dagli investimenti nel settore delle energie rinnovabili al turismo fino alla grande distribuzione e alla filiera dell’agroindustria.

In sequenza sono stati arrestati e condannati il re dell’eolico, Vito Nicastri, con un patrimonio valutato in un miliardo di euro, e Giuseppe Grigoli, il re dei supermercati, monopolista del marchio Despar nella Sicilia orientale. Accusati di essere la cassaforte del boss, le loro aziende e i loro tesori sono stati confiscati. Eppure “lo Zio” è ancora un fantasma, con una pletora di imprenditori al suo servizio, custodi del tesoro della famiglia di Castelvetrano e finanziatori della latitanza del capo.

Uomini d’affari secondo cui il problema di questa terra non è la mafia, piuttosto l’antimafia. Un gioco di specchi come nei romanzi di Montalbano scritti da Andrea Camilleri, dove tra il bianco e il nero non c’è alcun grado di separazione, ma una vasta zona grigia da decifrare. Silenzi e protettori sono l’assicurazione sulla vita del latitante.

Dal 1993 Matteo Messina Denaro è irreperibile, ricercato in tutto il pianeta, introvabile nonostante il dispiegamento di forze e le numerose procure della repubblica che lavorano al caso. Chi lo protegge? Come finanzia la latitanza che dura da quasi tre lustri? Il viaggio del Domani inizia nella roccaforte del potere del ricercato numero uno, arriva in Toscana e passa dalla Calabria. Da Castelvetrano, alfa e omega della parabola del boss di cosa nostra, a Viareggio, attraverso i misteriosi luoghi dell’Aspromonte calabrese. Sulle tracce del padrino diventato negli anni icona per molte giovani leve dell’esercito di cosa nostra.

Antefatto

La carovana composta da un camion e da almeno quattro auto era arrivata in perfetto orario a San Luca, alle pendici dell’Aspromonte, nello spicchio di provincia di Reggio Calabria affacciata sul mare Jonio. Giunto nel paese che ha dato i natali allo scrittore Corrado Alvaro ma anche ai clan più potenti della ‘ndrangheta, l’esercito di don Ciccio Messina Denaro è stato scortato in un luogo sicuro. Il padre di Matteo non si era spinto fin lì da Castelvetrano, provincia di Trapani, per un giro turistico.

Trasportava 160 chili di cocaina. Al ritorno avrebbero riportato il camion carico di fucili da guerra marca Norinco. Nel mezzo, tra lo scarico della droga e il carico di armi, don Ciccio e il boss locale di San Luca (clan Nirta) hanno pranzato per sancire l’alleanza, «una bella tavolata a base di carne di capra», ricorda un pentito siciliano che aveva preso parte alla spedizione. La trattativa era stata condotta alla pari, tra cosa nostra e ‘ndrangheta. Rapporti che negli anni sarebbero serviti, utili a entrambi gli schieramenti. E questo che può sembrare un dettaglio dei tanti in una delle solite storie di mafia, è in realtà un tassello decisivo per comprendere il potere di Matteo Messina Denaro.

La spedizione in Calabria del padre di Matteo Messina Denaro risale al 1991. Un anno prima delle stragi di Capaci e via D’Amelio, dell’uccisione dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e due dall’inizio della latitanza di Matteo Messina Denaro. La trasferta in Calabria è uno dei segreti mai raccontati e meglio custoditi dalla famiglia del latitante, perché è anche grazie a questa sinergia con le cosche della ‘ndrangheta che il boss ha ottenuto protezioni, soldi e uomini pronti a gestire i suoi movimenti.

Non è un caso che in una inchiesta antidroga dell’antimafia di Reggio Calabria sulle cosche della zona jonica spunti il nome del super latitante. Atti giudiziari che confermano la sinergia tra i Messina Denaro e la ‘ndrangheta, considerata l’organizzazione più ramificata e ricca. 

Matteo Messina Denaro: il padrino dai mille volti. Domani racconta i suoi segreti e la rete finanziaria. Un viaggio che parte da Castelvetrano e arriva in Toscana. Dove si nasconde l'ultimo boss della stagione stragista ancora ricercato? Un racconto che è anche un documentario di 18 minuti e che qui pubblichiamo in tre atti. (Ilustrazione di Valentina Vinci)

Tra leggenda e realtà

«Matteo Messina Denaro è il capo mafia di Castelvetrano, è l’ultimo dei corleonesi nel senso che è stato il referente del feroce gruppo mafioso di Corleone retto da Totò Riina, il capo dei capi», dice Giacomo Di Girolamo, giornalista di Tp24 autore di un libro inchiesta sul padrino di Castelvetrano. Di Girolamo spiega che Messina Denaro è diventato il pupillo di Riina perché il padre, don Ciccio, era alleato dei Corleonesi nella seconda guerra di mafia, capolinea dei vecchi capi della mafia palermitana, quella cittadina e nobiliare. «Matteo Messina Denaro da giovane era già un predestinato», dice Di Girolamo.

La spietatezza lessicale è parte del personaggio: «Con le persone che ho ucciso potrei riempirci un cimitero», Di Girolamo riporta le confidenze di chi ha conosciuto il boss. «Un giorno un vigile urbano lo ha multato perché aveva parcheggiato l’auto troppo vicino a una fontana a Mazara del Vallo, il giorno dopo la macchina del vigile è stata bruciata», racconto il giornalista. L’antagonismo con le istituzioni era solo una parte da recitare.

Con i politici, forze dell’ordine e magistrati corrotti, Matteo Messina aveva già instaurato un dialogo. Così come suo padre, Francesco: intoccabile a tal punto da morire libero nel 1998 di morte naturale seppure da latitante. Il suo corpo è stato fatto ritrovare in campagna, vestito in abito scuro, pronto per la cerimonia funebre. Il padre di Matteo era un capo, rispettato anche dalla borghesia locale: era il campiere, il guardiano, dei terreni della famiglia D’Alì, che ha espresso banchieri e politici, come Antonio, senatore e sottosegretario al ministero dell’Interno nel governo Berlusconi dal 2001 al 2006. Il ministero che si occupa di coordinare la ricerca dei latitanti più pericolosi.

D’Alì è entrato in Parlamento nel 1994 con Forza Italia e ce rimasto fino al 2018. È sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa, anche per i suoi legami con la famiglia Messina Denaro. Assolto in due gradi di giudizio, la Cassazione ha annullato le sentenze e rimandato tutto ai giudici di secondo grado per un nuovo processo.

Una valigetta di soldi

La latitanza di Messina Denaro è ricca di misteri. Sono poche le persone che possono dire di averlo conosciuto o almeno incontrato. Tra questi c’è un testimone, che vive in Toscana, centrale nel giallo della latitanza dello “Zio”.

Ecco che cosa ha raccontato ai magistrati il 21 maggio 2015: «Mi ha contattato un imprenditore, Giovanni De Maria, e ci siamo visti in un bungalow del carnevale di Viareggio, qui mi ha consegnato una valigetta 48 ore con del denaro contante».

Ilustrazione di Valentina Vinci

Il teste riferisce che dopo la consegna è partito per Palermo, dove ad aspettarlo c’era proprio De Maria, ma non era solo. Lì con lui c’erano altri due personaggi, uno dei quali legato alla mafia calabrese. In un’auto, a distanza di sicurezza, c’era Messina Denaro: «La valigetta l’ho consegnata al calabrese che a sua volta l’ha consegnata a Messina Denaro». Al testimone era stato preannunciato che avrebbe incontrato qualcuno di importante, «avrei dovuto essere rispettoso», dice ai magistrati che raccolgono la sua testimonianza.

Il racconto dell’imprenditore apre uno squarcio sulla rete economica del clan Messina Denaro. De Maria è un imprenditore della nautica, che in passato ha ottenuto anche concessioni pubbliche a Viareggio e ha lavorato per importanti istituti di credito, che gli hanno appaltato il recupero delle imbarcazioni intestate a società fallite: «Banche come Unicredit, Banca popolare di Milano e società di leasing, riconoscono alla mia società di servizi una percentuale per il recupero e una quota per la vendita», spiega De Maria, seduto su una sedia sotto i portici della piazza del mercato di Viareggio, la città della Versilia dove l’imprenditore catanese vive e lavora.

Sul suo trascorso giudiziario, indagato più volte anche con uomini sospettati di appartenere alla ‘ndrangheta, dice: «Mi sento un perseguitato, sono stato assolto e ho chiesto il risarcimento per ingiusta detenzione, ho solo una vecchia condanna». Per quale reato è stato condannato De Maria, però, non vuole dirlo.

La prefettura ha firmato un’interdittiva antimafia nei confronti della sua società: un provvedimento di prevenzione destinato sospendere da commesse o concessioni pubbliche società sospettate di subire l’ingerenza delle cosche. «Abbiamo in ballo il ricorso al tribunale amministrativo, che vinceremo, ne sono certo», commenta l’imprenditore. Ma c’è un’informativa in cui De Maria è messo in collegamento con cosa nostra e ‘ndrangheta. L’imprenditore sorride quando chiediamo se ha mai incontrato Matteo Messina Denaro, come raccontato dal testimone nel verbale. «Ma si figuri, non credo di essere così importante, se fossi stato un politico lo potrei capire», è categorico De Maria.

C’è un nome, però, che lega De Maria all’ambiente del latitante. Un suo socio d’affari è considerato dall’antimafia molto vicino a Carlo Guttadauro, considerato esponente dell’omonima famiglia di mafia e imparentato proprio con la famiglia Messina Denaro.

Accuse infondate

Nello studio ci accoglie per l'intervista, Andrea Bulgarella, indica sulla mensola due statuette dei carabinieri in ceramica. Le ha girate di spalle, guardano il muro. «Non ho più fiducia nelle istituzioni, finché non mi chideranno scusa resteranno così», dice amareggiato. Bulgarella è uno degli impresari più noti e ricchi della provincia di Trapani, ex presidente anche della squadra di calcio della città. È stato accusato di essere a disposizione della mafia trapanese e quindi della famiglia Messina Denaro.

Solo sospetti, è stato prosciolto da ogni accusa. L’imprenditore ha costruito la sua fortuna acquistando edifici abbandonati in tutta Italia per trasformarli in gioielli a cinque stelle: alberghi di lusso e resort. L’ultimo progetto è la realizzazione di una cinque stelle a Viareggio. «Purtroppo è la condanna degli imprenditori siciliani: se fai successo vuol dire sei amico della mafia», sostiene Bulgarella, che è molto duro con lo Stato: «Le imprese del nord possono venire qui e fare qualunque imbroglio, noi invece siamo etichettati come mafiosi».

Andrea Bulgarella nel suo studio nel centro di Trapani

Messina Denaro, però, è il problema della Sicilia?, chiediamo. «Credo che il male di questa terra sia una certa stampa e una classe politica che non difende il territorio, credo siano delle istituzioni che invece di prendere questo mafioso, se esiste o non esiste, hanno distrutto l’immagine della Sicilia e della provincia di Trapani. Si parla di racket, sfido chiunque a mostrarmi un imprenditore che paga il pizzo. Voi credete ancora alla mafia? La mafia c’è stata, erano quattro ignorantoni con cui io non ho mai avuto a che fare». Secondo Bulgarella, quindi, il problema della sua regione è l’antimafia, più del potere di cosa nostra, definita dall’imprenditore una banda di rozzi e villani.

Matteo e l’olio alla Casa bianca

La campagna attorno è arsa dal sole agostano. Una doppia fila di alberi circonda la villa a due piani. Un piccolo ponte pavimentato in cotto attraversa uno stagno di acqua torbida. La casa dove vive l’imprenditore Gianfranco Becchina all'epoca dell'intervista era sotto sequestro. Becchina, ottant’anni, è un mercante internazionale d’arte, ma anche il mago dell’olio di Castelvetrano. Il prodotto che riesce a ricavare delle olive verdi e grandi, tipiche del territorio, è di qualità sopraffina, ha fatto il giro del mondo, ci tiene a precisare. «Il mio olio è commercializzato negli Stati Uniti dal distributore che rifornisce la Casa Bianca a Washington», dice soddisfatto Becchina, con indosso una polo blu scuro e un pantalone consunto che usa per lavorare nei campi.

La villa dell'imprenditore Becchina

Per muoversi nell’immensa proprietà usa un motorino sgangherato. Per l’antimafia è uno degli ingranaggi del mulino che fa affluire denaro nelle casse della cosca di Messina Denaro. «Mi hanno sequestrato tutto: conti in banca, in Italia e Svizzera, casa e azienda», Becchina si difende spiegando che da mercante d’arte ha guadagnato molto nella vita e quindi chi ha indagato sul suo conto ha preso un abbaglio.

Attraverso la sua attività di mercante d’arte ha finanziato Messina Denaro? Becchina ride, «non so se è vero che Messina Denaro è appassionato d’arte, ma di sicuro io qui in Sicilia non ho mai comprato nessun reperto quindi come posso averlo foraggiato?». Becchina è stato anche indagato per il commercio di opere, ma il processo non si è mai svolto perché è intervenuta la prescrizione.

«La mia vicinanza a Messina Denaro è inventata, è frutto delle malelingue del paese: siccome ero un imprenditore di successo, facevo affari in Svizzera, ha comprato palazzi, insomma, le invidie paesane». Becchina conclude l’intervista rispondendo alla domanda sulle stragi di mafia, di cui Messina Denaro è stato regista insieme alla cupola di cosa nostra. Il mercante d'arte ha maturato un’idea precisa: «Secondo me la mafia è quel pretesto usato per coprire tutte le malefatte politiche». .

Però le bombe le hanno messe, chiediamo: «Che ne sappiamo? Voi avete visto chi ha premuto il pulsante del detonatore? Come faccio a credere che quattro mafiosi, quattro viddani (villani) possono avere avuto la capacità di piazzare tutto quel popò di esplosivo». Se Messina Denaro è soltanto un delinquente rozzo e villano, come vuol fare credere Becchina, come ha potuto architettare una latitanza così lunga? Non ha avuto protezioni occulte? «Sono ragazzi del territorio, mica hanno fatto i campi di addestramento di Arafat», è il verdetto di Becchina.

L’imprenditore nega, cerca responsabilità altre. E non è l’unico.

L’amico di Matteo

«Matteo è un individuo talentuoso, ha un’intelligenza sopra la media, avrebbe potuto fare molto per la Sicilia», dice Giuseppe Fontana, detto Rocky per la prestanza fisica. Rocky è amico del latitante e ha scontato una pena di quasi vent’anni di carcere per mafia e traffico di armi e droga. «Sono stato un prigioniero politico», contesta ancora oggi la sentenza che lo ha tenuto in carcere fino al 2013.

«Nel processo è stato accertato che Fontana in almeno tre occasioni nei primi anni ‘90 aveva ceduto alcune armi direttamente a Matteo Messina Denaro, incontrato più volte durante la latitanza e con il quale aveva più volte viaggiato all’estero», si legge negli atti giudiziari. «Sono innocente, e non mi sono mai pentito perché non ho nulla di cui pentirmi, la mia unica colpa è aver conosciuto Matteo e averlo incontrato da uomo libero nella terrazza - bar che gestivo a Selinunte alla fine degli anni ’80», si difende Rocky, che ci accoglie nella sua villetta tra Castelvetrano e Selinunte, luogo di rovine antiche e mare cristallino.

Giuseppe Fontana, detto Rocky, l'amico di Matteo Messina Denaro

Sul cancello della casa di Fontana sventola la bandiera dell’autonomia siciliana con la scritta «Siciliani liberi», su sfondo bianco e un arcobaleno che richiama i colori della trinacria, il simbolo della regione. «Sono stato uno dei fondatori di Sicilia Libera, nei primi anni ’90». Il riferimento è al partito autonomista che numerosi pentiti di cosa nostra riconducono al braccio destro di Totò Riina, Leoluca Bagarella, che con Sicilia Libera voleva attuare un progetto secessionista staccando l’isola dal governo centrale.

Fontana conosce quella storia, l’ha vissuta, ma non ama parlarne. Sull’amico latitante ha invece qualcosa da dire: «Lui aveva consapevolezza politica, era convinto come me che la Sicilia per essere libera aveva bisogno di autonomia, nei nostri discorsi convergevamo nelle istanze di questa». Emerge un lato inedito del capo mafia di Castelvetrano, attento alle macro questioni politiche, un affresco che coincide con la genesi che ha portato alla nascita del movimento, dipinto da una schiera di investigatori come il progetto politico più ambizioso di cosa nostra.

Per Fontana però il Matteo che ha conosciuto non era un criminale, «penso che ci siano persone più pericolose di Messina Denaro, siedono in parlamento, gente che bombarda paesi inermi». Per le vittime Messina Denaro ha asfissiato l’economia locale, la libera impresa, la concorrenza. Rocky Fontana è in disaccordo: «Si poteva fare benissimo impresa quando c’era la mafia al governo della provincia di Trapani, poi è arrivata l’antimafia: da allora non si può fare più niente, o meglio devi chiedere il permesso e affiliarti all’antimafia, altrimenti ti espropriano delle tue cose». L’antimafia come problema e non soluzione.

La tesi lega affermati imprenditori sfiorati delle trame finanziarie di cosa nostra a chi è stato accusato di essere soldato della famiglia di Messina Denaro. Secondo Rocky, il latitante è talmente lungimirante da non far pagare il pizzo, «aveva capito che farsi nemico un popolo era controproducente». Una testa così, dice Fontana, sarebbe cosa buona averla in ogni provincia: «Con dieci Messina Denaro la Sicilia sarebbe una regione avanzatissima».

Il pensiero di Fontana fa rabbrividire Giuseppe Cimarosa, che vive a Castelvetrano, isolato da tutti e odiato per il coraggio di aver scelto da che parte stare.

Nel nome del padre

Giuseppe Cimarosa è il figlio di Lorenzo. «Mio padre era un imprenditore dell’edilizia, parente dei Messina Denaro, perché sposato con la prima cugina», dice. La sua storia ricorda quella di Peppino Impastato, il giornalista militante di Cinisi, provincia di Palermo, che si è ribellato al sistema mafioso. Impastato fu ucciso il 9 maggio 1978 da un commando della cosca di Tano Badalamenti. Cimarosa vive nel feudo di Messina Denaro e come Impastato fin da piccolo è stato costretto a respirare aria di mafia. «Mi sono sentito sempre a disagio, quando mio padre ha deciso di collaborare con la giustizia per me è rinato», racconta mentre accudisce i cavalli del suo maneggio dove organizza spettacoli di teatro equestre.

Giuseppe Cimarosa, il figlio che si è ribellato alla mafia. Il figlio di Filippo, il pentito e accusatore del sistema Messina Denaro

Il padre di Giuseppe è morto da pentito, il figlio ricorda alcune confessioni consegnate agli inquirenti. Ha raccontato per esempio degli appalti organizzati con la famiglia Messina Denaro. Come quello per disseminare di pale eoliche le campagne della provincia di Trapani: «Uno degli appalti in cui mio padre ha lavorato è quello delle pale eoliche, appalto arrivato per volere di Matteo Messina Denaro».

Giuseppe ricorda un particolare: «Mio padre è stato tramite di una busta di denaro destinato al latitante». Dopo la collaborazione del padre con i magistrati «siamo stati isolati, nessuno voleva più frequentarci», dice Cimarosa, che vive a Castelvetrano come se il criminale fosse lui: «Non mi sento voluto a Castelvetrano. Mi chiedo se ne sia valsa la pena se il risultato è sentirsi un corpo estraneo in una società che non ti vuole».

Capitolo 2

I servizi segreti e il signor Svetonio

Nella latitanza di Matteo Messina Denaro, che dura da ventotto anni, c’è una parentesi nella quale lo stato si sarebbe avvicinato alla sua cattura instaurando, tramite una fonte coperta, una fitta corrispondenza con il boss stragista. Una parentesi che è però avvolta nel mistero perché i protagonisti di questa storia sono, per una procura, fidati collaboratori.

Per un’altra, complici di Cosa nostra. Protagonisti che a Palermo sono grigi, oscuri, pericolosi. A Caltanissetta, utili portatori di informazioni. In questo quadro fosco non mancano i servizi segreti, ma l’unico a guadagnarci, vista la prolungata latitanza, è uno solo: Matteo Messina Denaro.

Nel 2003 al governo del paese c’è Silvio Berlusconi, al ministero dell’Interno Beppe Pisanu. Il braccio destro del presidente del Consiglio, Marcello Dell’Utri, è sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa mentre il mafioso Vittorio Mangano, stalliere ospite nella villa di Arcore negli anni Ottanta, viene dipinto come una brava persona. Tuttavia magistratura e forze dell’ordine sono alla caccia dei boss stragisti.

All’epoca decine di mafiosi sono latitanti, tra questi anche il capo assoluto Bernardo Provenzano, poi arrestato nel 2006, durante le elezioni. Nella lunga lista c’è, ovviamente, Matteo Messina Denaro. Per catturarlo si muovono persino i vertici dei servizi segreti, il generale Mario Mori e i suoi collaboratori, tra gli altri Giuseppe De Donno.

Mori e De Donno, successivamente, saranno coinvolti nel processo sulla trattativa tra lo stato e la mafia stragista: in primo grado Mori è stato condannato a dodici anni di carcere, a otto anni De Donno per i rapporti intrattenuti con il sindaco mafioso Vito Ciancimino, quando entrambi erano al Ros, il raggruppamento operativo speciale dei carabinieri.

Mori nel 2003 è il numero uno del Sisde, il servizio segreto civile, dove lavora anche De Donno come capo della segreteria operativa. Quell’anno al Sisde arriva una lettera firmata da Antonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, il paese trapanese dei Messina Denaro. Vaccarino, di professione insegnante, si rende disponibile a collaborare per indagini contro la criminalità organizzata. Vaccarino non è uno qualunque, è stato processato e assolto per mafia, ma condannato per traffico internazionale di stupefacenti. In particolare, conoscendo bene la famiglia Messina Denaro, è pronto a dare un contributo per la cattura. Il Sisde accetta.

Inizia così il giallo Vaccarino: scrive lettere che consegna alla rete criminale del latitante, che viene agganciato e inizia una fitta corrispondenza che si protrae fino al 2006. Il latitante si firma Alessio, il professore Svetonio. Mori e De Donno raccontano di aver avvisato l’allora procuratore capo di Palermo, Pietro Grasso, al quale hanno spiegato ogni dettaglio, riferito ogni cosa, tranne il nome della fonte.

L’attuale senatore di Leu, ex presidente del Senato, smentisce categoricamente: «Da procuratore di Palermo ero stato informato, credo alla fine del 2004, dell’intenzione da parte del Sisde di avviare un’attività informativa diretta a scoprire il sistema degli appalti pubblici e l’impiego dei profitti mafiosi, senza nessun dettaglio né tantomeno nomi».

Versioni completamente contrastanti. Secondo Mori e De Donno lo stato per due anni è stato in contatto, tramite un informatore, con Matteo Messina Denaro, senza catturarlo. Nel 2006, quando viene arrestato Bernardo Provenzano, nel covo del boss vengono trovati pizzini di Matteo Messina Denaro che avvisa il capo di Cosa nostra dei contatti con Vaccarino. Vengono recuperati durante la perquisizione e il Sisde avvisa subito la procura di Palermo che la fonte è proprio Vaccarino. In quel momento, il Sisde lo considera affidabile e serio «al cento per cento».

Il casolare dove è stato arrestato Bernardo Provenzano

Pochi mesi fa De Donno ha confermato tutto ascoltato, insieme a Mario Mori, dal tribunale di Marsala in un processo a carico proprio di Vaccarino. La fonte affidabile al cento per cento, però, viene scaricata dai magistrati antimafia di Palermo subito dopo l’arresto di Bernardo Provenzano quando i vertici del Sisde consegnano tutti i documenti alla procura siciliana. «Pietro Grasso mi telefonò dicendo che la procura riteneva di non poter trattare il signor Vaccarino né come confidente, né come collaboratore e che quindi tutta l’attività del servizio doveva essere trasmessa alla polizia giudiziaria», ha detto Mario Mori lo scorso maggio.

Un racconto che trova Grasso in totale disaccordo. «In conseguenza del fatto che dalle indagini successive alla cattura di Provenzano erano venuti fuori dei contatti del Vaccarino sia con esponenti mafiosi – tra cui prima della cattura di Provenzano, il nipote Gariffo – sia con esponenti dei servizi, fui informato. Solo a quel punto Mori mi relazionò sull’attività compiuta col Vaccarino, affinché io potessi riferirne alla procura di Palermo. Cosa che feci».

Mori e De Donno, insomma, rischiarono anche un’incriminazione per favoreggiamento: solo dopo relazionarono ogni cosa, solo di fronte al rischio di finire travolti dalla loro azione “segreta”.

La cattura svanita

Vaccarino finisce così sotto indagine per associazione mafiosa. Ma sarà la stessa procura di Palermo, nel 2007, a chiederne l’archiviazione pur precisando che «nel comportamento di Vaccarino si ravvisano alcune zone d’ombra». Quali sono le conseguenze di quell’indagine archiviata? A rispondere è Mario Mori quando il difensore di Vaccarino, l’avvocato Bartolomeo Lauria, gli chiede: «L’indagine aperta nei confronti del signor Vaccarino per associazione mafiosa ha pregiudicato la cattura del latitante?». Il generale risponde secco: «Certamente sì».

Sarebbe stato possibile, secondo Mori, arrivare al ricercato numero uno, ma l’inchiesta dei magistrati palermitani ha pregiudicato la cattura. Chi ha dato disposizione per conto della procura di interrompere ogni rapporto di collaborazione con il signor Vaccarino? De Donno risponde: «A noi fu riferito dal dottor Grasso, però all’epoca il dottor Grasso si interfacciava con il procuratore Giuseppe Pignatone, che se non sbaglio era reggente o era quello che gestiva l’arresto di Bernardo Provenzano». Secondo Grasso non è vero che l’indagine su Vaccarino sia stata d’ostacolo all’arresto del latitante.

«Come ricorda lo stesso Mori in udienza, con la cattura di Provenzano gli scambi epistolari si erano interrotti perché l’arresto alterava tutto il sistema di Cosa nostra, come affermato dallo stesso Messina Denaro nell’ultimo “pizzino” (missiva ndr) a Vaccarino del maggio 2006», dice l’ex presidente del Senato. Ma Vaccarino era credibile o faceva il doppio gioco?

«Sulla base delle notizie che noi avevamo raccolto tramite l’attività con Vaccarino, furono arrestate circa una decina di persone tra Castelvetrano e Mazara del Vallo», ha detto De Donno lo scorso 12 maggio. Vaccarino è entrato in contatto con mafiosi, ha collaborato ad alcune operazioni, testimoniato contro l’imprenditore Rosario Cascio e il cognato di Messina Denaro, Vincenzo Panicola.

Il racconto di De Donno sembra un film già visto: «Avevamo sostanzialmente convinto il vertice di Cosa nostra a fidarsi di noi, con un poco di fortuna li avremmo messi a terra tutti quanti». Ma era una pista Vaccarino? «A Palermo non venne considerata una vera e propria pista che potesse portare a risultati, dato che si basava su uno scambio di corrispondenza che si era già interrotto. Se posso aggiungere una mia valutazione personale, Messina Denaro non avrebbe mai incontrato Vaccarino», replica Grasso, che aggiunge: «Io venni informato solo dopo l’ultima lettera di Messina Denaro ricevuta da Vaccarino. Fino ad allora io non ero a conoscenza dell’identità del soggetto, né della sua attività. La decisione successiva fu della procura di Palermo, e io quella riportai a Mori».

Pietro Grasso (LaPresse)

Una vicenda che si aggiunge allo scontro, in quel caso interno alla procura di Palermo, consumato tra l’allora procuratore capo Francesco Messineo e il suo aggiunto Teresa Principato. Quest’ultima accusò il capo della procura di aver eseguito arresti che nei fatti avevano pregiudicato un’indagine dei carabinieri dei Ros sulla cattura del superlatitante.

Una vicenda datata 2013 utile per capire i dissidi tra inquirenti e investigatori che cercano il fantasma di Castelvetrano.

Il professore e i mille volti

Dunque Vaccarino è totalmente affidabile per il Sisde, ma non per la procura di Palermo. Vaccarino viene condannato nei primi anni Novanta in un processo che lo vede imputato con don Ciccio Messina Denaro, il padre del latitante. Nonostante tutto il Sisde, nei primi anni Duemila, si è affidato a lui per catturare il figlio di don Ciccio.

La parabola da informatore di Vaccarino si interrompe con l’indagine a suo carico poi archiviata. Quando l’identità di Vaccarino viene scoperta, Matteo Messina Denaro gli invia un’ultima lettera di minacce. Ma i suoi contatti con lo stato non si interrompono.

L’ultima pagina di questo libro degli equivoci la scrive la procura di Caltanissetta che dà credito al professore. In particolare lo fa Gaetano Paci, pubblico ministero nel processo contro Matteo Messina Denaro, accusato delle stragi del 1992, per le quali sono già stati condannati i vertici di Cosa nostra. «Diciamo che Vaccarino è stato, da parte della procura di Caltanissetta, un portatore di informazioni sulle vicende stragiste del ‘92. Era interesse dell’ufficio sentirlo», ha detto lo scorso aprile l’attuale procuratore aggiunto di Caltanissetta durante il processo a carico dell’ex sindaco.

Il pentimento del boss Gaspare Spatuzza ha permesso di riscrivere la storia della strage di via D’Amelio dove sono stati uccisi Paolo Borsellino e la sua scorta. Mori, De Donno, Paci parlano durante un processo che ha visto Vaccarino imputato e condannato per favoreggiamento alla mafia a sei anni in primo grado, accusato di aver passato informazioni riservate a un funzionario della direzione investigativa antimafia. Mentre la procura di Caltanissetta lo considerava un portatore di informazioni, quella di Palermo ne ha richiesto l’arresto e poi ottenuto la sua condanna.

Sullo sfondo del trentennio vissuto dall’ex sindaco e professore si muove il pentito Vincenzo Calcara. Lo abbiamo incontrato in un paese del nord Italia. Camicia bianca, calvo, con una foto di Paolo Borsellino, a cui era legatissimo, fissata sulla parete della stanza.

Il pentito, inquinatore o no?

«Mi sono pentito grazie al giudice Borsellino, a cui devo tutto. Era il 1991. Il giorno del mio compleanno. Gli dissi che doveva blindarsi perché la mafia aveva deciso il suo omicidio. Pochi mesi prima, da latitante, mi ero incontrato con Francesco Messina Denaro e con l’ex sindaco di Castelvetrano, Antonio Vaccarino. Zi Ciccio mi aveva dato l’incarico di tenermi pronto perché dovevo uccidere Borsellino. A quell’incontro era presente anche Matteo».

Vincenzo Calcara durante l'intervista concessa a Domani nella sua abitazione

Calcara etichetta subito Vaccarino: «Quello è il male assoluto, un vero mafioso». Anche il percorso di Calcara è pieno di inciampi. Una omissione, in particolare, getta ombre sul suo percorso da pentito. «Tra le tante questioni che nacquero, c’era proprio quella della infondatezza delle dichiarazioni di Calcara e sulla base di un presupposto più ampio, e cioè che Calcara potesse essere stato etero diretto», dice il magistrato Paci del pentito.

Calcara preannuncia esposti e replica: «Con quale riscontri il dottor Paci si può permettere di dire queste cose? La difesa di Antonio Vaccarino ha chiamato, prima di Paci, il generale Mori, il colonnello De Donno, entrambi condannati nel processo sulla trattativa stato mafia. Comunque il Vaccarino alla fine è stato condannato a sei anni per favoreggiamento. Chi ha ragione?».

Ma perché Calcara non ha mai accusato Messina Denaro e non l’ha indicato a capo della commissione provinciale di Trapani? «Sono anni che chiedo a Paci di essere ascoltato, sono stato il primo a dire che Borsellino era stato condannato a morte. Francesco Messina Denaro non era capo provincia, era Mariano Agate. Paci dice che ho inquinato i pozzi, ma ci sono altri pentiti che mi danno ragione».

È centrale stabilire chi era il capo della commissione provinciale di Trapani in quel periodo. Il perché lo ha spiegato Paci nella requisitoria del processo sulle stragi contro Matteo Messina Denaro. Trapani a fine anni Ottanta era terra di mafia e logge massoniche segrete: indicare come capo della provincia Mariano Agate pregiudicava la verità e avrebbe salvato Messina Denaro dal ruolo di stragista e capo. Nella requisitoria Paci dice: «Vincenzo Calcara tace per anni il nome di Matteo Messina Denaro al tempo in cui uccideva e faceva stragi. Signor Calcara dovrebbe dire la verità proprio su questi punti oscuri che impediscono di fare luce sulle ambiguità. Agate era uomo di primo ordine, ma non aveva la qualifica di capo della provincia di Trapani, questa apparteneva a Francesco Messina Denaro che poi la cede al figlio. Perché Calcara ci ha indirizzato verso qualcosa di impreciso e perché non abbia riferito il nome di Matteo è un punto di interesse per future indagini». L’opacità, il tratto distintivo degli affari di casa Messina Denaro.

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