Il dibattito sul documentario “D’istruzione pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre. Il dirigente scolastico protagonista del doc replica alle critiche di Christian Raimo espresse in un articolo pubblicato su Tempo pieno il 9 febbraio
«È un documentario forte, commovente, a tratti poetico. Trovo che sia importante interrogarsi, lasciando che le nostre idee siano illuminate da una luce diversa». Così una preside con posizioni differenti dalle mie dopo la visione di D’Istruzione pubblica, di Federico Greco e Mirko Melchiorre. Legittimo pensarla diversamente da questa dirigente, a patto che non si falsifichino i fatti.
Nel suo articolo del 9 febbraio su Tempo Pieno, Christian Raimo afferma che il film porterebbe una «offensiva scomposta alla pedagogia in generale (soprattutto quella democratica e attiva) trattata come una pseudoscienza asservita al discorso del capitale». Falso, il film è chiaro: «Il pedagogismo non è la pedagogia», si dice, il problema è «l’estremismo pedagogico».
Vicina alla filosofia, la pedagogia, nobile branca della conoscenza, non può essere compresa tra le “scienze esatte”, in particolare nella sua trasposizione nella didattica, che deve adattarsi quotidianamente alle condizioni e ai risultati. Il film risulta allora un atto di accusa non della pedagogia o di pedagogisti illustri, ma dello sclerotizzare e dogmatizzare alcune teorie.
Secondo Raimo, l’unica ricetta indicata dal documentario sarebbe il ritorno al passato, non lesinando «qualche durezza» e trattando «i Dsa senza l’esagerata e controproducente attenzione alla fragilità degli studenti».
Falso: la presunta idealizzazione della scuola del passato nel film semplicemente non c’è, anzi («I ragazzi hanno trovato fin qui una scuola arida», scrive Bontempelli – citato – nel 1999). È però un tipico non-argomento che qui si accompagna all’accusa di complottismo e di vicinanza a Valditara. Da parte sua, Libero sostiene invece che il film porti acqua alla Schlein e a Fratoianni. Impossibile discutere seriamente su queste basi.
Peraltro, chiunque mi conosca sa che non è mio stile proporre ricette, né ciò appare nel film. E questo sia perché la pedagogia e la didattica non sono appunto scienze esatte, bensì guide per l’azione, sia perché la libertà d’insegnamento è un principio inderogabile. Chiunque abbia guardato la pellicola si è reso conto della delicatezza, dell’umanità e della dolcezza con la quale i docenti trattano i ragazzi, alternando lezioni cosiddette “frontali” al dialogo, alle discussioni, ai rimproveri necessari e agli incoraggiamenti. «Non ti devi preoccupare, è una verifica, si rimedia», dice Marco all’allievo. La costruzione filmica crea una tensione attorno a un tema oggi fondamentale: la sempre più difficile gestione della frustrazione. Ed è proprio il professore ad aiutare il ragazzo che, in una bella scena di dialogo successiva, rimedia con soddisfazione e scioglie nel pubblico la tensione creata ad arte.
«Accogliamo, comprendiamo, aiutiamo, diamo loro gli strumenti, ma non freniamoli, il bambino può fare», dice la maestra che si mette coraggiosamente in gioco, sollevando così una questione – quella dei Dsa – certamente complessa, che oggi pone problemi sotto gli occhi ormai di molti docenti (anche universitari) e, quando si ragiona pacatamente, anche delle famiglie.
Sarebbero queste le «umiliazioni didattiche» di cui parla Raimo in altri commenti, addirittura «vicine al fascismo»? Di tutto si può discutere, ma non inquinando il discorso con falsità e calunnie. Tra l’altro, in questo ci guida proprio il grande Dewey, che Raimo cita: fu lui il presidente della Commissione che difese Trotsky dalle falsità e dalle calunnie di Stalin.
Premesso che l’istituto da me diretto non ha nulla da insegnare ad altri, il problema è proprio quello che Raimo rovescia: la scuola della Repubblica non può fondarsi su un preside più o meno illuminato o reazionario, né su una pedagogia specifica, ma su un sistema ancorato agli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione.
Sono cresciuto anche sull’insegnamento di Fiorenzo Alfieri, che ho frequentato, anch’egli citato da Raimo. Se qualcuno vuole discutere seriamente di testi bellissimi come Professione maestro e di che cosa ne siano oggi sotto i colpi delle riforme, con gravi danni specie sui più deboli, sono pronto. Ma fuori le falsità.
*Lorenzo Varaldo è dirigente dell’istituto comprensivo Sibilla Aleramo di Torino
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