Oltre a Trump, il gruppo europarlamentare di cui fa parte Fratelli d’Italia, Ecr, ha un ulteriore modello di leadership autoritaria da esaltare: quella del presidente di El Salvador, Nayib Bukele.

Questo martedì pomeriggio Ecr ha accolto in Europarlamento il vice Félix Ulloa. L’incontro, aperto da Carlo Fidanza e chiuso da Nicola Procaccini, rispettivamente capodelegazione di FdI e capogruppo di Ecr, entrambi esponenti meloniani, era intitolato “Il caso di El Salvador: dalla lotta alla criminalità alla crescita economica”, come a suggerire che il primo tema sia stato archiviato e che sia giunto il momento di celebrare il secondo. Certo, nell’evento un accenno lo si è fatto, alle «criticità affrontate in materia di lotta alla criminalità organizzata». In effetti di criticità ce ne sono state molte. Ma hanno riguardato un aspetto – quello dei diritti umani – che per gli organizzatori è trascurabile.

In nome della lotta al crimine organizzato, in El Salvador a partire dal 2022 vige uno stato di emergenza, rinnovato 42 volte consecutive, che ha completamente demolito lo stato di diritto. Le organizzazioni locali per i diritti umani, almeno quelle ancora in grado di operare, segnalavano a fine 2025 oltre 90mila persone private della libertà in assenza di sufficienti elementi di prova o sulla base di denunce anonime, profilazioni discriminatorie o prove del tutto false. I minorenni con condanne per reati legati alla criminalità scontano le pene insieme agli adulti. Chi non è stato ancora processato può rimanere in detenzione preventiva per due anni. Ciò spiega perché El Salvador abbia il tasso di carcerazione più alto del mondo: 1700 persone private della libertà ogni 100mila abitanti.

La prassi della detenzione senza contatti con l’esterno lascia le famiglie degli arrestati senza notizie su dove si trovino e favorisce il ricorso alla tortura. Dall’inizio dello stato d’emergenza i decessi in custodia dello stato sono stati 470. Non si sa ancora nulla di alcune delle quasi 280 persone venezuelane e salvadoregne trasferite illegalmente dagli Usa al Centro di confinamento del terrorismo di El Salvador poche settimane dopo l’inizio della seconda amministrazione Trump.

Negli ultimi quattro anni Amnesty International e la Commissione interamericana dei diritti umani hanno più volte esortato El Salvador a porre fine alla sospensione dei diritti e all’annullamento delle garanzie causato dallo stato d’emergenza e a rispettare gli obblighi di salvaguardare le tutele giudiziarie per tutte le persone detenute. Risposta non pervenuta. Chi prova a denunciare queste «criticità» viene collocato automaticamente dalla parte dei criminali o etichettato come terrorista. Settanta difensori dei diritti umani sono finiti in carcere per aver denunciato che lo stato d’eccezione era diventato uno stato di normalità.

In El Salvador dev’esserci sicuramente stata una crescita economica, altrimenti non sarebbe stata il secondo tema dell’incontro di martedì in Europarlamento. Ma a vantaggio di chi? Nel 2025 il tasso di povertà estrema è salito per il secondo anno consecutivo raggiungendo il 9,6 per cento; quasi 11mila famiglie contadine sono state soggette a sgomberi collegati a progetti di sviluppo turistico, urbano e minerario e sono piombate nell’insicurezza alimentare; nella prima parte dello scorso anno c’è stato lo sgombero di oltre 1400 venditori informali e la rimozione di più di mille bancarelle nel centro storico della capitale San Salvador, misure che hanno gravemente colpito la sussistenza di migliaia di famiglie.

Chi si somiglia si piglia. Nell’incertezza se sia Bukele a imitare Trump o viceversa, l’apparato repressivo di El Salvador ha un’ulteriore fonte d’ispirazione: Putin. Lo scorso anno, infatti, è entrata in vigore la legge che obbliga le organizzazioni che ricevono finanziamenti dall’estero a iscriversi al registro degli “agenti stranieri”, impone un’imposta del 30 per cento su questi fondi e autorizza a emettere sanzioni e persino a cancellare lo status di entità giuridica.

© Riproduzione riservata