Antiabortista, spregiudicato con donne e lavoratori, disposto a tutto per il profitto: il profilo che si insedierà a Bruxelles è soprattutto un messaggio di guerra spedito dal presidente all’Unione
Dimmi chi ci mandi e ti dirò chi sei: la scelta di Andrew Puzder come nuovo ambasciatore degli Stati Uniti in Ue indica chiaramente che Donald Trump ha intenzione di essere brutale nei rapporti con Bruxelles. E dire che la presidente della Commissione europea, dopo una lunga afonia, aveva provato a insistere che «siamo più forti insieme», ribadendo come un mantra che servisse una attitudine positiva. La nomina di Puzder è una delle prime dimostrazioni concrete che il «positive engagement» di cui parla Ursula von der Leyen è unilaterale.
Un profilo contro

Il profilo di Puzder ha tratti talmente spregiudicati che persino negli Stati Uniti era stato ritenuto così controverso da far saltare la sua nomina come segretario al lavoro nel primo mandato Trump; era il 2017 e, comprendendo che neppure tra i repubblicani avrebbe avuto il sostegno necessario per l’approvazione del suo nome, Andrew Puzder stesso si ritirò prima del voto. Non aveva fatto in tempo a ottenere l’incarico, che le ragioni di imbarazzo fioccavano una dopo l’altra, dal caso degli abusi coniugali al sessismo dilagante della sua azienda, passando per gli scandali che toccavano il tema dell’immigrazione illegale.
Andando per ordine: già all’inizio della carriera, la sua biografia professionale è intrecciata a quella di un personaggio a dir poco controverso come Morris Shenker, potente avvocato (deceduto nell’anno della caduta del muro) che aveva clienti come il boss mafioso James Hoffa e rapporti a dir poco stretti con la malavita. Dalla fine degli anni Settanta, per oltre una dozzina d’anni Puzder ha lavorato nel suo studio legale e ne è stato pure l’avvocato difensore, ad esempio quando Shenker ha dovuto rispondere del fatto di aver utilizzato i fondi pensione dei propri dipendenti per truffe finanziarie. «La lotta di Puzder per gli interessi dei padroni è cominciata ben presto», titolava sarcasticamente il New York Times nei giorni in cui il suo profilo era indicato come segretario al lavoro. A gestire il settore del lavoro, un nemico dei diritti dei lavoratori: può sembrare un paradosso, ma è linearmente trumpismo.
«La sinistra fa la guerra al profitto», fu il j’accuse di Puzder dopo che ebbe constatato che i voti non gli bastavano. E ci scrisse su pure un libro, con l’obiettivo – parole sue, nelle interviste con Fox News dell’epoca – di dare ai supporter di Trump argomenti in mano. Il libro si chiamava, non per caso, The Capitalist Comeback. La risposta, la rimonta, del capitalismo. E poi: The Trump Boom and the Left's Plot to Stop It. Il boom di Trump e il complotto della sinistra per fermarlo. Colpa della sinistra, come da ritornello per i vari Trump, Meloni e Orbán.
E in termini di profitti, l’autore conosceva bene il tema: nelle sintesi giornalistiche viene etichettato come «l’ex dirigente dei fast food», ma era più di questo; esibiva posizioni contrarie a un salario degno e disprezzava i diritti dei lavoratori. Sono sue frasi come: «Ben venga l’automazione, almeno non ci chiederà le ferie». Come dirigente di fast food, la sua spregiudicatezza – oltre che per la scarsa considerazione dei diritti dei lavoratori, pure per l’uso del corpo femminile oggettificato a scopo pubblicitario – ha destato scandalo più di una volta.
Dopo aver conosciuto l’imprenditore Carl Karcher perché era il suo avvocato, negli anni Novanta Puzder aveva realizzato una rapida ascesa fino ai vertici di CKE Restaurants, una catena di ristoranti e fast food, appunto. C’è chi ritiene che abbia salvato l’azienda, c’è chi ne ha criticato i metodi. «Che problema avete con le donne in bikini che mangiano hamburger? A me piacciono, e grazie a loro abbiamo salvato i ristoranti», fu la sua spiegazione quando arrivarono le accuse di sessismo. Un problema che non riguardava solo i cartelloni e la facciata: il numero di donne vittime di molestie sessuali nella sua catena di ristoranti risultava alto e decisamente sopra la media.
Prima del divorzio, sua moglie stessa lo aveva accusato di averla picchiata, salvo poi rinnegare quelle dichiarazioni; Lisa Fierstein aveva però anche fatto intendere – e in tv, davanti a Oprah Winfrey, nel 1990 – che Puzder l’avesse minacciata dopo che lei aveva riferito di abusi in pubblico.
«Prima il fatto che avesse impiegato una immigrata illegale come domestica, poi quella storia della ex moglie che lo accusava di abusi domestici, il tasso di molestie nei suoi ristoranti e ovviamente quelle pubblicità con donne mezze nude che mordono enormi hamburger...». Così la stampa statunitense riassumeva, nel 2017, la escalation di polemiche e perplessità (anche tra le parlamentari repubblicane) che aveva portato al ritiro di Puzder nel 2017.
Guerra alla "European way of life”
Nel profilo di Puzder c’è anche un ruolo attivo come antiabortista, in prima linea anche in quei casi giudiziari così cruciali che hanno effettivamente portato a erodere i diritti garantiti dalla storica sentenza Roe contro Wade.
Se si pensa che nel 2019, al suo primo mandato, Ursula von der Leyen aveva persino intitolato una delega di un commissario come “European way of life” (anche se poi la presidente aveva interpretato quei valori a modo suo, compresa la retorica anti migranti), si capisce che la nomina di Trump è la nemesi del patrimonio collettivo europeo, che spazia dallo stato sociale ai diritti dei lavoratori, dalla parità di genere alla sostenibilità.
Basterebbe tutto questo a far intendere che il profilo del nuovo ambasciatore è di fatto un segnale bellico all’Unione, ma il combinato disposto delle minacce del nuovo presidente sui dazi completa il quadro. «L’Unione europea è molto, molto cattiva con noi», non fa che ripetere Trump a fronte di un’Ue che al contrario è apparsa sin troppo morbida: dopo la vittoria elettorale di novembre, von der Leyen già prometteva acquisti di gas liquefatto dagli Usa sperando di compiacere il vincitore. Ma per il nuovo inquilino della Casa Bianca esiste solo una regola, come gli ha insegnato il suo mentore Roy Cohn (avvocato in odor di malavita, proprio come il mentore di Puzder): «Attack, attack, attack!». Attaccare, attaccare, attaccare, anche e soprattutto quando si è dalla parte dell’errore.
«L’Ue è molto cattiva e ciò significa che vogliono i dazi. È questa l’unica via, risponderemo pan per focaccia!», tuona il presidente Usa, mentre la Commissione europea è ancora intenta a capire da che parte sfiorare la patata bollente, o come aveva detto qualche giorno fa la portavoce di von der Leyen, «chi contattare nella nuova amministrazione».
Ora si sa chi contattare: un uomo che – proprio come Trump – pensa ai propri affari, a ogni costo. E poco importa che quel costo lo paghino gli europei.
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