Per Manfred Weber, che guida i Popolari europei, «Ceuta è stata un banco di prova: ora l’Europa deve dimostrare di considerare la lotta contro la migrazione illegale un compito comune. Le iniziative unilaterali nazionali non risolvono la migrazione illegale. Talvolta la alimentano nuovamente». Il riferimento è chiaro: il braccio di ferro tra Italia e Spagna e la richiesta, già evocata la settimana scorsa, di rafforzare Frontex.

La scelta italiana di sospendere Schengen e reintrodurre i controlli per le persone in arrivo dal paese iberico non ha irrigidito solo Madrid. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha deciso che sui migranti l’Italia merita la linea dura: Berlino manderà indietro i richiedenti asilo sbarcati nella penisola che hanno poi varcato i confini. L’inasprimento arriva mentre è in vigore, dal 12 giugno, il nuovo patto Ue su migrazione e asilo.

La controversia tra Roma e Madrid ha reso evidenti le posizioni in un momento in cui paesi come la Francia si preparano a voti con candidati di estrema destra. Proprio dalla costa nord-orientale francese ieri 230 persone – 20 i bambini – hanno attraversato la Manica a bordo di un’unica imbarcazione. Il premier britannico Andy Burnham ha promesso di essere «inflessibile» e «riprendere il controllo».

Così, mentre le ong lanciano un appello in merito alla situazione dei cittadini marocchini bloccati nell’exclave, i leader vogliono investire nei confini: il Ppe chiede di rafforzare e ampliare Frontex, accelerare i rimpatri e creare “return hubs”. Tra le proposte, l’esame delle richieste d’asilo in Stati “sicuri” e l’uso di visti, aiuti e accordi commerciali. Una retorica che trova sponda anche nella premier danese, autrice con Meloni di un «messaggio all’Europa»: «Bisogna realizzare centri di rimpatrio in paesi terzi».

Intanto l’emergenza umanitaria prosegue: la scorsa notte dieci persone sono state bloccate da una motovedetta Frontex al largo di Lampedusa. Erano a bordo di un barchino di legno.

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