Un elemento accomuna le vicende che negli ultimi giorni hanno interessato Daniela Santanchè, Andrea Delmastro Delle Vedove e Ignazio La Russa, da qualunque profilo le si osservi: la sciatteria. Una sciatteria che vira dal piano giuridico a quello istituzionale, fino a tradursi in una sorta di arroganza. E siccome certi personaggi appartengono a istituzioni della nazione, come direbbe Giorgia Meloni, il problema è amplificato.

Le multe di Santanchè

LAPRESSE

In attesa che la giustizia valuti le presunte irregolarità riguardanti le società collegate a Santanchè, vale la pena esaminare le affermazioni che lei ha fatto in Senato, il 5 luglio scorso, su un tema forse secondario rispetto al resto: centinaia di multe, «erroneamente» riferite a lei, ma che in realtà sarebbero «di competenza dell’arma dei carabinieri».

La ministra ha detto di aver dato in «comodato gratuito» la sua vettura «per non gravare sulle auto di scorta di proprietà statale» e di non avere «nessuna multa da pagare». Insomma, la responsabilità sarebbe solo dei carabinieri.

La questione va chiarita. Innanzitutto, la ministra non ha fatto un atto di gentile concessione della sua auto alle forze dell’ordine. Era obbligata. Nel 2011, l’allora ministra dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, con un decreto ministeriale aveva dettato alcuni correttivi all’onerosa attività delle scorte attribuite a politici, magistrati, sindacalisti, al fine di «rendere più funzionale il servizio di protezione ravvicinata».

Nell’aprile 2012, con una circolare, il Viminale aveva precisato che le modifiche erano dettate dalla «esigenza di contenimento degli oneri di spesa» per il terzo e quarto livello di protezione, cioè i casi meno gravi. Sui parlamentari che ricoprono un incarico per conto del partito di appartenenza (o sulla forza politica di cui essi sono espressione) gravano le incombenze relative ad autista e auto.

Di conseguenza, Santanchè aveva proceduto come previsto, mettendo a disposizione autista e auto. Dunque, non appare corretto dire che le multe le hanno prese i carabinieri. Inoltre, a chiunque fosse stata intestata l’auto, forse a una società di leasing, il pagamento sarebbe comunque spettato all’attuale ministra, la quale però non ha provveduto a farlo, tanto meno a contestarle o altro.

Chiarito tutto questo, le affermazioni di Santanchè vanno valutate anche alla luce di una ulteriore circostanza. Nel 2017, come all’epoca riportato da alcuni giornali, all’autista di Santanchè era stata contestata la violazione del codice della strada, tra le altre cose, riguardo a «modifiche delle caratteristiche costruttive dei veicoli in circolazione» (art. 78). Sull’auto erano installati sirena e lampeggiante, nonostante fosse cessata la scorta.

Santanchè aveva reagito esattamente come in Senato giorni fa: lei non c’entrava nulla, non aveva ricevuto la notifica del verbale – il cosiddetto insaputismo soccorre diversi politici italiani, alla bisogna – aveva messo la propria auto a disposizione degli agenti «per non pesare sulle casse dello Stato» e lasciato montati sirena e lampeggiante perché doveva «essere la stessa polizia a ritirarli», non lei a toglierli. Un’arrogante sciatteria sembra connotare lo schema difensivo – pressoché identico - adottato da Santanchè, nel 2017 come oggi.

Il segreto di Delmastro

LAPRESSE

Nel gennaio scorso Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia, aveva divulgato alla Camera conversazioni tra l’anarchico Alfredo Cospito, sottoposto al regime previsto dall’art. 41-bis (l. n. 354/1975), e alcuni membri della criminalità organizzata.

Tali conversazioni gli erano state comunicate da Andrea Delmastro Delle Vedove, sottosegretario al ministero della Giustizia. I magistrati avevano, quindi, avviato indagini per violazione del segreto amministrativo.

Qualche giorno fa la procura di Roma ha chiesto l'archiviazione per Delmastro: pur riconoscendo l'esistenza oggettiva della violazione del segreto da parte del sottosegretario, mancherebbe l'elemento soggettivo del reato. In altre parole, Delmastro non sarebbe stato consapevole di violare la legge, mentre rivelava informazioni riservate a Donzelli.

Ma il giudice per le indagini preliminari non ha accolto la richiesta di archiviazione, procedendo alla cosiddetta imputazione coatta di Delmastro. Quindi, si proseguirà, entrando nel merito della questione, con ulteriori accertamenti. Questi i fatti.

A qualunque neoassunto, appena arriva in certi uffici pubblici, viene spiegato il concetto di segreto amministrativo: è vietato divulgare informazioni conosciute per ragioni di ufficio (d.P.R. n. 3/1957, art. 15), anche quando non coperte da forme di segreto “legislativo”.

La loro conoscenza può essere acquisita da terzi solo in alcune ipotesi ed esclusivamente attraverso il procedimento disciplinato dalla legge sull’accesso agli atti (l. n. 241/1990) e da quella sull’accesso civico generalizzato (d.lgs. n. 33/2013). Se ogni neoassunto sa tutto questo, è singolare che Delmastro – sottosegretario alla Giustizia, e pure avvocato - non ne fosse a conoscenza, e quindi che la comunicazione a Donzelli di informazioni riservate sia avvenuta inconsapevolmente.

La mancanza di ogni cautela circa notizie che - al di là della dicitura “a divulgazione limitata” apposta sopra il fascicolo - apparivano delicate, denota quella sciatteria giuridico-istituzionale che travalica in un’arroganza nei riguardi della legge ed è il filo conduttore delle vicende in esame.

Detto ciò, si eviti di parlare di giustizia a orologeria: prima ancora che iniziassero le indagini da parte dei magistrati, già diversi mesi fa, su queste pagine avevamo anticipato quale sarebbe stata l’ipotesi di reato configurabile: violazione di segreto d’ufficio. E così poi è stato.

La difesa di La Russa

LAPRESSE

Sul merito del caso di Leonardo Apache La Russa, accusato di violenza da una ragazza, non può farsi alcuna considerazione prima che i magistrati effettuino i necessari accertamenti. Molto, invece, può dirsi sulla reazione di Ignazio La Russa, che non è solo il padre del ragazzo coinvolto, ma è anche il presidente del Senato. Un alto esponente delle istituzioni avrebbe dovuto tacere o limitarsi a ribadire la propria fiducia nella giustizia.

Invece, tra l’altro, La Russa ha affermato di aver sottoposto a interrogatorio il figlio, attestandone l’innocenza, quasi a volersi sostituire al magistrato; che la ragazza era sotto l’effetto di droghe, come se ciò costituisse un’attenuante per il presunto autore dell’atto, mentre potrebbe essere l’opposto; che «lascia molti interrogativi una denuncia presentata dopo quaranta giorni».

A quest’ultimo riguardo, il presidente del Senato dovrebbe sapere che la violenza sessuale può essere denunciata dalla vittima entro dodici mesi dal fatto, e soprattutto dovrebbe conoscere le motivazioni di un termine così esteso (in precedenza era di sei mesi): una donna può avere bisogno di molto tempo per rielaborare una violenza e trovare il coraggio di denunciare.

La Russa dovrebbe anche sapere che la colpevolizzazione della vittima - definita dalla Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne come “vittimizzazione secondaria”, che ogni Stato firmatario si è impegnato a contrastare - influenza il giudizio collettivo, ed è ciò che spinge molte donne a evitare di esporsi, per non incorrere nello stigma sociale.

La circostanza che La Russa abbia fatto insinuazioni sul tempo passato prima della denuncia, affermando poi di essere stato frainteso, è indice di quella sciatteria giuridica, e non solo, che è ancora più grave quando proviene da un uomo che dovrebbe conoscere la legge.

Anche in questo caso - come negli altri citati - sono state tenute condotte che non sono all’altezza delle istituzioni di cui i soggetti coinvolti fanno parte. E non c’è solo sciatteria: c’è anche una sorta di arroganza. E «l'arroganza è l'architetto della rovina: mette le fondamenta in alto e le tegole nelle fondamenta» (Francisco de Quevedo). Giorgia Meloni dovrebbe spiegarlo a quelli tra i propri alleati che evidentemente non lo capiscono da soli.

© Riproduzione riservata