Nella foto istituzionale Giorgia Meloni stira un sorriso d’ordinanza, fra Matteo Salvini e Roberto Calderoli raggianti. Al lato destro sono schierati i presidenti Alberto Cirio (Piemonte), Alberto Stefani (Veneto) e Attilio Fontana (Lombardia); a quello sinistro Marco Bucci (Liguria) e il ministro Antonio Tajani, che come la premier anche lui è allegro ma non troppo. L’uno e l’altra avrebbero fatto a meno della foto, e di tutto l’evento, in piena campagna referendaria: darà cartucce all’opposizione, soprattutto al Sud. Siamo alla firma delle preintese per l’autonomia differenziata, firmate ieri nel consiglio dei ministri a palazzo Chigi. I quattro presidenti sono arrivati a Roma per partecipare al rito e poi tornarsene al Nord sventolando carte che certificano la partenza della legge 86/2024. La legge, smontata dalla Corte costituzionale nelle sue sperequazioni più indigeribili fra regioni, va avanti e spezza la gestione fin qui in concorso di materie delicate come sanità, previdenza, protezione civile.

Si tratta di un percorso istituzionale arzigogolato, due intese per ciascuna regione. Entro 60 giorni servirà il parere della Conferenza Unificata, entro i successivi 90 quello delle Camere. A questo punto gli schemi di intesa tornano ai ministri, che li approvano e li renviano alle Regioni. Che li riapprovano e li rimandano al governo. Entro altri 45 giorni il tutto torna al vaglio delle Camere.

Il traguardo è lontano, ma alla Lega poco importa: dopo la batosta della fuoriuscita del generale Vannacci, a Salvini serve una bandierina identitaria da agitare in giro per il suo Nord, per dare una testimonianza di esistenza in vita. Per Forza Italia invece è un dito nell’occhio: i suoi presidenti del Sud sgradiscono. Ma Tajani, che oggi vola a Washington al posto della premier per accollarsi un caso delicatissimo, quello del Board of Peace, in questo momento non può lamentarsi di nulla: se vince il Sì al referendum, gli azzurri avranno portato a casa un bottino storico.

Va peggio a Fratelli d’Italia: nella tripartizione delle leggi-simbolo (autonomia, divisione delle carriere dei magistrati, premierato), per ora il partito della premier resta a secco. In più la legge di Calderoli, per le opposizioni lo «spacca Italia», ha già fatto perdere voti al Sud, in particolare in Campania. E dal livello di decibel che ieri ha messo in campo il Pd, c’è da scommettere che da ora l’autonomia differenziata sarà usata al Sud come “testimonial” del No. Non è un caso che ieri l’unico a parlare di Fdi è Andrea De Priamo, relatore in commissione al Senato del ddl per la definizione del Lep, Livelli essenziali delle prestazioni, snodo cruciale per l’attuazione della legge: «Il governo ha dato la disponibilità ad eliminare dal testo del ddl ogni riferimento all’Autonomia differenziata. È vero che l’Autonomia ha necessità della definizione dei Lep, ma i Lep non hanno necessità dell’Autonomia, sono semmai necessari a superare le diseguaglianze».

Per ora però servono le bandierine. Per Calderoli si tratta di «una storica prima volta». I quattro presidenti usano aggettivi altrettanto altisonanti. Il Pd invece scatena il fuoco di fila: a palazzo Chigi si è tenuto «il Consiglio dei ministri della secessione» dice un comunicato di guerra di Marco Sarracino, responsabile Sud, «Giorgia Meloni ha scelto di andare avanti sull’autonomia differenziata: uno schiaffo alla coesione nazionale, un colpo all’unità del Paese». Elly Schlein parla dei rischi della protezione civile spezzettata da Siderno, in Calabria, nei luoghi colpiti dal maltempo: «Dovremmo fermarci e riflettere su quello che serve a un grande Paese per non aumentare i divari territoriali ma fare avere alle regioni più fragili tutto il supporto che serve in termini di risorse, competenze e prevenzione del dissesto idrogeologico». Per la Cgil il governo «aggira la sentenza della Corte costituzionale e ignora la mobilitazione della società civile che ha raccolto oltre un milione di firme per sottoporla a referendum abrogativo», dice Christian Ferrari, a suo tempo responsabile della campagna per il quesito che però cadde alla Consulta, «andare avanti su questa strada significa aggravare i divari territoriali e le diseguaglianze sociali, e mettere a rischio la coesione del Paese».

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