Il governo italiano ha preso posizione contro le sanzioni chieste da Bruxelles contro il porto di Kulevi, dove si supponeva passassero navi della flotta fantasma russa. Un’infrastruttura in mano agli azeri di Socar, che hanno anche comprato Ip da Api a maggio scorso
La sicurezza energetica val bene un veto. Pazienza se riguarda la flotta fantasma russa e il trasporto di petrolio che passa per un punto nevralgico del sistema portuale della Georgia.
Un passo indietro: con la crisi iraniana, l’Azerbaigian è diventato un partner sempre più importante nella geografia dell’approvvigionamento energetico italiano. Il governo Meloni ha cercato di diversificare le fonti investendo anche diplomaticamente sui rapporti con altri paesi del Nordafrica e dell’Asia centrale. A Baku la presidente del Consiglio è volata di recente, il 5 maggio scorso, proprio per avvicinare ulteriormente i due paesi, dopo che per tredici anni nessun premier si era recato in visita nel paese. Meloni in quell’occasione ha definito la relazione tra Roma e Baku come una delle poche «certezze» in un panorama internazionale sempre più turbolento. «Più l'instabilità intorno a noi aumenta, più è importante rafforzare le certezze che abbiamo» ha spiegato la premier.
Chi trova un amico
Le «certezze» citate da Meloni si traducono in flussi massicci che scorrono verso l’Italia: l’Azerbaigian è il secondo fornitore di gas e petrolio per Roma, arrivando a venderci il 15,4 per cento del primo e il 15,8 per cento del secondo. Numeri importanti, che hanno accresciuto la solidità del legame tra i governi al punto tale che Roma è stata pronta a opporsi al ventesimo pacchetto di sanzioni europee contro la Russia. Si trattava di sanzioni nei confronti di banche e infrastrutture che Mosca continua a utilizzare per vendite illegali: uno di questi sarebbe il terminal petrolifero del porto di Kulevi, che affaccia sul mar Nero. Niente da fare, a sollevare questioni sull’inclusione di questa infrastruttura sono stati proprio Italia e Ungheria. La riunione risale a febbraio scorso, prima del cambio di linea del governo di Budapest. Per comprendere la ragione del posizionamento del governo italiano va tenuto da conto il fatto che il terminal è di proprietà di Socar, l’azienda petrolifera statale azera.
Alla fine, almeno sulla carta, le autorità georgiane e Socar hanno dato rassicurazioni sul fatto che il petrolio russo non circolerà più. Ad avere interesse a ingraziarsi Mosca è però anche Tblisi, che con il governo di Sogno georgiano si sta riposizionando nel quadrante caucasico. La prospettiva dell’esecutivo è decisamente rivolta alla Russia, con un progressivo allontanamento dall’Unione europea. D’altro canto, i rapporti con Baku sono sempre stati eccelsi, soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture, anche di tipo energetico: «La partnership con l’Azerbaigian è facile anche perché non è sottoposta a nessuna condizionalità, a differenza di quella con Bruxelles» spiega Eleonora Tafuro Ambrosetti, senior research fellow dell’Ispi e co-direttrice del centro Russia Caucaso e Asia centrale. Per altro, Tblisi è anche spaventata dalla prospettiva di trovarsi al margine del Tripp, l’iniziativa nata sotto il cappello americano che favorisce il commercio tra Azerbaigian, Armenia verso ovest, bypassando la Georgia.
Meglio allora intensificare i rapporti con Mosca, aumentando anche l’importazione di gas dalla Russia, con cui pure Baku ha un rapporto molto pragmatico. Nonostante molte crisi politiche, infatti, i rapporti economici non sono infatti stati scalfiti dalle angherie reciproche tra i due potenti vicini. «Il regime azero ha bisogno di nemici strategici, ma più per ragioni interne. Motivo per cui anche le dichiarazioni più temerarie sembrano più indirizzate a un pubblico interno che al Cremlino» continua Tafuro Ambrosetti.
Ponti d’oro
Ma la forza del trittico Roma-Tblisi-Baku si riflette anche in un’altra vicenda che si è svolta sul suolo italiano. A maggio infatti si è completata la cessione di Ip. La società petrolifera è stata acquisita da Api proprio da Socar, quell’azienda statale azera che possiede anche il terminal in Georgia. Socar ha comprato dunque due raffinerie, depositi di stoccaggio, e una capillare rete di vendita in un’operazione del valore intorno ai 3 miliardi di euro.
Per completare il cerchio, gli azeri non hanno scelto un amministratore delegato qualsiasi: a guidare in futuro l’azienda petrolifera italiana sarà Levan Davitashvili: «Guiderà le operazioni di Ip in Italia, con il focus di assicurare la continuità operativa per preservare e rafforzare ulteriormente la sua posizione nel mercato energetico nazionale, oltre a supervisionare l’ulteriore integrazione di Ip nel gruppo Socar» si legge in un comunicato aziendale del 13 maggio che annuncia la nomina, appena una settimana dopo il viaggio di Meloni a Baku.
Davitashvili è stato ministro dell’Economia e vice primo ministro della Georgia dal 2022 al 2025: al termine del suo incarico è passato a essere consigliere economico del primo ministro attuale, il leader di Sogno georgiano Irakli Kobakhidze. Insomma, Davitashvili è organico al sistema del partito che ormai guarda a Mosca molto più che a Bruxelles: è infatti stato anche presidente di Black Sea Petroleum, l’azienda che opera la raffineria di Kulevi, a sua volta sotto la lente d’ingrandimento dell’Unione europea (come il terminal portuale) e poi esclusa dal pacchetto di sanzioni grazie alle rassicurazioni di Tblisi. A febbraio 2026 Davitashvili è stato interrogato dall’agenzia anticorruzione dei servizi segreti georgiani per indagare sullo stato delle forniture di gas georgiane. Nessuna accusa concreta, ma una splendida exit strategy dagli affari di Kulevi.
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