In un contesto in cui la distanza tra potere e popolo torna ad accentuarsi, il due volte presidente del Consiglio, sfruttando l’occasione del referendum, indossa i panni dell’eroe anti-élite e cala l’asso. Un “richiamo della foresta” che consolida l’elettorato delle origini, prepara il terreno per le politiche e può regalargli la leadership nel campo del No.
«Tutti rubano alla stessa maniera». La storia siamo noi di Francesco De Gregori è del 1985, di lì a poco sarebbero arrivate Tangentopoli, le monetine dell’hotel Raphael, la Seconda repubblica. Il sentimento anti casta ha radici profonde nell’anima dell’elettorato italiano, nato all’alba della Repubblica con l’Uomo qualunque e poi reincarnato in diverse forme per arrivare ad assumere il nome attuale grazie al bestseller di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella del 2007.
Ritrovarsi
La contestazione della casta, però, da sabato scorso è tornata a essere moneta corrente. Il merito è di un insospettabile come Giuseppe Conte che, alla presentazione del comitato per il No al referendum sulla giustizia, ha rispolverato l’argenteria di famiglia del Movimento 5 stelle. Il due volte presidente del Consiglio, già avvocato di uno degli studi legali più prestigiosi di Roma, non ha esitato a definire il referendum sulla riforma Nordio «salva casta».
Il termine mancava dal bagaglio linguistico del presidente del Movimento da qualche tempo, anche se periodicamente si riaffacciava nei post social oppure negli interventi parlamentari dei pentastellati più nostalgici. A sentirlo pronunciare corre un brividino sulla schiena, quasi che fossimo tornati ai tempi del «Bye bye vitalizi» con cui i Cinque stelle (al governo) facevano la guerra alla casta (quindi in parte a sé stessi) ed era tutta una battaglia contro i «furbetti» che «inciuciavano» arrabattando «privilegi» finché qualcuno non li «sbugiardava». Poi, poco a poco, il lessico familiare della lotta alla casta è finito in soffitta di pari passo con l’istituzionalizzazione del Movimento.
Ma come insegna il maestro di Giorgia Meloni, J. R. R. Tolkien, «le radici profonde non gelano mai». «Il mancato completamento del processo d’istituzionalizzazione del Movimento permette a Conte di avere a portata di mano un attivatore politico sempre a disposizione» dice Massimiliano Panarari, professore di Sociologia della comunicazione all’università di Modena e Reggio Emilia, parlando della guerra contro le élite.
Uno che ha conosciuto bene la prima ondata di successo del Movimento 5 stelle vede nelle parole di Conte l’approccio comunicativo della scuola di Rocco Casalino: «Il merito del referendum è troppo complesso da veicolare. In una campagna dominata dalla polarizzazione buttare la palla in tribuna tirando in ballo la casta rende tutto molto più semplice». Un frame che il Movimento potrebbe anche portarsi nella campagna elettorale per le prossime politiche rispolverando la battaglia contro la casta e cavalcando il momento di nuovo allargamento del divario tra la condizione del potere e quello del popolo. Un contesto che potrebbe portare alla fioritura di una nuova stagione di antipolitica.
Populismo contro populismo
Intanto, nella campagna referendaria, si rischia un’escalation di populismo, considerato che alla guida dell’altro campo, quello che sostiene il Sì, c’è una propagandista raffinata come Giorgia Meloni. «Da un lato il referendum provoca per sua natura una chiamata alle armi che non va per il sottile. Dall’altro Conte ha interesse ad accreditarsi come vero antagonista di Meloni per attrarre a sé anche la simpatia degli elettori del centrosinistra che va oltre il solo M5s» spiega ancora Panarari. «Su questo, per altro, Conte potrebbe anche poter contare su una sponda da parte di Meloni, che ha tutto l’interesse a schiacciare Elly Schlein sullo sfondo».
Insomma, paradossalmente, la lotta anti casta è, contemporaneamente, “richiamo della foresta” conservativo per consolidare l’elettorato dei Cinque stelle che si è andato lentamente restringendo, ma anche strumento per la conquista della leadership della campagna per il No. Un trampolino che può offrire all’ex premier l’occasione di tornare un punto di riferimento per tutti i simpatizzanti del centrosinistra. Per altro, senza nessun problema di credibilità. Nonostante alcuni esponenti del Movimento 5 stelle non abbiano esitato, negli anni, ad assumere proprio quelle abitudini che avevano promesso di combattere.
«Conte non è lui stesso casta?» si chiede Sergio Rizzo. «Il Movimento è diventato un partito non dissimile da tutti gli altri, proprio in termini di modo di intendere la politica, nel senso di privilegiare l’interesse proprio rispetto a quella del paese. Basta guardare il numero di esponenti passati con i partiti che criticavano: quantomeno hanno vissuto nella prima parte della loro vita politica in un grosso equivoco». Ciononostante, pur essendo stato abusato negli anni, sabato scorso il termine non è stato usato in maniera erronea da Conte, secondo l’autore de La casta: «Se s’intende la campagna referendaria in quel senso, nella propaganda ci sta...»
Ma per i suoi seguaci, Conte non si sta contraddicendo. Al di là di una memoria più corta del proprio elettorato, che è anche meno cerebrale di quello del Pd, l’ex premier può anche contare sul valore di catalizzatore che la furia anti-establishment rappresenta per i simpatizzanti dei Cinque stelle.
«E poi, c’è un tema di dissonanza cognitiva. L’elettore M5s si considera diverso dagli altri e all’interno delle sue categorie individuali vede ciò che vuole vedere» spiega ancora Panarari. E quindi, giù di slogan accostati in un patchwork a volte anche contraddittorio. Pazienza se il disegno complessivo non ha senso, ciascun elettore selezionerà la parte del discorso che funziona per lui.
La casta che sopravvive
E pensare che, al di là dei facili slogan da campagna elettorale, di privilegi riservati alla casta ce ne sarebbero ancora parecchi da estirpare, anche vent’anni dopo. «Non siamo in una situazione felice: basta guardare i numeri, la sobrietà non fa parte delle nostre istituzioni» spiega Rizzo. «Certe abitudini non sono mai tramontate, con l’aggravante che chi vince le elezioni oggi si prende tutto. La casta è riuscita a fare un ulteriore salto di qualità in negativo, diventando ancora più ingorda».
Nessuna luce alla fine del tunnel. «Ci sarebbe voluta un’autocoscienza che il potere non ha avuto per far rinunciare i politici ai privilegi» continua l’autore del fortunato bestseller.
«È passato anche un messaggio un po’ distorto del nostro libro: la questione non era solo quella degli sprechi o dei costi eccessivi, ma riguardava anche il danno al paese che ha provocato una politica che ha smesso di occuparsi del bene collettivo». Insomma, neanche la forza politica che aveva fatto della lotta alle élite la propria bandiera ha saputo arginare il degrado. Anzi, in parte lo ha alimentato, portando a un panorama desolante. «La classe dirigente non conta più nulla, di conseguenza finisce per essere sempre più modesta, anche perché i partiti sono ormai ridotti a fortini attorno un leader, magari addirittura a un clan familiare: la carne è debole. E il potere è il terreno dove se ne misura la mediocrità».
© Riproduzione riservata


