Il Senato ha approvato il disegno di legge sulla caccia (80 favorevoli, 56 contrari, 2 astenuti) a prima firma del capogruppo di Fratelli d’Italia a Palazzo Madama, Lucio Malan. Il testo passa ora alla Camera, ma il primo via libera parlamentare è il segnale della volontà politica di questa maggioranza di governo: un cambio di paradigma culturale.

La biodiversità non va tutelata in quanto tale e nell’interesse della collettività secondo i dati della comunità scientifica, ma gestita da persone che trovano nella caccia il proprio divertimento.

La proposta interviene sulla legge 157 del 1992, la norma che attualmente regola la protezione della fauna selvatica e il prelievo venatorio. È vero che quella legge andrebbe aggiornata, perché oggi la situazione ecologica dell’Italia è diversa da quella che c’era trentaquattro anni fa: i boschi sono molti di più, sono aumentate le popolazioni di alcuni animali, che in alcuni contesti causano danni alle attività umane, ed è aumentato anche il numero di specie invasive.

Tuttavia, quella norma inseriva la caccia in una gerarchia: prima la tutela della fauna selvatica, poi il prelievo venatorio come eccezione regolata. Nel ddl, invece, la caccia è presentata come strumento di «gestione» della fauna selvatica che «concorre alla protezione dell’ambiente e all’equilibrio ecosistemico».

Caccia e biodiversità

Questa impostazione è problematica sul piano scientifico. La letteratura sul tema non consente di assumere, in via generale, che la caccia sia utile alla biodiversità. Gli effetti ecologici del prelievo di individui dipendono dal contesto, dalle specie, dall’intensità della caccia, dall’affidabilità dei monitoraggi.

In casi circoscritti, il prelievo può essere usato come strumento di gestione, per contenere popolazioni in eccesso o ridurre danni agricoli, ma servono censimenti, analisi delle soglie di conservazione delle popolazioni e verifiche costanti. Non può certamente essere affidato alla discrezionalità di persone che praticano la caccia come passatempo. In sintesi, la gestione della biodiversità deve essere affidata alla scienza.

Un’Ispra consultiva 

Ma il ddl va nella direzione opposta perché depotenzia il ruolo di Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), organo scientifico a disposizione delle istituzioni italiane: riduce la forza del parere di questo ente nella definizione delle specie cacciabili e dei periodi di caccia, trasformandolo da presidio tecnico sostanziale in un elemento consultivo, affiancato da un organismo, il Comitato tecnico faunistico-venatorio, nel quale pesano anche i pareri di componenti legate al settore della caccia e dell’agricoltura. In questo modo, è facile intuire che la regolazione dell’attività sarà più esposta a pressioni politiche e interessi economici.

Cacciare di più

Tra le varie modifiche, il ddl amplia tempi, spazi e modalità della caccia: consente alle regioni di posticipare i calendari venatori, introduce l’uso di visori ottici e l’impiego di esche vive, e favorisce anche le aziende private legate alla caccia. In particolare, rimuove il vincolo dell’assenza di fini di lucro per le aziende faunistico-venatorie, permettendo loro di operare come imprese, vendere la carne degli animali abbattuti e sviluppare altre attività economiche. In questo modo, attorno alla fauna selvatica si rafforza un circuito commerciale, segnale di una fauna come risorsa economica e non bene da proteggere.

Ue e Costituzione

Inoltre, sul piano europeo, il rischio è di incorrere in una procedura d’infrazione per la possibile incompatibilità con due direttive centrali per la protezione degli ecosistemi: la direttiva Uccelli e la direttiva Habitat. Secondo diverse associazioni, tra cui Wwf e Legambiente, una lettera ufficiale della Commissione europea, inviata al governo italiano già nel dicembre 2025 e finora ignorata, avrebbe già segnalato criticità.

C’è poi un possibile problema di incostituzionalità della norma. Nel 2022 l’ambiente è entrato nella Costituzione italiana: all’articolo 9, la Repubblica «tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni». Una legge che amplia tempi, spazi e strumenti del prelievo venatorio non può essere presentata come una misura a tutela della biodiversità.

La maggioranza difende e approva (al Senato) il disegno di legge invocando alcune criticità: l’abbondanza di cinghiali, i danni agricoli, la peste suina africana e gli incidenti stradali. Sono tutte questioni che richiederebbero misure di prevenzione, monitoraggio e interventi basati sui dati: non possono essere risolte semplicemente sparando.

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