Nelle ultime settimane, giornali e televisioni hanno scoperto che esistono donne e attiviste contrarie al ddl Zan. Si definiscono femministe radicali o “radfem”, ma vengono chiamate anche “terf”, cioè femministe radicali trans escludenti, una definizione che trovano offensiva.

Sono donne non-trans, etero o lesbiche, e hanno spesso posizioni di rilievo nell’ambiente della cultura. Sono giornaliste, accademiche, docenti con un facile accesso ai media. Basta confrontare quanti articoli, editoriali, commenti hanno firmato sulla stampa mainstream e quanto spazio hanno invece a disposizione le persone che fanno politica Lgbt+ e femminista intersezionale, cioè con una prospettiva che tiene in considerazione le molteplici discriminazioni che una persona può subire contemporaneamente per etnia, classe, identità di genere, orientamento sessuale.

Quelle femministe critiche verso il ddl Zan che i giornali e i media citano e chiamano ogni giorno, come se fossero le uniche in Italia, di sicuro non rappresentano me, una donna trans, non etero, femminista intersezionale, né possono parlare per nome di tutto il movimento transfemminista che si batte ogni giorno contro la violenza omolesbitransfobica e a favore l’approvazione della legge Zan, nonostante sia considerata una legge imperfetta.

Del ddl Zan le terf criticano soprattutto l’introduzione del concetto di identità di genere disgiunta dal sesso. Nonostante non dicano apertamente di essere transfobiche, quello che dicono sulle persone trans è, senza mezzi termini, transfobico. Sono anche contro la Gpa, cioè la gestazione per altri e contro il sex work. Nei loro discorsi spesso si scagliano contro tutto questo, prefigurano un attacco alle donne e al corpo delle donne che in realtà non esiste.

Anzi esiste ma in altri termini. Ciò che viene continuamente messo in discussione è il diritto a un aborto sicuro, l’accesso ai contraccettivi, alla salute pubblica. Parliamo di violenza ostetrica, di salute mentale, di una concezione della medicina basata sul corpo di maschi etero cis. In una parola parliamo di autodeterminazione.

In modo apparentemente paradossale le terf, in particolare Arcilesbica, si sono avvicinate a movimenti cattolici conservatori, come i Provita. L’influenza della chiesa crea strane dinamiche, anche all’interno dello stesso Pd, promotore sì delle unioni civili e del ddl Zan, ma che quando si parla di diritti civili si lascia spesso portare dalla corrente.

Dietro alla critica all’identità di genere disgiunta dal sesso si cela un pretesto per attaccare il vero obiettivo principale delle terf, cioè le donne trans. Attacchi che vengono portati avanti da anni e che nel dibattito attuale trovano una legittimazione nella politica istituzionale.

Le donne trans sarebbero uomini che con l’inganno entrano nel regno del femminile, per stuprare e violentare, per complottare una sorta di sostituzione delle donne usando l’identità di genere e le teorie queer come un grimaldello concettuale per cancellare le donne, dopo decenni di durissime battaglie politiche, e sostituirle con donne dalla vagina artificiali o con dei peni. Se di sesso vogliamo parlare, l’attenzione è sempre tutta sui genitali.

Riconoscere diritti ad alcune persone, però, non significa togliere i diritti ad altre. È qualcosa di già sentito che le terf sembrano non voler capire. In Italia c’è solo una legge che riconosce le persone trans e risale al 1982. Così come per il ddl Zan, è prima di tutto un riconoscimento dell’esistenza come cittadine e cittadini di persone con determinate esigenze, un riconoscimento simbolico ma non solo.

La legge 164 permette di cambiare il nome sui documenti solo in seguito ad una operazione di ricostruzione chirurgica dei genitali, quella che viene comunemente intesa come cambio di sesso. L’operazione non è obbligatoria, e i motivi per non farlo sono tantissimi, ma il prezzo da pagare per non farla è non avere i documenti adeguati.
Ci sono voluti anni dopo l’approvazione della 164 prima che le regioni istituissero i consultori e che si iniziassero a formalizzare i percorsi di transizione, anche tramite protocolli psichiatrici (la psichiatria e la patologizzazione psichiatrica hanno sempre avuto un ruolo preponderante nelle nostre vite di donne trans, donne cis, lesbiche, gay e bisessuali).

Una paura legittima

Soltanto 33 anni dopo quella legge, nel 2015, una Sentenza della Corte di Cassazione (e non una nuova legge che stiamo ancora aspettando) ha permesso alle persone trans la rettifica dei documenti senza operazione ma sempre con iter burocratici piuttosto lunghi e dispendiosi. Questo solo per rimanere in ambito giuridico.

L’identità trans è una identità, politica, esistenziale, corporea in continuo mutamento, e non perché la fluidità di genere, che alternatamente può portare sgomento o meraviglia, porti intrinsecamente in sé una certa fuggevolezza, ma perché ogni identità politica (non ideologica) cambia nel tempo e nello spazio.

Nonostante la precarietà, la psichiatrizzazione, la transfobia, la transmisoginia, le identità trans sono sempre più forti e determinate nel non lasciarsi schiacciare. E però c’è da dire che la paura delle Terf, che la donna venga oppressa, zittita e violentata, è una paura reale e, non solo storicamente, legittima. Solo che la minaccia non viene dalle donne trans. Viene dall’oppressione sessista e misogina della nostra società,esercitata ogni giorni dai loro attuali, ma non si sa quanto estemporanei, alleati.

 

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