Siamo nella fase finale della corsa delle comunali di Roma e la partita è ancora aperta: i voti vanno cercati strada per strada, sms per sms, tra una battuta su Twitter e un evento in piazza.

È quello che sta facendo Carlo Calenda, il candidato che è partito per primo con la campagna elettorale. All’inizio puntava a essere il candidato del centrosinistra ma non ha voluto piegarsi a fare le primarie, e oggi oscilla tra il terzo e il quarto posto, stando ai sondaggi.

Settimana dopo settimana, però, il suo profilo di manager pragmatico che ha modellato il messaggio elettorale sul superamento del binomio destra-sinistra ha attirato una quota di voti del centrodestra. Quello che in area calendiana viene definito «il centrodestra serio e moderato» si identifica più con il profilo dell’ex ministro per lo Sviluppo economico che con quello del “tribuno” Enrico Michetti. Il candidato ufficiale del centrodestra è in balia del suo personaggio: oscurato dai leader nazionali e in particolare dalla sua madrina, Giorgia Meloni, appare più appetibile per il suo elettorato di riferimento quando rimane in silenzio.

Eppure quanto sia ampia la quota di «seri e moderati» rimarrà incerto fino al voto, ed è una incognita su cui lo stesso Calenda non si fida a scommettere. La linea del leader di Azione non è cambiata per occupare lo spazio di indecisi creato dal profilo di Michetti e non cambierà nemmeno in questi ultimi giorni, secondo lo staff del candidato. La proposta politica è consolidata da mesi – si ragiona – e modificarla ora non paga. Nessuna strategia per andare a cercare i voti della destra, quindi: se il travaso ci sarà, avverrà naturalmente.

L’immobilismo forzato

A tattica invariata, l’avversario politico continua a essere Roberto Gualtieri: Calenda punta ad essere l’alternativa a quel centrosinistra, considerando più utile lavorare ancora sull’elettorato che si colloca in area Pd. Tanto è vero che è con i dirigenti dem che ingaggia gli scontri più duri: nei giorni scorsi ha polemizzato con Goffredo Bettini, poi ha risposto con tono piccato alle critiche dell’ex collega Andrea Orlando. A fargli da spalla c’è Italia viva, che a Roma non è alleata con il Pd. I renziani porteranno voti – pochi o tanti che siano – ma Calenda ha preferito silenziarli in campagna elettorale e occupare lui tutto lo spazio mediatico, per non risentire dei riflessi della cattiva stampa di Matteo Renzi.

Avanti allora con il suo programma e con un unico mantra: Calenda di sente candidato civico e post ideologico: «Perché i problemi della città non sono ideologici, ma emergenze da risolvere» è la sintesi del suo pensiero, con in testa quella che lui chiama “malamovida”, poi il disastro dei trasporti e dei rifiuti.

Se questo basterà a convincere gli indecisi di centrosinistra è impossibile dirlo. Certo è che Gualtieri, certo meno brillante mediaticamente, ha un vantaggio non di poco conto: sei liste che vanno dalla sinistra civica alla democrazia solidale vicina alla comunità di Sant’Egidio, e ramificazioni in tutti i municipi. Un sostegno ampio che si giustifica sia con la struttura partito alle spalle che con la capacità aggregatrice di un candidato più portato allo spirito di squadra che a quello del goleador solitario.

Eppure, nemmeno questo è bastato a convincere Calenda che il vero bacino di voti oggi recuperabile sia quello di centrodestra: troppo alto il rischio di perdere quello che lui considera ancora il suo elettorato di riferimento, ammiccando a quello avversario.

L’unica concessione esplicita – che però forse dice di più della sua vanità un po’ guascona che della strategia politica – è il nuovo tatuaggio al polso: “SPQR”. Il motto è radicato nell’immaginario vicino proprio il “tribuno” Michetti, che arringava sugli antichi fasti dell’impero romano, e sembra una piccola operazione simpatia nei confronti dell’elettorato di destra della capitale.

L’ipotesi a destra

Nonostante tutto, a destra Calenda viene considerato il competitor ombra di Michetti. L’unico a dirlo chiaramente è stato il ministro leghista Giancarlo Giorgetti, che ha fatto l’endorsement definendo Calenda «con le caratteristiche giuste per amministrare una città complessa come Roma». Tuttavia, nel gruppo dirigente del centrodestra romano c’è la sensazione che, continuando a inseguire Gualtieri, il leader di Azione abbia perso la sua occasione di far presa sull’elettorato conservatore.

«Se si fosse messo nell’ottica del candidato superiore alle parti poteva impensierirci sul serio, invece si è ostinato a guardare solo in direzione del Pd», ragionano. Uno di loro semplifica il tutto in modo più brutale: Calenda doveva fare più il «democristiano», invece il suo dramma rimane il carattere: le intemperanze che lo portano a litigare democraticamente sia a destra che a sinistra non gli permettono di portare avanti alcuna strategia politica.

Intanto, il 3 e il 4 ottobre sono il traguardo di breve periodo e dallo staff di Calenda si ribadisce di puntare ad arrivare al ballottaggio. Se così non fosse, però, si aprirà il vero scenario per il futuro di Azione e dello stesso leader.

L’ipotesi più probabile è che il secondo turno sia tra Gualtieri e Michetti. Il Pd troverà sponda da parte dei Cinque stelle, riproducendo l’asse già esistente a livello nazionale. Calenda, invece, deve scegliere: se accodarsi come terzo alla cordata del centrosinistra, oppure superare il proverbiale Rubicone e orientarsi verso Michetti, aprendo a destra con la giustificazione di mitigare l’estremismo del candidato di Meloni.

Calenda sembra preferire la terza via, ripetendo che «gli elettori non sono pacchi» e quindi al ballottaggio non darà indicazioni di voto. Politicamente, questo si traduce in un ulteriore immobilismo. «Se scegliesse di appoggiare il centrodestra si creerebbe un nuovo spazio politico al centro, se sceglie di rimanere il terzo incomodo a sinistra spreca quel che ha fatto», ragiona un dirigente di centrodestra. I tempi, però, non sembrano maturi.

 

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