Il ministro Valditara si prepara a scrivere una nuova lettera ai genitori di chi frequenta la terza media per segnalare gli indirizzi scolastici che offrono maggiori opportunità occupazionali, sulla base delle richieste delle imprese. Un'iniziativa presentata come un aiuto a scegliere «consapevolmente». Il problema non è conoscere le prospettive occupazionali. È assumere le necessità delle imprese come criterio privilegiato per orientare la formazione e, soprattutto, fingere che quel criterio abbia lo stesso significato per tutte le famiglie
«Che cosa farai da grande?» è una domanda che ci accompagna fin dall'infanzia. Ci viene posta quando ancora non sappiamo bene che cosa significhi lavorare, quando immaginiamo di poter diventare qualsiasi cosa, e poi di nuovo, crescendo, quando cominciamo a capire che non tutte le possibilità sono davvero alla nostra portata. A tredici anni, per qualcuno il futuro è ancora un territorio da esplorare, per qualcun altro è già una questione di necessità. C'è chi può permettersi di non sapere, di cambiare idea, di studiare a lungo. E chi deve cominciare presto a fare i conti con quanto costa continuare a studiare.
È a queste famiglie che il ministro Giuseppe Valditara si prepara a scrivere. Mercoledì 28 ha annunciato una nuova lettera ai genitori di chi frequenta la terza media per segnalare gli indirizzi scolastici che offrono maggiori opportunità occupazionali, sulla base delle richieste delle imprese. Un'iniziativa presentata come un aiuto a scegliere «consapevolmente». Ma consapevolmente rispetto a cosa? Il problema non è conoscere le prospettive occupazionali. È assumere le necessità delle imprese come criterio privilegiato per orientare la formazione e, soprattutto, fingere che quel criterio abbia lo stesso significato per tutte le famiglie.
è questione di condizioni
Chi cresce in una famiglia benestante, dove il liceo e l'università sono percorsi quasi scontati, difficilmente rinuncerà a quella prospettiva perché le aziende cercano tecnici specializzati. Chi invece teme di non potersi permettere anni di studio, riceverà quel messaggio in tutt'altro modo. La lettera è uguale per tutti. Le condizioni per scegliere no.
La stessa logica attraversa la riforma degli istituti tecnici promossa da questo governo e il nuovo assetto della filiera tecnologico-professionale. La diseguaglianza si trasforma in orientamento, la segregazione scolastica in libera scelta. A una parte delle persone giovani viene riconosciuto il tempo di formarsi, sperimentare, persino sbagliare; a un'altra viene chiesto di diventare occupabile il prima possibile. E quella che dovrebbe essere una scelta educativa finisce per assomigliare a una distribuzione anticipata dei posti nella società.
Ma il futuro non viene distribuito soltanto in base al reddito. «Che cosa farai da grande?» non è mai stata la stessa domanda per una bambina e per un bambino. Le aspettative di genere cominciano molto prima dell'orientamento scolastico: nel modo in cui si riconoscono le capacità, si incoraggiano le ambizioni, si attribuiscono attitudini alla cura, alla tecnica, al comando. E si intrecciano con la provenienza geografica, con il razzismo, con le condizioni familiari.
Chi viene incoraggiato a puntare in alto e chi impara presto a ridimensionare le proprie aspettative? Chi viene mandato a studiare fuori sede e chi viene tenuta in casa? Non basta dire a ragazze e ragazzi che possono diventare ciò che vogliono, se poi lasciamo intatti i meccanismi che insegnano loro che cosa sia ragionevole desiderare.
È anche per questo che l'educazione sessuo-affettiva è un'urgenza politica: riguarda la possibilità di riconoscere gli stereotipi che organizzano le nostre vite, delineano il futuro professionale e personale, generano disuguaglianze.
Il mercato del lavoro viene presentato come una realtà alla quale adattarsi, anziché da trasformare. Le imprese cercano personale, ma a quali salari, con quali contratti, con quali diritti? L’occupazione non garantisce un'alternativa sicura alla povertà o sempre più non basta a costruirsi una vita indipendente.
La scuola pubblica non può essere ridotta a fornire forza lavoro alle imprese: dovrebbe dare gli strumenti per comprendere le condizioni in cui si lavora e contrastare la divisione tra chi viene formato per interpretare e dirigere il mondo e chi per adattarvisi.
Le mobilitazioni studentesche rendono questa contraddizione ancora più evidente. Si lotta per le condizioni materiali del futuro che viene prospettato: precarietà, carovita, disuguaglianze, razzismo, guerre. E il governo risponde con nuove misure repressive.
Perché «che cosa farai da grande?» possa essere davvero una domanda aperta, bisogna che la risposta non sia già scritta nel reddito dei genitori, nel genere, nel cognome, nella regione o nel quartiere in cui si nasce. E bisogna riconoscere alle persone giovani anche il diritto di rispondere che non lo sanno ancora o che vogliono cambiare le regole del gioco.
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