Via la tassa sulle auto di piccola e media potenza. La misura pesa oltre due miliardi di euro. La premier vuole andare «a scadenza di legislatura» e porrà la fiducia sulla legge elettorale
Guai a scambiarla per misura elettorale perché non ci sono elezioni alle porte, è l’avvertimento della premier Giorgia Meloni nella conferenza stampa post Consiglio dei ministri. Il suo governo ha abolito il bollo auto per le vetture di piccola e media potenza fino a 80 kilowattora (circa il 70 per cento dei mezzi in circolazione) e l’esenzione vale anche per i motocicli, ma ogni cittadino avrà diritto a una sola agevolazione. «Finché ho una maggioranza solida per governare intendo governare» fino alla scadenza naturale a novembre 2027, ha scandito allontanando l’illazione che la misura da oltre due miliardi di euro che riguarda circa 14,3 milioni di veicoli sia una prebenda per ben disporre l’elettorato. «Voglio andare a scadenza della legislatura», dunque i provvedimenti non sono iniziative a carattere elettorale. «Lo hanno fatto altri», ha detto riferendosi al Superbonus.
Del resto Meloni sa che l’annuncio è di quelli a effetto: abolire il bollo auto – che lei stessa ha descritto come «una delle tasse più odiate dagli italiani» – costerà circa 2,4 miliardi di euro. La tassa ha carattere regionale, ma la misura voluta dal governo non peserà sulle regioni perché il ministero dell’Economia trasferirà agli enti locali l’equivalente del mancato introito.
La premier ha spiegato la scelta come alternativa strutturale al taglio emergenziale delle accise per calmierare i prezzi dei carburanti. «Si tratta di una misura strutturale a fronte di una emergenza», perché sgrava le famiglie che hanno una utilitaria di una spesa fissa: un’alternativa alla continua decretazione d’urgenza che invece è un beneficio orizzontale di cui si giovano tutti. La misura ha anche un portato evocativo che piace a Meloni: era uno dei cavalli di battaglia di Silvio Berlusconi che promise (senza realizzare) l’abolizione del bollo nell’ultimo giorno di campagna elettorale del 2008 e che, durante il governo, preferì poi abolire l’Imu sulla prima casa. «Gli altri propongono la patrimoniale, noi togliamo le tasse sulla proprietà», è stato lo slogan coniato dalla premier.
Il cappello di Forza Italia
L’iniziativa è stata presentata con tutti gli onori: Meloni circondata dai due vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, gongolanti davanti a una misura certamente spendibile. In particolare per Forza Italia, che da sempre cavalca questo tema e lo aveva fatto anche a fine agosto con il governatore della Calabria Roberto Occhiuto, che in una intervista al Corriere della Sera aveva ipotizzato «l’abolizione del bollo auto per tutti». E Meloni lo ha parzialmente preso in parola.
«L’idea è figlia di una visione politica: meno tasse per favorire la crescita», ha chiosato Tajani, mentre il più elettrizzato è parso Salvini, il quale non ha resistito a un rilancio che ha lasciato spiazzata la premier: «Mi hanno già chiesto di estenderla anche alle auto sopra gli 80 kilowattora. Mai dire mai, c’è la legge di Bilancio». Meloni ha sgranato gli occhi: «Cerchiamo di presentare i risultati, prima di anelarne altri». Poi ha guardato insistentemente il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e ha potuto rilassarsi solo quando Salvini ha terminato ed è stato il turno del titolare del Mef. Proprio lui, attento custode dei cordoni della borsa, ha ammesso che la strada per questo taglio è arrivata «in modo sofferto» e dopo aver vagliato altre ipotesi: «Pensiamo a una misura che nasce in un momento emergenziale ma deve diventare strutturale». Per ora, infatti, il taglio è previsto per il 2027. Ovvero l’anno in cui si andrà a votare, hanno ricordato le opposizioni. «Quando lo proposi da candidato in Calabria, Meloni mi aveva denigrato definendomi Cetto La Qualunque», ha ricordato l’europarlamentare M5s, Pasquale Tridico.
Le incognite
Per i maliziosi, dunque, la misura del governo non può che essere una prebenda elettorale, che va di pari passo con l’approvazione alla Camera della legge elettorale. L’ultimo sì è previsto il 28 settembre (ma potrebbe slittare di qualche giorno) e gli avversari la considerano una soluzione che aggiusta le regole del gioco in favore del centrodestra. Anche su questo Meloni ha avuto parole decise. «Non ho mai creduto che le leggi elettorali favoriscano qualcuno. Di questa legge beneficerà chi vincerà e potrà governare, ma con il mandato dei cittadini», ha tagliato corto. E ha restituito anche un altro elemento, rivolto forse più agli alleati che alle opposizioni. C’è chi, nella sua maggioranza, sarebbe tentato di sfruttare il voto segreto alla Camera per azzoppare ancora una volta le preferenze, come già fatto dai franchi tiratori a luglio. Ecco perché il governo dovrebbe porre la questione di fiducia: ancora in forse fino a ieri, Meloni l’ha data per certa. Visto che dopo il capitombolo a Montecitorio le opposizioni avevano parlato di governo sfiduciato. «Penso che mettere la fiducia sia una questione di chiarezza», ha detto.
La giornata, dunque, ha permesso alla premier di mettere più di un punto fermo: il pallino del voto è in mano a lei e fino a contrordine si arriverà alla fine della legislatura, con Vannacci sempre fuori dalla coalizione, perché «le alleanze si fanno sul rispetto degli impegni presi» e il suo gruppo ha già votato contro il centrodestra. La legge elettorale invece è da considerarsi cosa fatta, pena la caduta del governo. Ma il futuro rimane incerto e il voto anticipato rimane dietro l’angolo. Per ogni evenienza l’abolizione del bollo auto fa certo molto bene all’umore degli elettori.
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