Meloni si limita a parlare di «pagina buia». L’ira dell’associazione delle vittime. Mattarella: «Volevano distruggere la democrazia». Applausi per il sindaco Lepore: «La verità e la giustizia vanno difese»
BOLOGNA – È una Bologna commossa e rispettosa del proprio dolore, ma anche orgogliosa della propria reazione, quella che ha commemorato il 46esimo anniversario della strage della stazione.
Il più grande eccidio in tempo di pace della storia italiana - 85 morti e più di 200 feriti, una ferita ancora aperta - e, soprattutto, una testimonianza di un pezzo di storia su cui non si può tacere.
Eppure, c’è chi, come Giorgia Meloni, ancora non riesce a riconoscerla per ciò che è stata: una strage neofascista realizzata con il coinvolgimento di apparati deviati dello Stato e della massoneria.
Sotto i portici
Tornato, dopo la riapertura di via dell’Indipendenza, al tradizionale percorso, il corteo da piazza del Nettuno alla Stazione Centrale è stato partecipato da centinaia di cittadini che, sotto i portici, hanno salutato il passaggio di istituzioni e familiari delle vittime con contegno emozionato. Niente cori o slogan: soltanto il suono degli applausi e il rumore di un silenzio carico di memoria. A sfidare il caldo, in piazza Medaglie d’oro, erano più di mille. Tra i presenti, anche la sorella e la nipote di Abderrahim Fakir, il 42enne morto durante un intervento della polizia due settimane fa.
«La verità e la giustizia sono beni della collettività da coltivare e da difendere», ha detto dal palco il sindaco, Matteo Lepore, che ha sottolineato come le ultime sentenze di Cassazione su Gilberto Cavallini e Paolo Bellini non siano «un capitolo in più di un dibattito che si trascina all'infinito» ma l’accertamento, una volta di più, della matrice eversiva e neofascista dell’attentato. «Non è un'ipotesi giornalistica, ma un fatto giudiziario, provato oltre ogni ragionevole dubbio, dopo quarantacinque anni di indagini».
Applauditissimo a ogni pausa, Lepore ha ricevuto l’abbraccio della sua città dopo le ultime settimane segnate dalle minacce di morte e dagli attacchi da parte della destra di governo. Una vicenda e un clima che Lepore non ha citato direttamente, ma a cui ha alluso: «Qualcuno racconta Bologna come quasi dilaniata dall’odio o dalla paura, ma io ne vedo un’altra: una città che sceglie deliberatamente di avere cura di sé, a partire dai più fragili».
Allo stesso modo, il ricordo della strage non è solo la commemorazione delle vittime e la denuncia dell’eversione, ma la celebrazione dei valori di solidarietà e partecipazione dimostrati dalla città. «Quella dei bus urbani trasformati in ambulanze di fortuna, dei tassisti, dei vigili del fuoco, dei semplici cittadini accorsi a scavare tra le macerie a mani nude», ha detto il sindaco, un’immagine di Bologna «indelebile» tanto quanto quella della stazione distrutta.
Le parole del presidente
In un messaggio inviato alla città, Sergio Mattarella ha rilanciato «l'impegno a salvaguardare il futuro, da costruire nei valori di libertà, di giustizia, di democrazia». Gli stessi, cioè, che «la strategia neofascista del terrore pretendeva distruggere». Alle parole, inequivocabili, del capo dello Stato fanno da contraltare quelle di Meloni. La presidente del Consiglio si è limitata a definire il 2 agosto di 46 anni fa «una delle pagine più buie e drammatiche della storia nazionale», promettendo l’impegno del proprio governo nel lavoro di desecretazione di atti classificati. Pronta la risposta di Paolo Lambertini, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage: altro che pagina buia, ha detto, le sentenze dei processi hanno dato una «luce straordinaria» alla matrice dell’attentato. «Va trovato il coraggio di dire che è qualcosa di più: che è la pagina più nera del neofascismo italiano e dei pezzi dello Stato che tradirono la Repubblica», ha puntualizzato Lambertini.
Sebbene non stupisca, la distanza tra i commenti delle due più alte cariche dello Stato, presidente della Repubblica e presidente del Consiglio, stona, e Meloni è finita subito nel mirino delle opposizioni. «Penso che soprattutto chi governa debba dare piena lettura e piena attuazione alle sentenze», il secco commento di Elly Schlein. Bolognese d’adozione, la segretaria Pd ha salutato calorosamente Lepore e ha mandato un messaggio a chi ancora avanza dubbi e prova a rispolverare altre ipotesi, come la pista palestinese: «Non consentiremo che si provi a riscrivere la storia», anzi bisogna proseguire a cercare le parti di verità che ancora mancano. All’attacco anche Angelo Bonelli. Per il co-portavoce di Alleanza Verdi e Sinistra, quella di Meloni è una «scelta politica» che certifica «la continua rincorsa al consenso dell'estrema destra, fino a inseguire le posizioni di Vannacci».
Il solo Molteni
Lo stesso discorso vale per altri esponenti del governo, da Matteo Piantedosi a Guido Crosetto, che hanno parlato genericamente di terrorismo, odio e valori di libertà e democrazia da difendere. A Bologna, a rappresentare l’esecutivo c’era solo il sottosegretario all’Interno, il leghista Nicola Molteni, che, dal canto suo, non ha avuto dubbi: alle 10.25 del 2 agosto 1980, ha detto «un attentato terroristico di matrice neofascista ha squarciato la vita di tante persone, di una città, di una nazione intera».
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