A parole, il Pd si sdegna sdegnosamente per l’atteggiamento proprietario con cui Forza Italia utilizza una prestigiosissima istituzione di palazzo Madama, all’indomani della sconfitta referendaria, per regolare i conti interni del suo partito. Non è neanche la prima volta: nel novembre 2023 l’allora capogruppo Licia Ronzulli aveva fatto la staffetta con Maurizio Gasparri. Lei gli aveva ceduto il posto di presidente dei senatori di Forza Italia e aveva preso quello di vicepresidente del Senato lasciato da lui. Stavolta la quadriglia riguarda ancora Gasparri: cede a sua volta la presidenza dei senatori a Stefania Craxi, e quest’ultima gli lascia in eredità la presidenza della commissione Esteri e difesa. 

Le opposizioni denunciano, protestano, si stracciano le vesti. Ma poi, zitto zitto, il Pd vota il neopresidente, curando di non fare fare troppa pubblicità al bel gesto.

Tutta colpa di Tajani

E dire che Gasparri era sotto osservazione dei media, dopo il disastro referendario e la doppietta di dimissionamenti voluti dalla premier, il sottosegretario Andrea Delmastro e la ministra Daniela Santanchè (oltre alla capa di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi). 

Il suo passo indietro con contestuale cambio di ruolo fa parte di un’altra partita, quella interna a Forza Italia. Ed è, come noto, un premio di consolazione: il senatore è stato forzosamente rimosso dalla presidenza del gruppo azzurro del Senato dopo una raccolta di firme dei suoi colleghi, ispirata ai desiderata di Marina Berlusconi.

Il senatore ha pagato la vicinanza al vicepremier Antonio Tajani, ormai inviso alla famiglia del fondatore perché accusato di curarsi solo del proprio gruppetto di potere romano (di cui oltre Gasparri fa parte anche il capogruppo alla Camera Paolo Barelli, che è anche consuocero di Tajani), e di mettere troppo bocca in nomine che non lo riguardano.

Ma c’è un'accusa più riservata e più velenosa: la presidente di Mondadori, in conversari privati, lo accusa di essere incapace di farsi rispettare da Giorgia Meloni. E soprattutto di aver fallito nella missione di sciogliere la lastra di ghiaccio che caratterizza, sin dall’inizio della legislatura, il rapporto fra l’imprenditrice e la premier. Tajani però non si tocca. I Berlusconi non sono dei principianti: è vicepremier, e qualsiasi sua “diminutio” finirebbe per mandare in fibrillazione palazzo Chigi e tutto il governo. Impossibile procedere.

Delrio gli dice sì

Il giro di quadriglia fra presidenze è disinvoltissimo, e infatti criticatissimo dalle opposizioni, perché coinvolge non (solo) un partito ma un’articolazione del Senato. Epperò ieri, al momento del voto, Gasparri ha totalizzato ben 18 voti su 20. Un successo, indubbiamente, che gli ha consentito di vantarsi davanti ai cronisti: «Un grande onore», ha spiegato con orgoglio, «essere stato eletto con un consenso pressoché unanime che va anche al di là della maggioranza è un riconoscimento del lavoro fatto e di quello che faremo al servizio del Paese e del Parlamento».

In effetti i voti raccolti dal neopresidente vanno ben al di là dei 12 della maggioranza di destra. Gli sono arrivati quasi tutti quelli del Pd e delle autonomie: ha votato sì l’ex premier e senatore a vita Mario Monti, l’ex presidente Pier Ferdinando Casini, il senatore dem Graziano Delrio e la senatrice eletta dalla circoscrizione estera Francesca La Marca.

Il capogruppo dem in commissione, il riformista Alessandro Alfieri, era assente e aveva delegato al suo posto il collega Silvio Franceschelli. Epperò in via preventiva aveva dato indicazione a quelli del suo partito di non partecipare alla votazione. Lo aveva anche comunicato a Gasparri: che ora se la ride per l’ammutinamento.

In realtà Franceschelli, ligio alle indicazioni di partito, non ha partecipato al voto. Gli altri invece sono corsi in soccorso del predestinato vincitore: ha votato sì Casini, forse da “super partes” quale si dichiara spesso, così Delrio, che con Gasparri di recente ha intrattenuto un feeling sulla legge contro l’antisemitismo (e che è dato sempre più autonomo rispetto alle indicazioni del Pd, anzi rispetto al Pd stesso), e persino La Marca, che si è accodata a loro. 

Astenuti Iv e M5s

Si sono astenuti Enrico Borghi di Italia viva, e il rappresentante del Movimento 5 stelle. Contrario al «giro di valzer» anche Peppe De Cristofaro, presidente del gruppo Misto e rappresentante di Avs. «Forza Italia usa le cariche istituzionali a proprio piacimento, soprattutto quando deve risolvere i problemi interni al partito», attacca il senatore.

«Non è la prima volta che due esponenti di Forza Italia si avvicendano tra postazione istituzionale, vicepresidenza del Senato, e incarichi di gruppo. Lo hanno già fatto e lo hanno appena rifatto. E, guarda caso, lo fanno sempre per regolare i conti interni a Forza Italia. Avs non è in commissione Esteri e Difesa, dove avrebbe votato contro l’uso padronale delle istituzioni da parte di Forza Italia». Un giudizio largamente condiviso dal Pd. Che però l’ha votato. 

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