La sentenza della Corte d’appello di Milano sullo stabilimento ex Ilva di Taranto «stravolge» e «cambia le condizioni» per la vendita del sito agli indiani di Jindal Steel. Lo riferisce il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, a margine del Consiglio dei ministri straordinario indetto dal governo per rispondere al fulmine a ciel sereno che ha colpito Palazzo Chigi nella tarda mattinata di ieri: il provvedimento emesso dalla Corte meneghina che prevede la chiusura «entro 90 giorni» dell’impianto, se non si interverrà con la bonifica e la riduzione delle emissioni sottili.

Lo ha decretato la Sezione specializzata in materia di Impresa, accogliendo il reclamo e l’istanza inibitoria promosse dall’associazione «Genitori Tarantini» e da un comitato di residenti. Il decreto, che porta la firma della giudice Marianna Galioto, comporta la sospensione dell’impianto, subordinando la possibile ripresa dell’attività all’applicazione di due provvedimenti urgenti: la bonifica – con la «rimozione integrale dell’amianto presente» – e l’«adozione di misure tecniche risolutive per ricondurre le emissioni di polveri sottili entro i limiti di sicurezza sanitaria», prendendo come parametro di riferimento lo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate annue.

Intanto, Palazzo Chigi ha fatto sapere in una nota di aver confermato «un’ulteriore tranche del prestito» da 100 milioni per la continuità operativa dell’impianto. Una misura analoga a quella di fine maggio. Mentre proprio stamattina, martedì 28, è in programma l’incontro con i sindacati per l’aggiornamento sulle trattative per la vendita dell’impianto.

Pericolo per la salute

L’ordinanza conferma come l’ex Ilva rimanga un persistente pericolo per la salute pubblica, esacerbato dalla mancata manutenzione dell’impianto. Il dato di realtà è impietoso: l’incidenza del mesotelioma pleurico nell’area di Taranto e Statte presenta «tassi quattro volte superiori» rispetto alla media nazionale. Dal 2012 ad oggi, invece, si contano 11 incidenti mortali nello stabilimento, di cui due solo ad inizio anno: Claudio Salamida, 46 anni, caduto da un’altezza di dieci metri per un cedimento durante un lavoro di manutenzione, e Loris Costantino, 36 anni, precipitato durante un intervento di pulizia di un nastro trasportatore.

La Valutazione dell’Impatto Sanitario (Vis) sull’area di Taranto pubblicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) nel 2022 ha calcolato una media che oscilla tra i cinque e gli otto decessi prematuri all’anno dal 2015 in poi. Dati, questi, che integrano le perizie epidemiologiche e chimiche ordinate dal Gip del Tribunale di Taranto e depositate nel marzo del 2012.

Esse rappresentano il nucleo centrale del processo «Ambiente Svenduto» che nel 2021, con la sentenza di primo grado, aveva portato alla condanna di 26 imputati – tra cui gli ex amministratori Fabio e Nicola Riva – a complessivamente 270 anni di reclusione. Sentenza poi annullata dalla Corte d’Assise d’Appello di Lecce per incompetenza territoriale nel 2024, riavviando l’intero dibattimento nella sede del Tribunale di Potenza.

Responsabilità dei governi

Sempre la Corte meneghina ha riscontrato come le Autorizzazioni Integrate Ambientali (Aia) succedutesi dal 2011 in poi non abbiano mai preso in considerazione «la totalità delle sostanze inquinanti» generate dai processi di fusione, trascurando contaminanti come PM10 e PM2,5 la cui stima era stata sollecitata fin dal 2019 dal Comune di Taranto.

I giudici, riferendosi alla sentenza di giugno 2024 della Corte di Giustizia Europea, hanno messo in luce le responsabilità dei governi che – dal 2012 in poi – hanno emanato circa 16 interventi normativi d’urgenza – noti come decreti «Salva-Ilva» – volti a bilanciare il diritto alla salute con la salvaguardia dell’interesse strategico nazionale della produzione di acciaio, oltre a un pacchetto di prestiti ponte e finanziamenti per quasi due miliardi.

Questo ha così consentito il differimento continuo dei termini per l’attuazione delle prescrizioni del Piano di Risanamento Ambientale allegato all’Aia, prorogando l’adeguamento degli impianti rispetto alla scadenza originariamente fissata per il 2019. Nello specifico, sotto il governo Meloni, il dicastero di Adolfo Urso ha approvato 4 provvedimenti legislativi d’urgenza dedicati allo stabilimento. Con l’impianto che nel 2024 è entrato in Amministrazione Straordinaria dopo l’uscita dall’azionista di maggioranza franco-indiano Arcelor-Mittal.

Ora sembra che un altro player indiano, Jindal – già presenta con una divisione a Brindisi – possa avanzare pretese sull’impianto. Le trattative con Urso per la cessione erano in uno stato avanzato. Prima si erano registrati i tentativi con il fondo statunitense Flacks e quelli della cordata formata dal gruppo siderurgico cremonese Arvedi e dalla multinazionale Eni. Trattative complesse, visti i numerosi nodi da sciogliere: sono quasi cinquemila i lavoratori in cassa integrazione, prorogata fino a fine febbraio del 2027, mentre solo un altoforno sui cinque presenti risulta attivo. Tre sono fuori servizio, tra cui Afo 1, che è stato posto sotto sequestro probatorio senza facoltà d'uso dalla Procura di Taranto a seguito del grave incendio divampato il 7 maggio 2025.

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