Poteva essere l’ultimo colpo di scena, l’ennesimo, del processo «Ambiente Svenduto» relativo all’accusa di disastro ambientale cagionato dallo stabilimento siderurgico dell’ex Ilva di Taranto durante la gestione della famiglia Riva (1995-2012).

Invece, stamani – nell’aula Pagano del Tribunale di Potenza – la corte presieduta dal giudice Marcello Rotondi ha rigettato la richiesta di annullamento dell’incidente probatorio presentata dalla difesa degli imputati durante l’ultima udienza dibattimentale. Ovvero quel monumentale impianto basato su perizie epidemiologiche e chimiche che aveva portato alla luce uno dei più grandi disastri ambientali del nostro Paese.

L’ordinanza emessa permette così di utilizzare la perizia nei confronti di quattro imputati – tra cui Nicola Riva – che rappresentano la proprietà Ilva e i manager che di fatto erano gli esecutori di fiducia della medesima proprietà.

La contestazione della validità delle prove raccolte dal 2010 in poi rischiava di picconare giuridicamente anche l’ultimo filone – quello ambientale – rimasto in piedi nel processo nel capoluogo lucano. Per l’avvocata di parte civile Antonietta Ricci, l’annullamento della perizia «avrebbe allungato i tempi del processo di 20-30 anni» perché «si sarebbero dovute fare da zero tutte le analisi, non tenendo conto dell’impossibilità di riprodurre le condizioni di quindici anni fa».

Questo avrebbe permesso probabilmente di ottenere anche la prescrizione per il filone riguardante il disastro ambientale: un colpo impossibile da incassare da parte delle famiglie del quartiere Tamburi e da tutta la cittadinanza tarantina.

Cosa è successo finora

Già il 22 maggio la Corte d’Assise potentina aveva pronunciato la sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione dei reati nei confronti di 15 imputati, tra i quali l’ex governatore Nichi Vendola, condannato in primo grado a tre anni e sei mesi di reclusione per il reato di concussione. Mentre nell’udienza successiva del 5 giugno scorso erano state escluse dal processo le tre società del gruppo (Riva Forni Elettrici S.p.A., Ilva in A.S. e Partecipazioni Industriali), facendo così decadere anche la responsabilità amministrativa, con grave danno per i risarcimenti dovuti.

Si è trattata di una decisione che ha cambiato drasticamente la fisionomia del processo ex Ilva Bis: l’uscita di scena di figure istituzionali e imprenditoriali ha così contribuito a un netto depotenziamento del «sistema Ilva» su cui si era pronunciata la Corte d’Assise di Taranto nel 2021.

Il tutto mentre, il numero uno al Mimit, il ministro Adolfo Urso, è alle prese con la vendita del sito siderurgico. Gli interlocutori sono il gruppo indiano Jindal, quello cremonese Arvedi e il fondo statunitense Flacks Group.

Le associazioni e i sindacati, tra cui lo Slai Cobas, hanno comunque rinnovato la loro «delusione»: il riassetto processuale ha causato l’esclusione di 600 soggetti di parte civile. Ad oggi sono circa 350, «un numero irrisorio rispetto alle oltre 1.500 persone che si costituirono nel 2015», rimarca Ricci. Mentre anche le intercettazioni sono state spulciate al dettaglio: si è così passati da 2.177 ore alle sole 16, con il risultato di una profonda alterazione dell’impianto accusatorio di quello che è stato considerato come uno dei processi più grandi mai sostenuti.

Il primo grado di giudizio

La sentenza di primo grado aveva portato alla condanna di 26 imputati – tra cui gli ex amministratori Fabio e Nicola Riva – a complessivamente 270 anni di reclusione. L’annullamento della sentenza di primo grado – voluto dalla Corte d’Assise d’Appello di Lecce nel 2024 per incompetenza territoriale – e il conseguente trasferimento del processo a Potenza hanno portato all’azzeramento di quanto prodotto. «Dodici anni di lavoro e 3500 pagine di sentenza non sono un’inezia – chiosa l’avvocata – ora è tutto da rifare». Poi conclude: «Ci sentiamo in trincea».

Oggi, la parabola nel nuovo processo presenta un quadro diverso: non si giudica più una strategia d’impresa con fini illeciti, bensì la singola condotta omissiva. Un cambio di traiettoria che dovrebbe rimettere al centro del discorso pubblico un tema spesso taciuto: la pressoché cronica estinzione per prescrizione dei reati connessi ai numerosi maxi-processi per disastro ambientale.

Da Porto Marghera all’Eternit di Casale Monferrato, fino al petrolchimico di Priolo-Augusta, l’Italia non è ancora riuscita in sede processuale a creare un precedente giurisprudenziale per il reato di disastro ambientale, complice anche la sua mancanza nel codice penale fino al 2015. Tuttavia, con la sentenza del 2021 si pensava che proprio Taranto – territorio di sacrificio per eccellenza – avrebbe aperto la strada. Probabilmente bisognerà ricredersi ancora una volta. Ma l’ordinanza emessa stamattina lascia ancora aperte delle possibilità.

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