Non sono una persona che si fa intimidire!» ha esclamato alla Camera con voce furiosa la presidente Meloni rivolgendosi all’onorevole Magi. Si parlava di droghe leggere, sicché a un certo punto il deputato di +Europa ha sfoderato un cartello antiproibizionista ed è stato presto placcato dai commessi. La scena è stata significativa e inquietante al contempo, visto che, per l’ennesima volta, abbiamo assistito al rovesciamento tra governo e opposizione.

Con Meloni che si atteggia a vittima e addita la minoranza guastatrice. Scambiando la protesta per minaccia, la dialettica politica per accerchiamento. D’altronde, avremmo dovuto intuirlo dal giorno in cui si è definita un’underdog, una sfavorita che ce l’ha fatta: Giorgia Calimero, una volta al potere, non riesce a dismettere i panni della minoranza piccola e nera.

Perché ho testimoniato

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Grida, si agita, provoca, abita l’Istituzione come un gigantesco palcoscenico di piazza: meno Chigi, più Piazza del Popolo (sovrano). Ieri ho testimoniato al processo da lei intentato contro Roberto Saviano. E pareva di sognare, tra giudici, avvocati, carabinieri, polizia e telecamere. Perché il tutto girava intorno alla parola “bastardi” che lo scrittore pronunciò proprio a Piazzapulita nei confronti di Meloni e Salvini dopo aver visto un reportage sulla morte per annegamento di un bambino tra le braccia della sua mamma guineana.

Quella parola era insieme imprecazione e critica politica, l’atto di accusa verso chi, per anni, col discorso d’odio ha alimentato la paura dell’invasione e della sostituzione etnica, imbastito una campagna feroce contro le Ong. Una critica politica che – chi segue Saviano lo sa bene – non ha risparmiato neppure la sinistra, colpita da accuse e improperi altrettanto duri per l’ipocrisia e la doppiezza sul tema migratorio.

Meloni, dopo quella puntata, querelò Saviano, sentendosi colpita e offesa. Ci stava, allora. Non sono fra quelli che pensano che un politico debba sempre e comunque astenersi dalla denuncia penale. Ma ieri Meloni, nel frattempo diventata la persona più potente d’Italia, era ancora lì, in quell’aula di tribunale, tramite il suo avvocato.

In cerca di una punizione

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Monopolizzando un’aula di giustizia per la sua personale resa dei conti contro l’avversario di sempre. Alla ricerca della punizione esemplare, del chiodo al quale appendere, d’ora in poi, il diritto di critica. Non più Calimero della politica ma premier con ambizioni globo-terracquee. Eppure, ancora incapace di calarsi nei vestiti nuovi del Presidente di tutti.

Di usare un linguaggio, anche del corpo, consono all’incarico che ricopre. Il professor Galli della Loggia, certo non un suo feroce detrattore, lo ha scritto dalle colonne del Corriere della Sera: quello di Meloni resta un discorso fortemente divisivo, ancora troppo agganciato alla battutaccia, allo scontro, alla mimica da comizio.

Continuare a perseguire uno scrittore sotto scorta per una parola quando si tengono in mano le leve del potere è però qualcosa di più che un atteggiamento bellicoso e divisivo: è una strategia per ridisegnare i limiti del discorso pubblico. Dalle querele temerarie agli strali contro le serie tv diseducative, dalla nuova pedagogia patriottica della Rai al proibizionismo di Stato, il governo degli underdog diventa grande in fretta. E non ha mai smesso di sognare l’Ungheria di Orbán.

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