Avvocati pagati per convincere i migranti al rimpatrio volontario. La previsione, inserita nel decreto Sicurezza convertito ieri, 17 aprile, al Senato e ora alla Camera, ha fatto scoppiare la polemica.

L’emendamento presentato a firma di tutti i partiti di maggioranza, come segnalato dal Manifesto suona come uno strumento fattivo per incentivare la remigrazione, tanto cara alla Lega che oggi in piazza manifesta proprio per questo con i Patrioti europei.

Cosa prevede

L’articolo “incriminato” è il 30 e il 30 bis, che prevede l’inserimento nel testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione anche il Consiglio nazionale forense tra le «organizzazioni internazionali o intergovernative esperte nel settore dei rimpatri» con cui collaborare e prevede che sia lo Stesso Cnf a occuparsi della «corresponsione ai singoli rappresentanti legali dei compensi ad essi spettanti». Compensi per cosa? Nel caso in cui un avvocato abbia «fornito assistenza al cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di partecipazione ad un programma di rimpatrio volontario assistito», il legale riceve un compenso di 625 euro – che appunto dovrebbe essere il Cnf ad erogare e preso dai “fondi di riserva e speciali” – ma solo «ad esito della partenza dello straniero».

In altre parole, il testo prevede un incentivo economico per gli avvocati che convincano gli assistiti a ritornare nel paese d’origine. La previsione, che presenta anche potenziali profili di incostituzionalità, rischia di essere anche incompatibile con il codice deontologico dell’avvocatura.

Per converso, il testo prevede un disincentivo a difendere i migranti, perchè viene cancellato il patrocinio a spese dello stato per i migrati che facciano ricorso contro il decreto di espulsione, anche se rientrano dei parametri reddituali che lo consentono.

Le reazioni

 La norma è stata subito oggetto di polemiche e la prima a segnalarla è stata la senatrice di Avs, Ilaria Cucchi, che la ha definita «gravissima e disumana» oltre che «potenzialmente incostituzionale».

Anche il Partito democratico ha stigmatizzato l’emendamento, parlando di «un premio economico all'avvocato il cui migrante effettivamente parta e torni nel suo Paese di origine» che «lede la stessa dignità dei professionisti», ha scritto Debora Serracchiani, responsabile Giustizia nella segreteria nazionale Pd.

La deputata M5S Valentina D'Orso, capogruppo in commissione Giustizia, ha parlato di un centrodestra «privo di una coscienza costituzionale, che intende strumentalizzare gli avvocati facendone il mezzo per realizzare le sue scelte politiche sull'immigrazione. E lo fa nel modo più volgare possibile ossia tentando di allettare l'avvocato suscitando un interesse economico personale al rimpatrio del migrante che si sia a lui rivolto per essere assistito e difeso. Una norma che oltre a calpestare diritti e dignità dei migranti getta discredito sull'avvocatura perché nasconde il retropensiero che gli avvocati assistano i migranti e ne promuovano i ricorsi in modo strumentale e per finalità di guadagno».

Avvocati e magistrati

L’effetto dell’emendamento ha immediatamente suscitato reazioni anche nel mondo dell’avvocatura e della magistratura associata.

I diretti interessati, ovvero gli avvocati, sono intervenuti per voce dell’Organismo congressuale forense, che è l’organo di rappresentanza politica dell’avvocatura. L’Ocf ha lanciato uno stato di agitazione contro la norma, parlando di un «testo che non solo lede il diritto di difesa effettiva dell'individuo, ma addirittura stravolge il ruolo e la funzione dell'avvocato, essenziale nel garantire l'assetto democratico del nostro ordinamento» e chiede che «in sede di successivo passaggio alla Camera, si modifichi integralmente il testo». Anche l’Unione camere penali italiane è intervenuta, definendo l’emendamento un modo per «trasformare il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione» ed è «una previsione incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense: l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato, ma deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza». I penalisti hanno respinto «un’idea di avvocatura servente, subordinata agli obiettivi del potere e retribuita in funzione del risultato richiesto dall’amministrazione».

La reazione è arrivata anche dalle toghe progressiste di Area, che parlano di «mortificazione della funzione dell'avvocatura che è la prima sentinella del diritto e dei diritti individuali e non certamente un facilitatore delle politiche governative di remigrazione».

La difesa del centrodestra

Marco Lisei di Fratelli d’Italia, che è anche firmatario dell’emendamento, spiega così il senso della proposta: «Un modo per favorire l’assistenza legale del migrante che sceglie il rimpatrio assistito volontario, che è una procedura stragiudiziale».

Il rimpatrio assistito volontario, infatti, è previsto da una legge del 2011 e prevede che il migrante che decida volontariamente di tornare nel suo paese riceva dall’Italia sia il denaro per il viaggio che un finanziamento (tra i 1500 e i 2000 euro) da poter utilizzare nel suo paese per attivare un’attività economica, pagare un affitto e spese di formazione professionale.

In altri termini, la tesi del centrodestra è che l’avvocato sia incentivato solo a porre in essere attività ostruzionisitiche rispetto al rimpatrio di un migrante, presentando opposizioni e ricorsi. Questo perché solo queste pratiche di natura giudiziale vengono retribuite, attraverso il meccanismo del patrocinio a spese dello stato. Invece, l’emendamento introduce un pagamento anche per attività che favorisca il rimpatrio. Il «compenso» previsto dall’emendamento nel caso di ausilio alla pratica di rimpatrio assistito volontario, dunque, sarebbe una sorta di equivalente del patrocinio a spese dello stato, che in questo caso non scatta.

Il ruolo del Cnf

Quanto al ruolo del Consiglio nazionale forense, l’ente di rappresentanza istituzionale dell’avvocatura sarebbe stato chiamato in causa nell’emendamento perché è il soggetto istituzionale sovraordinato agli ordini degli avvocati, che che ammettono al patrocinio a spese dello stato.

A questo ha risposto però direttamente il Cnf, con un comunicato in cui precisa «di non essere mai stato informato di tale coinvolgimento: né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione» e ancora «chiede che il parlamento intervenga per eliminarne ogni coinvolgimento, sottolineando che le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali».

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