Non cambia la data del referendum sulla riforma della Giustizia: le date restano quelle del 22 e del 23 marzo. Lo ha deciso il Consiglio dei ministri convocato d’urgenza dopo la sentenza della Cassazione che ha ammesso il quesito proposto dal Comitato dei quindici coordinato dall’avvocato Carlo Guglielmi, su cui sono state raccolte oltre 500mila firme.

Il quesito verrà però integrato con gli articoli della Costituzione che vengono modificati dalla riforma della Giustizia che contiene la separazione delle carriere. Nel testo del quesito del Referendum verrà precisato: «Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo "Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare"?». Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato il dpr sul Referendum.

«La data non cambia e si aggiunge al quesito il riferimento agli articoli della Costituzione, quindi non cambia la sostanza. Riteniamo giusto che si possa procedere come previsto, in base al decreto che era già stato fatto». Ha commentato così la decisione del Cdm il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani, al margine del congresso del Partito Radicale.

I promotori del quesito

Nella mattina del 7 febbraio era arrivato anche il commento dell’avvocato Guglielmini dopo la decisione della Cassazione: «Siamo pertanto molto soddisfatti del complessivo risultato raggiunto, già preceduto dalla risposta positiva dei 546.463 cittadini che hanno firmato, e ai quali è rivolto il nostro ringraziamento per l'impegno mostrato in difesa della Costituzione: ciò rappresenta motivo di orgoglio, sia rispetto all'obiettivo di sollecitare la massima partecipazione alla vita civile, sia rispetto alla esigenza di diffondere una corretta informazione sulla reale ricaduta negativa che la riforma sottoposta a referendum potrebbe avere sull'equilibrio dei poteri dello stato e sulla giustizia».

Il centrodestra contro i giudici della Cassazione

I partiti di maggioranza attaccano la decisione della Corte di Cassazione di riformulare il quesito referendario, concentrando le critiche anche su uno dei magistrati coinvolti. Il deputato di Forza Italia Enrico Costa ha scritto su X che nell’Ufficio elettorale della Cassazione che ha deciso di modificare il quesito figura il giudice Alfredo Guardiano, sottolineando che lo stesso Guardiano modererà il 18 febbraio a Napoli il convegno “Le ragioni del no: difendere la Costituzione è un impegno di tutte e tutti”. «Questo sarebbe il giudice terzo ed imparziale?», ha scritto Costa.

Dello stesso tono il commento del capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami, che ha affermato: «La decisione della Cassazione di cambiare il quesito referendario conferma che la riforma della giustizia è una necessità». Bignami ha poi aggiunto: «Basta dare uno sguardo ai giudici della Corte di Cassazione che hanno deciso la riformulazione del quesito. Tra questi Alfredo Guardiano, che modererà un convegno sulle ragioni del No».

A stretto giro è arrivata la replica dello stesso Guardiano, che ha dichiarato: «Non mi nascondo, sono per il No al referendum». Il magistrato ha però precisato che l’ordinanza adottata dal suo ufficio «non ha alcuna incidenza sul merito della riforma, né sul risultato del referendum e nemmeno sulla data del suo svolgimento». Guardiano ha respinto le accuse di parzialità, definendo «palesemente priva di fondamento e quindi molto grave» ogni affermazione che metta in dubbio la sua imparzialità o quella dell’ordinanza, aggiungendo che il Consiglio dei ministri ha confermato le date del voto, limitandosi a modificare il quesito e riconoscendo la legittimità dell’operato della Cassazione.

Pd: sul referendum prepotenza istituzionale
 

«Prima non consentono al Parlamento di poter esercitare la propria funzione, poi fissano una data del referendum senza rispettare la raccolta firme di oltre 500 mila cittadine e cittadini italiani, poi sono costretti a modificare il quesito del referendum senza spostare la data fissata del referendum con la solita tracotante arroganza di chi comanda e non governa». La responsabile giustizia del Pd Debora Serracchiani ha commentato così le decisioni del Cdm e ha posto l’accento anche sulle «accuse alla magistratura» che ha «semplicemente svolto il proprio lavoro». «Ancora una volta», ha aggiunto, «prevale la linea della prepotenza e della mancanza di rispetto per le istituzioni. Un'altra buona ragione per votare no».

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