La prima giornata di votazioni sulla legge elettorale è convulsa in Senato. Il momento determinante è stato quando, intorno alle quattro del pomeriggio, Fratelli d’Italia con il capogruppo Lucio Malan sciogliere il nodo fondamentale: il partito non voterà il sub-emendamento del Pd che prevede le preferenze per tutti i candidati, senza capilista bloccati. La trappola era stata ben tesa, visto che FdI aveva detto sì a un emendamento analogo alla Camera, e l’obiettivo era far saltare l’unità del centrodestra.

Invece, Fdi «mantiene gli accordi all'interno della maggioranza. Voteremo contro questo emendamento», ha detto Malan, e l’aula ha respinto la proposta con 99 voti contrari e 68 a favore.

La fibrillazione, però, è stata forte. Anche perchè alla sfida del Pd si è aggiunto Roberto Vannacci, che si è appellato «soprattutto a Fratelli d'Italia, che alla Camera aveva votato il nostro emendamento: votate anche questo. Ne va della coerenza di FdI».

Il punto, del resto, è che le preferenze pure sono da sempre il pallino più volte ripetuto di Giorgia Meloni e il voto contrario all’emendamento che le introduce, pur in ossequio a un accordo di maggioranza, non è facile da digerire.

Alla fine, la linea di maggioranza è rimasta e fonti interne hanno fatto sapere che «per spirito unitario», FdI non si discosterà dall’emendamento presentato dalla maggioranza che reintroduce le preferenze, a prima firma Lisei di FdI.

La norma anti-cespugli

La maggioranza ha infine trovato la quadra anche sulla norma cosiddetta anti-cespugli. Il governo ha riformulato la norma, azzerando la soglia (che era fissata al 3 per cento) sotto la quale i partiti in coalizione non sarebbero stati conteggiati ai fini del premio di maggioranza.

Salta la soglia, ma aumenta il numero di firme da raccogliere per concorrere alle elezioni per i nuovi partiti: «Almeno 9.000 e non più di 10.000». Questa mediazione servirà per evitare il proliferare di liste civetta nelle coalizioni.

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