Il centrodestra ha deciso di correre. La legge elettorale, così come verrà ritoccata al Senato, tornerà alla Camera per il via libera definitivo il 28 settembre. Al riparo da rallentamenti (e possibili deragliamenti) a causa della finanziaria. L’iter però è ancora lungo e potenzialmente accidentato.

Pur di rispettare la marcia a tappe forzate, il provvedimento è arrivato in aula a palazzo Madama senza mandato al relatore («non è stato possibile concludere l’esame», ha confermato il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Andrea De Priamo).

Le modifiche verranno apportate in assemblea e gli ultimi nodi dovrebbero essere stati sciolti durante l’ennesimo vertice di maggioranza che si è tenuto mercoledì nella sede di FdI. Il risultato è stato l’ennesima limatura all’accordo, che ha fatto slittare di qualche ora l’inizio della discussione generale dopo la bocciatura delle questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni.

Dal summit di via della Scrofa sono emerse le linee generali. Oltre agli emendamenti comuni già presentati che prevedono l’introduzione delle preferenze e il correttivo di genere che però non tocca i capilista bloccati, è stato bocciato il controverso reinserimento del ballottaggio. Mentre la soglia per ottenere il premio di maggioranza rimane fissata al 42 per cento e non cambierà la norma che fissa l’obbligo di dimissioni anticipate per i sindaci di Comuni al di sopra dei 20mila abitanti che intendono candidarsi alla carica parlamentare.

Ancora da sbloccare è la questione sulla cosiddetta norma “anti-cespugli” e quella sul voto fuorisede anche per i caregiver. Attualmente il testo prevede una soglia di sbarramento al 3 per cento ma FdI propenderebbe per eliminare qualsiasi riferimento, prevedendo che tutte le liste coalizzate, anche se sotto al 3 per cento, concorrano al risultato di coalizione.

Il punto è tutt’altro che secondario, anche perché foriero di ulteriori dubbi di costituzionalità visto che con lo sbarramento una coalizione potrebbe ottenere una percentuale maggiore ma risultare perdente se il risultato è stato ottenuto grazie a più liste sotto il 3. Proprio sui problemi di compatibilità con la Carta intendono battere le opposizioni, che hanno stigmatizzato l’ennesima sottrazione alle aule parlamentari del dibattito sul testo, visto che la maggioranza ha preferito trovare l’accordo in una riunione riservata.

Del resto, per il centrodestra e per Giorgia Meloni il passaggio è delicato e fondamentale. Sulla porta c’è il pericolo rappresentato dal generale Roberto Vannacci, di cui fonti interne temono un exploit con percentuali ben al di sopra sia della Lega sia di Forza Italia.

Dunque le regole del gioco vanno calibrate con attenzione. «L’obiettivo è dare al paese governi stabili», ha detto la ministra delle Riforme, Elisabetta Casellati. Eppure il premio di maggioranza fisso al raggiungimento di una soglia relativamente bassa come quella del 42 per cento è proprio uno dei principali elementi di dubbia costituzionalità, insieme all’indicazione del nome del candidato premier, che sottrae la prerogativa di individuarlo al capo dello Stato.

La pax leghista

Ora spetta a Senato e Camera ratificare gli accordi di maggioranza, per far dimenticare la brutta esperienza sulle preferenze a Montecitorio. Gli scossoni, però, sono dietro l’angolo e il vertice di mercoledì è stato cupo, tanto da arrivare a far ventilare ai partiti minori un patto di fine legislatura in cambio della legge tanto voluta da Meloni. Sulle preferenze con i capilista bloccati, poi, il Pd tenterà di stanare la maggioranza.

«Votate i nostri emendamenti per inserire preferenze vere, in modo che i cittadini possano decidere davvero i loro rappresentanti» ha detto in aula il senatore Alessandro Alfieri del Pd, certo di mettere in difficoltà soprattutto i colleghi meloniani, che pubblicamente si sono espressi per le preferenze per tutti. Determinante quindi sarà la compattezza dei gruppi in un periodo di ebollizione del partiti.

Primo tra tutti la Lega, dove il capogruppo in Senato Massimiliano Romeo è anche a capo dei frondisti che chiedono il «passo di lato» del segretario Matteo Salvini. Proprio per tentare di arginare i malpancisti, il vicepremier ha incontrato la compagine dei governatori Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana, Maurizio Fugatti e Luca Zaia.

«In un clima di assoluta collaborazione», ha spiegato una asciuttissima nota, si sono confrontati «sulla roadmap» in vista «delle imminenti scadenze elettorali», con la promessa di un confronto per stilare «un manifesto programmatico» che però poco somiglia a quella «squadra da affiancare al segretario» che era stata richiesta. Insomma, si tratta di una pax fragile ed è già stato fissato un altro incontro prima del 20 settembre, data del pratone di Pontida che viene definito il «momento fondamentale» per il rilancio. «Oppure quello in cui esploderà tutto», è il commento sibillino di una fonte critica con il segretario, anche se lo stesso Romeo ha assicurato che a Pontida «saremo tutti uniti».

Formalmente certo, ma ci sono molti modi per mandare segnali al leader: dagli striscioni al numero di pullman in arrivo, per esempio. Del resto, anche durante la due giorni sulla finanziaria che si è svolta a Roma le divisioni sono state nette: da una parte i salviniani pronti a cavalcare il successo in Germania di AfD definendolo un «partito cugino»; dall’altra i leghisti del Nord che da quel mondo si sentono lontani anni luce.

Eppure, dentro la Lega come anche dentro la maggioranza di centrodestra, si ragiona sulla breve distanza. Ora tocca alla legge elettorale e basta che il gruppo leghista tenga fino a fine mese per garantire il via libera senza intoppi. Nel frattempo Meloni sarà impegnata con le simulazioni elettorali per capire se il nuovo sistema di voto sia la trappola giusta per tenere all’angolo Vannacci.

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