Giorgia Meloni si è presentata alla conferenza stampa post vertice Nato con le idee chiare e un silenzio autoimposto. Quest’ultimo, inscalfibile nonostante la prevedibile domanda, ha riguardato la polemica accesa dal presidente americano Donald Trump da ultimo con la pubblicazione del meme su di lei alla vigilia dell’incontro di Ankara. La premier ha ripetuto di non avere intenzione di tornare sui fatti, né di commentarli, ma ha aggiunto di non essersi «pentita di nulla di quanto fatto, e con gli Usa non cambio strategia», perché «non faccio scelte dettate dal piccolo cabotaggio, ho una strategia in testa che è figlia di cosa è l’interesse italiano, e passa per il rafforzamento dell’unità occidentale. Non l’ho messa in campo con l’arrivo di Trump». L’irrigidimento è stato palpabile, la freddezza nei confronti dell’ex amico Donald evidente. Tuttavia, Meloni ha scelto la strada della concretezza, ammettendo che «c’erano, ci sono affinità» di natura culturale, ma ora non è più il tempo delle pacche sulle spalle.

Anche perché il presidente americano, a sua volta in conferenza stampa, non ha mancato di lanciare bordate selettive contro i paesi europei, dicendo che «l’Italia ha fatto molto male con le sue basi». Un riferimento chiaro alla mancata concessione della base di Sigonella ai bombardieri Usa diretti in Iran, che tanto ha fatto arrabbiare la Casa Bianca ed è stata probabilmente la vera causa degli attacchi personali che il presidente ha riservato a Meloni.

«Una linea chiara»

Anche questo è stato argomento toccato dalla premier, che a domanda diretta ha confermato: «Abbiamo avuto una linea molto chiara dall’inizio del conflitto in Iran. E quella linea la manteniamo», ha detto riferendosi al no all’utilizzo di basi italiane nel conflitto. «Abbiamo rispettato i nostri impegni», ma «abbiamo detto che non avremmo partecipato agli attacchi all’Iran, non stiamo partecipando e non parteciperemo», è stata la posizione. Del resto, sul fronte italiano, proprio l’attacco all’Iran senza avvertire gli alleati è stato il vero momento in cui il rapporto con l’alleato americano si è incrinato.

Su questo Meloni è intervenuta in modo tagliente, anche alla luce della ripresa dei bombardamenti americani su Teheran. «Finora l’opzione militare non ha portato a dei risultati concreti», ha detto riferendosi al fatto che i raid statunitensi non abbiano piegato il nemico iraniano, dunque «bisogna insistere sulla possibilità di un negoziato». Confermato il sostegno all’Ucraina, Meloni ha anticipato che sarà Antonio Tajani a partecipare al prossimo vertice dei Volenterosi, perché lei dedicherà la prossima settimana ai dossier italiani. Con un limite, però: l’Italia sosterrà Kiev o con un contributo agli 80 miliardi in due anni promessi dalla Nato oppure con un nuovo pacchetto di aiuti, ma «l’uno esclude l’altro».

Investimenti in difesa

Sul fronte del merito di quanto discusso al summit Nato, la premier ha detto che «l’Alleanza è unita e decisa a rafforzarsi». Quantomeno sul fronte dell’unità, non è stata la sensazione restituita dal presidente americano, tuttavia la rotta degli altri membri dell’Alleanza è quella di voler tenere unito il fronte. Quanto alle spese militari – vero argomento sul tavolo – Meloni ha confermato che l’Italia intende onorare i patti, si è presentata al vertice con una spesa aumentata al 2,8 per cento del Pil (anche se il calcolo è stato fatto anche traslando voci che prima venivano categorizzate in modo diverso).

Nel dire che l’Italia «vuole chiaramente rispettare gli impegni, lo faremo», Meloni ha però fissato i primi paletti sin qui ascoltati sul punto: aumento della spesa sì, ma «in modo sostenibile, cioè stabilendo noi i tempi, stabilendo i modi, stabilendo le priorità in base al contesto, in base alle nostre possibilità». Anche perché, ha sottolineato, l’Italia non si sente seconda a nessuno quanto al proprio contributo nell’Alleanza, visto che «è la nazione che offre più uomini in missione».

La sintesi è tutt’altro che scontata: i passi futuri dovranno essere «sostenibili» e – altra novità espressa in maniera così esplicita – «gli investimenti che facciamo devono stare in Italia», perché noi «non firmiamo assegni all’estero», ma gli impegni vanno mantenuti anche «se non è popolare», visti gli attacchi di chi – anche tra gli alleati, come la Lega – sostiene che non sia sostenibile aumentare gli investimenti in armi invece che in welfare. Soprattutto in campagna elettorale.

La sintesi del vertice lampo, dunque, è quella di una premier controllata e tesa, che ha soppesato ogni parola, ma con due paletti che certo non piaceranno a Trump: basi italiane off limits e spesa in armi sì, ma il ritmo lo deciderà Palazzo Chigi. Ora per Meloni è il momento di attenzionare i complessi dossier interni – legge elettorale in primis – nel tentativo improbo di fare ordine prima della pausa estiva.

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