L’uno e l’altro. Con i pacifisti della piazza San Giovanni a Roma, quella che «no all’invio di armi, serve solo la diplomazia», sotto il palco quelli che «né con Putin né con la Nato», che sono anche quelli che «la Cgil non è mai abbastanza» qualcosa; ma anche nella piazza di Firenze di sabato scorso, “Cities stand with Ukraine”, lanciata dal sindaco Dario Nardella – e sostenuta dal Pd di Enrico Letta –, la manifestazione delle città, da Parigi a Rotterdam, Lipsia e Zagabria, che parlano in diretta con il presidente Volodymyr Zelensky, dicono «aiutiamo la resistenza ucraina» e intendono che se non possiamo entrare in guerra mandiamogli almeno le nostre armi. Maurizio Landini è stato nell’una e nell’altra piazza. Perché l’uomo che dal 2019 guida la Cgil, l’ex capo delle tute blu, metalmeccanico vero – nato in provincia di Reggio Emilia, è stato un saldatore, ha lasciato gli studi e ha iniziato a lavorare da giovanissimo, la sua famiglia aveva bisogno di lui –, è l’uno e l’altro.

Da una parte c’è la sua eterna tentazione da capo naturale di una sinistra-sinistra in irreversibile assenza di leader, la stessa che ha invocato – ma non tentato – Sergio Cofferati leader nel 2002. Dall’altra c’è il suo ruolo di capo del maggiore sindacato italiano («con i suoi oltre 5 milioni di iscritti» recita il sito della Cgil con qualche eccesso, non solo di enfasi), per il quale ha smesso la felpa rosso-combat griffata Fiom ed è passato alla giacca, spesso anche alla cravatta (insegnavano i vecchi sindacalisti, «i nostri ci vogliono vedere benvestiti e ordinati al tavolo dove si litiga con i padroni», raccontavano storie mitiche di Giuseppe Di Vittorio furioso con Carlo Levi che gli aveva fatto un ritratto in camicia bianca aperta sul petto, dovette farne un altro con giacca e cravatta).

Il leader Cgil, ormai solidissimo alla guida della sua organizzazione, si trova di nuovo, ancora una volta nella vita, a camminare in una striscia di terra, nel mezzo, da una parte e dall’altra le onde. Da una parte i barricaderi ex compagni di strada, delusi dalla smobilitazione delle loro barricate immaginarie; dall’altra i moderati «riformisti», delusi dagli strappi continui con gli altri sindacati.

In mezzo, ecce homo, l’uomo che nel 2015 è stato a un passo da essere incoronato leader politico; e nel 2021, dopo l’assalto alla sede del sindacato da parte di una squadraccia di neofascisti, è stato a un passo dall’entrare nel pantheon dei grandi leader sindacali. E invece è rimasto al di qua del bene, o del male. Al di qua dell’una e dell’altra soglia, allora e ora.

In fondo c’è la Terra promessa. Ma qual è la Terra promessa? È l’unità sindacale, la riunione di quello che la scissione del 1948 ha diviso, che poi era l’idea forte della sua segreteria, quella del più radicale fra i dirigenti che, forse proprio per questo, avrebbe saputo realizzarla? Oppure è la sua leadership politica, mai accettata ma sempre incombente, come una spada di Damocle, come un destino scritto e tuttavia inafferrabile?

Unire è difficile

Maurizio Landini durante la manifestazione per la pace a Roma (LAPRESSE)

L’ultimo strappo con la Cisl è stato alla manifestazione per la pace di sabato 5 marzo a Roma. Nei giorni precedenti al tavolo degli organizzatori i tre sindacati confederali all’inizio stavano dallo stesso lato: chiedevano di sbianchettare dalle parole d’ordine dei pacifisti il no all’invio di armamenti deciso dal governo e dal parlamento, Pd in testa.

Poi però la Cisl ha avuto un guizzo, ha fiutato l’aria di colpaccio, e il segretario Luigi Sbarra ha ritirato l’adesione: «Non possiamo riconoscerci in parole d’ordine come “neutralità attiva”». Ha parlato di «inquinamenti», di «pesanti pregiudizi e derive ideologiche», segno di «una sostanziale equidistanza tra le parti in guerra». Una velenosa accusa di strisciante filoputinismo lanciata verso i compagni di strada.

Fallo di reazione

Per Landini è un colpo basso. E fa un fallo di reazione: si impunta e sbanda dall’altra parte, imbracciando «senza se e senza ma» il no all’invio delle armi. L’Anpi è con lui. Alcuni spezzoni del corteo finiranno per essere più duri con il governo che con l’invasore russo. Il mondo delle bandiere arcobaleno si è compattato, ma ha perso pezzi. La manifestazione è grande (50mila per gli organizzatori, 20mila per la polizia) ma non immensa tanto quanto merita il tema della pace con la guerra dentro i confini dell’Europa.

Il Pd resta a casa – a parte una pattuglia di testimonianza, guidata dal vicesegretario Peppe Provenzano – proprio come la Cisl. «Sbagliato dire no all’invio delle armi», ammonisce l’autorevole ex segretario Cgil Sergio Cofferati e ricorda «il no, durissimo di Di Vittorio contro l’Urss dei fatti di Ungheria».

Contro la «neutralità» l’ex cislino Raffaele Morese lancia un manifesto che viene firmato anche da qualche cigiellino doc come l’ex ministro Cesare Damiano.

La parola d’ordine «né con Putin, né con la Nato», vi si legge, «ricorda altri inaccettabili neutralismi degli anni 70». Altra allusione velenosa al «né con lo stato né con le Br». Il direttivo Cgil si stringe a coorte intorno al segretario, condanna «con fermezza» l’invasione di Putin, solidarizza con il popolo ucraino, invoca aiuti e sostegni e cessate il fuoco, e conferma la linea: «Ma le armi no».

Però con questo biglietto da visita poi aderisce alla manifestazione di Firenze, quella di sabato 12 marzo, promossa e sorvegliata dal Pd, quello di Letta, il segretario che sui muri di Roma viene attacchinato con elmetto e giubbotto antiproiettile (gli anonimi autori sono stati denunciati).

Sciopero generale

Ma la prima rottura con la Cisl è avvenuta sullo sciopero generale del 16 dicembre 2021 sulla legge di Bilancio. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando – area sinistra Pd – ha cercato di scongiurarlo fino all’ultimo, Landini lo voleva fortissimamente, Sbarra – ancora una volta più vicino al Pd della stessa Cgil – non ci sta: «È sbagliato radicalizzare il conflitto in un paese ancora impegnato nella pandemia», tuona, «non serve incendiare lo scontro», serve l’esatto opposto «coesione, responsabilità e partecipazione sociale, tanto più considerati i rilevanti passi avanti fatti sui contenuti della legge di bilancio».

Tutto il contrario per Cgil e Uil. «Ci è stato detto che era una manovra espansiva», attacca Landini, «ma espansiva per chi? La crescita per chi è? Non è il momento di dare di più a chi ha già, ma di tutelare i redditi e le pensioni basse di chi non ce la fa».

Lo sciopero è un mezzo flop secondo la Cisl, un successo secondo i promotori. Per gli uni «lo sciopero non può essere sventolato come un feticcio, serve un patto sociale non un sindacato antagonista», per gli altri la Cisl è quella «sempre pronta a offrirsi al governo di turno» e qui la memoria si spinge fino ai tempi delle cene segrete a casa di Berlusconi, con gli accordi separati nel menù. Solo che questa volta la Uil, e il suo segretario Pierpaolo Bombardieri, leadership d’attacco – nomen omen – sta con la Cgil.

La Coalizione sociale

Ma quando il gioco si fa duro, i duri tirano fuori le vecchie storie. Di là viene cavato fuori dal dimenticatoio l’amaro caso della Coalizione sociale e si accusa Landini di aver avuto simpatie per quel pasticcione dell’ex pm Antonio Ingroia, ai tempi della sua fugacissima e per fortuna scampata Rivoluzione civile (2013). Non è andata così. Ma non è andata poi tanto meglio.

Siamo nell’anno 2015, Landini – capo della Fiom e leader invocato da tutte le sfumature della sinistra radicale – mette insieme una rete infinita di associazioni, da Emergency e Arci a Giustizia e libertà, fino a Libera e Articolo 21, per «unire quello che la crisi divide», non un partito «chi lo pensa se ne vada a casa» minaccia lui. Si chiama Coalizione sociale. A tenerla a battesimo ci sono don Luigi Ciotti e il compianto giurista Stefano Rodotà, che si adopera per tenere alla larga dal nuovo soggetto sociale i partitini della sinistra perché non ripetano le solite eterne dinamiche fratricide. «Sono zavorra», è la sentenza.

Le cose vanno avanti per qualche mese.

I frontali fra Landini e il premier Matteo Renzi sono eroici e sontuosi: «È peggio di Berlusconi», urla al suo indirizzo il sindacalista, «agisce con una logica padronale», col suo modo di fare «mette a rischio la tenuta della democrazia del nostro paese».

Apriamo parentesi: in realtà il rapporto fra Renzi e Landini era iniziato bene, c’era un filo di simpatia fra due «innovatori», anche gli 80 euro pre-elettorali decretati dal premier amico di Sergio Marchionne sui redditi dipendenti bassi all’inizio non erano dispiaciuti al sindacalista avversario di Sergio Marchionne. Chiusa parentesi.

Ma ora Landini inveisce in tv contro di lui. La «stampa borghese» è sicura che sia nata una nuova stella, un nuovo leader politico, finge di esaltarlo per fare come sempre – temere i greci anche quando portano doni – e cioè cucinare meglio il piatto della caduta rovinosa. «La Coalizione sociale con al suo interno la sinistra del Pd e l’elettorato scontento di Renzi vale oggi il 10 per cento» giurano i sondaggisti, «ma solo nel caso accogliesse, fra gli altri, i transfughi di Scelta civica, Sinistra ecologia e libertà (Sel) e M5s». La famosa «zavorra» fa buon viso a cattivo gioco, si rassegna a fare l’ultima ruota del carro, di quello che appare peraltro l’ultimo carro.

Poi però succede quello che Antonio Tabucchi descrive bene, e anche con dolcezza: «Il poeta è un fingitore/Finge così completamente/che arriva a fingere che è dolore/il dolore che davvero sente». La poesia è bella, la realtà è più prosaica.

Sarà l’inebriante propaganda dei giornali «dei padroni», sarà il bacio entusiasta e mortale di certi amici giornalisti in eterna ricerca di leader da consigliare (male); sarà troppa autoconvinzione; sarà che in quel momento Landini ha intorno un gruppo di compagni stretti, modello “amigos del presidente”», troppo compatti al proprio interno per guardare cosa arriva all’orizzonte. Sarà quel che sarà stato, ma le associazioni più grandi si ritirano: sentono davvero odore di un nuovo partito, peggio di un partitino anti Pd. La cosa si smonta nel giro di pochi litigi e finisce lì.

Landini resta alla Fiom, come del resto aveva sempre giurato, e prepara finalmente la marcia verso la segreteria generale della Cgil. Così, come chiodo scaccia chiodo, fa sognare un nuovo sogno agli orfani del nuovo soggetto politico: quello di succedere a Susanna Camusso che era rimasta sempre scettica verso la Coalizione sociale, anzi veniva accusata dal popolo landiniano di aver parcheggiato la Cgil troppo di fianco al Pd di Pier Luigi Bersani prima, ai tempi di Mario Monti; e dopo, ai tempi quelli del pur detestato Renzi – quello che la scherniva con la storia del «gettone nell’iPhone» – di non aver fatto «neanche un’ora di sciopero contro il Jobs act».

Unità sindacale

«La Coalizione sociale non era un tentativo di fare un nuovo partito politico, ma certo si scontrò con il fatto di non aver trovato interlocutori politici. Il sindacato rimase solo. Ma l’associazionismo, per sua natura, non poteva accettare di restare solo», ricorda Giorgio Airaudo, all’epoca molto vicino a Landini, leader della Fiom piemontese e poi deputato di Sel, autore di un bellissimo libro sulla Fiat, La solitudine dei lavoratori (Einaudi).

Racconta: «L’idea era quella di riorganizzare un corpo sociale, riunire un blocco sociale sostenuto dal sindacato, imporre l’agenda al paese. Ma sottovalutammo l’assenza di rappresentanza politica».

Ora, passata quella stagione, il Landini segretario generale della Cgil prova ad aprire la stagione (opposta) dell’unità sindacale. Il sindacato italiano si unisce davvero durante la prima ondata di pandemia e, grazie agli accordi sulla sicurezza, le aziende e i luoghi di lavoro restano aperti e in funzione.

Con il presidente Giuseppe Conte se non è luna di miele poco ci manca. Landini non è ostile ai Cinque stelle. Ma all’inizio del 2021 a palazzo Chigi arriva Mario Draghi, un premier distratto verso i partiti, figuriamoci verso i sindacati. Landini si schiera contro il licenziamento dei No vax, «siamo stati noi a spingere per portarlo al sì all’obbligo vaccinale», sibilano dalla Cisl.

L’11 ottobre, due giorni dopo l’assalto alla sede della Cgil, Draghi però fa un gesto simbolico importante: varca la porta del palazzone di corso d’Italia per portare alla casa dei lavoratori violata – e distrutta dal saccheggio – la solidarietà del governo. Landini chiama la piazza antifascista, è il week end delle amministrative ma accorrono tutti. Sembra diventato fortissimo, un padre della patria.

Ma poi, secondo Landini, a palazzo Chigi la musica non cambia: dieci giorni dopo il premier lascia il tavolo dei sindacati con aria sufficiente e infastidita. Si stava discutendo di pensioni. Si va verso lo sciopero generale. E verso lo strappo della Cisl.

Dunque torniamo a Airaudo, l’unità sindacale è una storia neanche cominciata ma già finita? «No. Se ci sono problemi se ne deve discutere, non offrirsi a scorciatoie, acconciarsi alla maggioranza di turno».

Quanto invece allo strappo successivo, quello sulla pace in Ucraina, l’accusa di aver trasformato quella manifestazione in manifestazione politica, e nell’ennesimo attacco al governo: «Ma che accusa è? Basta conoscere la storia, il movimento sindacale è sempre stato parte del movimento per la pace. La lotta per la pace è, oggi più che mai, la lotta dei lavoratori contro un modello di sviluppo. Non è un caso che il riarmo porti con sé la tentazione del ritorno al carbone e addirittura al nucleare. La crisi si è mangiata la tredicesima mensilità dei fortunati che ce l’hanno, i lavoratori sanno chi pagherà il conto, e certo non serve un governo che promette soluzioni in tempi storici, servono risposte nei tempi di TikTok».

Rito landiniano

LaPresse

Se vuoi la pace prepara la guerra, dice il (poco) saggio latino. Dunque se vuoi l’unità prepara la rottura? Per la Cisl no. O, meglio, non la rottura con il governo, replica Sbarra: «L’obiettivo della Cisl resta un grande patto sociale», creare «le condizioni per un dialogo costruttivo con il governo e le controparti private».

Dunque per l’unità sindacale «c’è un nodo di fondo da dirimere. Se Cgil e Uil pensano di continuare sulla via di un sindacalismo antagonista, novecentesco, o se invece vorranno intraprendere un percorso comune, e noi ce lo auguriamo, incentrato sulla responsabilità, sulla partecipazione e un approccio riformista. Evocare l’unità sindacale come un feticcio fine a sé stesso serve a poco».

Intanto la Cgil si compatta al proprio interno. Il capo viene descritto come incline ad accentrare. E a promuovere bravi sindacalisti, sicuro, ma fedeli. Per un problema interno ha scelto di non avere più un portavoce, la comunicazione esterna è affidata a Futura srl, una società editrice composta al 49 per cento dalla Cgil nazionale e al 51 da tutte le categorie, quindi 100 per cento del sindacato. Futura è l’editrice di Collettiva, la testata giornalistica della casa. Tutti prodotti nati da scelte landiniane in purezza.

Francesca Re David, combattiva segretaria della Fiom, donna rigorosa colta e tostissima, è in predicato di diventare vicesegretaria. Anche lei è di rito landiniano. Nel 2021, nell’anno delle celebrazioni dei cent’anni dalla nascita di Luciano Lama – Landini ne ha organizzate e presiedute molte – succede poi che i “riformisti” abbiano vita dura nel sindacato. In Liguria, viene raccontato a mo’ di esempio, la segretaria regionale Fulvia Veirana, in odore di “riformismo”, ha perso la maggioranza, e alla fine il nuovo segretario è Maurizio Calà, siciliano e tutta una vita nel sindacato della sua isola. Ma fedelissimo di Landini.

Landini, Sbarra e Bombardieri sabato scorso si sono ritrovati insieme a Firenze, finalmente uniti «per la pace». Merito anche di Enrico Letta che, nonostante le distanze politiche – e proprio sull’invasione in Ucraina – sente verso lui una certa empatia, ha chiamato il leader Cgil e gli ha spiegato «che non è il momento di dividere il fronte progressista mondiale di fronte alla guerra». Presto i tre segretari sindacali siederanno dallo stesso lato del tavolo a palazzo Chigi per trattare sulla riforma delle pensioni. Ma saranno davvero dallo stesso lato?

Quando Sbarra chiede a Draghi «un forte patto sociale per sostenere insieme la ricostruzione e la ripartenza del paese» riecheggia, in qualche modo, il «patto per la ricostruzione del paese modello Ciampi» che all’inizio della sua segreteria ha proposto Letta.

Che invece Landini boccia perché non ce ne sono i presupposti: «Un contesto inedito», dice davanti al suo direttivo, «imporrebbe la necessità di massimo coinvolgimento da parte del governo degli attori sociali a partire dalle organizzazioni sindacali ma invece sta determinando una rinnovata disintermediazione». Attenzione, “disintermediazione”, è la parola chiave, significa “Draghi come Renzi”. Che a casa Cgil equivale a una sentenza senza appello.

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